Contenuto sponsorizzato
Storia | 12 febbraio 2026 | 18:00

A Cortina gli oriundi la disprezzavano, così la scrittrice si trasferì in una casetta al margine del bosco a Borca di Cadore. Il rapporto complesso di Giovanna Zangrandi con la conca ampezzana

Nata a Galliera, in provincia di Bologna, nel 1910, la scrittrice andò a vivere a Cortina sul finire del 1937. Una relazione non facile, che terminò trent'anni dopo. Storia della ragazza venuta dalla pianura a cui "le crode vertiginose, i boschi profondi e il volgere delle stagioni con le loro bufere e i loro tepori", come scrisse Mario Rigoni Stern, erano "entrati nel sangue"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

12 settembre 1937. Fra nebbia e pioggia, un treno attraversa la pianura padana diretto a Bologna. A bordo la ventisettenne Alma Bevilacqua, dottoressa in Chimica. È partita da Cortina d’Ampezzo e sta tornando a Bologna: la futura scrittrice Giovanna Zangrandi osserva il paesaggio e annota su un foglietto riflessioni che paiono scandite dagli scossoni del treno. Scrutando i monti avvolti di foschia immagina la nebbia che troverà nel capoluogo emiliano, una città che non ama e dalla quale spera di partire presto, una città che aspetta il suo ritorno, scrive, "senza nostalgia".

 

Forse quel viaggio, ipotizza Anna Lina Molteni nel suo Lo specchio verde, è dovuto all’incarico che di lì a due settimane la vedrà prendere servizio al Liceo "Antonelli" di Cortina come insegnante di Scienze naturali.  Il trasferimento fra le Dolomiti dovrebbe avvenire con la madre, ma il 30 ottobre 1937 questa muore dopo una breve malattia. Alma è sola. E parte. Lascia Bologna, rinuncia a una possibile carriera universitaria così come a un possibile impiego in una farmacia di città. Rimasta sola, decide di lasciare la pianura per le montagne.

 

"Poi me ne andai lontano da quelle larve superstiti, fantasmi tombe e loculi di marmo verde". Così scriverà in Gente alla Palua. A Cortina si sente un’immigrata per scopi di lavoro, ma quella che vive è anche una scelta profonda e radicale. Nel tempo libero dagli impegni lavorativi si dedica con passione alle escursioni, allo scii, all’arrampicata, salendo le cime più alte della valle e oltre. La montagna non è per lei un paesaggio da cartolina, è luogo di prova e fatica a livello fisico ma anche dimensione profonda della coscienza.

 

Con la società ampezzana il rapporto è complesso e spesso contrastato: Alma è una giovane indipendente, schietta nei modi e nei giudizi, che si trova a vivere in un mondo tradizionalista e chiuso verso gli stranieri che non siano i facoltosi villeggianti estivi o invernali. Con la guerra, e soprattutto dopo l’8 settembre 1943, la situazione si esaspera: "Noi italiani immigrati siamo considerati una razza inferiore e le teorie naziste aiutano la divisione, l’odio, il disprezzo" scriverà nel suo diario partigiano, I giorni veri.

 

La Resistenza segna, dopo il trasferimento a Cortina, il secondo momento di svolta della vita di Alma Bevilacqua. La provincia di Belluno dopo l’armistizio non è più parte del Regno d’Italia, è diventata Alpenvorland, regione del Reich amministrata dal gauleiter Franz Hofer. La politica di Hofer, dopo vent’anni di italianizzazione forzata delle terre di confine imposta dal fascismo, fa leva sul nazionalismo e sull’identità dei sudtirolesi. Organizzare la Resistenza qui è più difficile che mai.

 

Alma compie la sua scelta e comincia a collaborare con la brigata "Calvi" della divisione garibaldina "Nannetti". Continua a vivere a Cortina fino al luglio 1944, quando, dopo una serie di avvertimenti, decide di passare in clandestinità. Sarà la partigiana "Anna", trasportando armi, ordini e rifornimenti, redigendo mappe, guidando i reparti partigiani fra le montagne per sfuggire ai rastrellamenti. Si innamorerà, pure, in quei mesi, di Severino Rizzardi "Tigre", che sarà ucciso alla vigilia della Liberazione.


Il Rifugio Antelao nei primi anni, quando lo gestiva Giovanna Zangrandi

È nel 1945 che Alma Bevilacqua diventa Giovanna Zangrandi, scrivendo per la rivista "Val Boite", che contribuisce a fondare. Continua ad abitare a Cortina fino al 1946, quando si imbarca in una nuova impresa, un sogno che aveva condiviso con "Tigre": costruire e gestire un rifugio sotto l’Antelao, a Sella Pradònego. L’esperienza, narrata nel Campo rosso, terminerà con un grave insuccesso economico e personale. Giovanna si scontra con la dura realtà del dopoguerra, col conformismo, con l’ostilità della società verso chi ha combattuto per un mondo diverso. Sconfitta, si rialza tuttavia ancora una volta.

 

A Cortina gli oriundi la disprezzano. Così, mentre escono i libri che le daranno la notorietà, fra tutti i romanzi I Brusaz e Orsola nelle stagioni, matura la decisione di lasciare la cittadina per trasferirsi a Borca di Cadore, dove fa costruire una casetta al margine del bosco. È il 1957

 

Scrive nel racconto Anni con Attila, che apre l’omonima raccolta di racconti: "Anche nei tempi non di guerra con la gente oriunda, là v'era sempre stata una enorme freddezza, mai dato del tu a nessuno, : una sequela di anni, di giorni, di gesti, sorrisi imposti, frasi fatte, la grettezza conformista della gente che vive in paternalismi bigotti, senza miseria finanziaria, senza lotta. Gente che soprattutto per intere vite, o meglio da secoli, mai si spostò dalla conca felice, autosufficiente economicamente, ma limitata spiritualmente, presuntuosissima, sicura di essere ‘la migliore’ tra tutti i popoli della terra. Non bastasse, dopo l'8 settembre del ’43 c'era stata l'occupazione nazista che aveva lisciato gli oriundi e altro. Lascia perdere: avevo deciso di an-darmene, così, in pace, senza fretta".


La copertina di Anni con Attila, pubblicato da Mondadori nel 1966

A Borca di Cadore Giovanna Zangrandi troverà un ambiente più accogliente e con esso, nonostante le difficoltà economiche, la serenità per scrivere. Nel 1960 le viene diagnosticato il morbo di Parkinson, che la segnerà sempre più fino alla morte, avvenuta il 20 gennaio 1988.

 

Sul suo contrastato rapporto col capoluogo ampezzano scrive ancora in Anni con Attila: "Ci sono giornate delle nostre vite che hanno ore intense, decisive, riepiloghi spietatamente lucidi, esatti come partite doppie; infatti ora io mettevo da una parte l’amore e la solidarietà sincera, le cose pulite scambiate in quella cittadina e dall’altra l’odio, il disprezzo, il filisteismo e altre cose che costituivano un pesante passivo".

 

Non le restava, allora, che rialzarsi e ripartire: "Frugavo negli anni, soffrendo un poco, tiravo bilanci amari che forse avevo avuto poco tempo di fare o poca voglia di concludere; giacché poi concludere significava cercare ancora lavoro altrove, cominciare da capo". Questo fece, ancora una volta, la ragazza venuta dalla pianura a cui "le crode vertiginose, i boschi profondi e il volgere delle stagioni con le loro bufere e i loro tepori", come scrisse Mario Rigoni Stern, erano "entrati nel sangue".

Contenuto sponsorizzato