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Storie | 12 novembre 2025 | 06:00

"Andavo spesso nella stalla per passare il tempo. Quando è arrivato il momento di tornare in città, ho capito che non me la sarei sentita". Da ingegnera a Milano all'Altopiano dei Sette Comuni

Trasferitasi durante la pandemia, inizialmente solo per sfuggire al confinamento cittadino, ha scoperto nel ritmo della montagna - e nell’amore per il malgaro Mirko Pezzin - una dimensione più affine alla sua personalità. Oggi Anna Dalla Vecchia lavora a distanza per una cooperativa energetica milanese, ma nelle pause e nei fine settimana aiuta il marito nella gestione di malga Pian di Granezza, tra agriturismo, formaggi e qualche lupo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Abbiamo riportato spesso, nel nostro quotidiano, storie di persone che scelgono di restare. Di restare in montagna, di conservare certi stili di vita, di fare certi lavori che ormai si sentono come desueti e propri di generazioni passate.

 

Più raramente, pur senza mai trascurare il tema, abbiamo scritto di migrazioni verticali. Sono casi forse più rari, eppure i dati ci raccontano che il loro numero cresce in continuazione. Proprio sulle forme di questo fenomeno riflette il nuovo libro della collana firmata L’Altramontagna, Diventare montanari. Viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte di Andrea Membretti, in uscita il 14 novembre per la casa editrice People.

 

Ebbene, questo articolo racconta la storia di una migrazione verticale: da Milano all’Altopiano dei Sette Comuni. Probabilmente, sarebbe questo uno di quei casi che Membretti, in termini sociologici, raccoglierebbe nella “middle class”. Questa categoria sociale, come ci raccontava il professore in questo articolo, si muove per molteplici ragioni: dal clima più mite, alla disponibilità di lavoro; da un costo inferiore della vita, alla ricerca di una dimensione in cui ritrovarsi.

 

Quest’ultima, forse, è la spinta che più di tutte ha mosso Anna Della Vecchia a portare il suo lavoro da ingegnera con sé in Altopiano, scegliendo di sposare un malgaro e condividere con lui la vita d’altura. Le categorie proprie dell’analisi sociologica, tuttavia, non bastano certo ad esaurire le peculiarità di una storia, una “tranche de vie”, profondamente umana e singolare.

Di ritorno dal suo viaggio di nozze col marito Mirko Pezzin, gestore di Malga Pian di Granezza sul Monte Corno, Anna ci ha raccontato la sua personale migrazione verticale.

 

 

Di cosa ti occupi nella vita di tutti i giorni? Come sei arrivata a vivere nell’Altopiano?

 

Io lavoro per una cooperativa energetica di Milano che si occupa di produzione da impianti a fonte rinnovabile, installazione dei pannelli fotovoltaici e consulenza sulle comunità energetiche. Io mi occupo in particolare della consulenza, perché ho studiato ingegneria dell’energia. Finito il mio percorso di studi mi ero trasferita a Milano, perché all’epoca il mio ragazzo stava lì e volevo cercare un lavoro in quella città. Nel 2020, quando è scoppiata la pandemia, ci siamo trasferiti nella seconda casa dei miei, in Altopiano, per non restare chiusi in un piccolo appartamento in centro città. La mia cooperativa aveva già la possibilità di lavorare da casa, siamo dislocati un po’ in tutta Italia: molti altri lavorano da altre città, e ogni tanto ci ritroviamo per delle riunioni. Mi hanno concesso di rimanere sull’Altopiano. Durante la pandemia avevo parecchio tempo libero e ho iniziato a entrare in contatto con quelli che all’epoca erano i miei vicini di casa. È lì che mi sono appassionata ad un certo stile di vita: andavo spesso nella loro stalla, anche solo per passare il tempo, visto che non si poteva fare nulla. Quando poi è arrivato il momento di tornare a Milano, ho capito che non me la sentivo.

Cosa ti ha avvicinata poi alla vita di malga?

 

Il mio lavoro mi permetteva di continuare a distanza, quindi ho deciso di restare qui. Nel frattempo mi ero lasciata con il mio ragazzo, per cui avevo anche molto tempo libero, e mi sono buttata a capofitto nell’aiutare i miei vicini che avevano appena aperto una malga: era l’estate del 2020. Per passare il tempo, e anche per non pensare troppo, ho passato tutta l’estate con loro. Poi, col tempo, mi sono innamorata di Mirko, che era il gestore della malga, e successivamente ci siamo fidanzati. Da allora è diventato un po’ il mio secondo lavoro. Dopo cinque anni in un’altra malga, sempre sul Monte Corno, mio marito ha deciso di cambiare, perché Pian di Granezza ha un pascolo migliore. Questo è il primo anno lì. Adesso passo l’inverno lavorando durante il giorno per la cooperativa di Milano, e magari la sera o nei weekend vado ad aiutare in stalla, dove serve. L’estate la passiamo invece in malga: durante la settimana lavoro al computer e la sera, o nei fine settimana, mi sposto lì. Non lavoro al cento per cento nell’azienda agricola, diciamo che dò una mano all’attività.

 

 

C’era qualcosa in particolare che ti mancava a Milano che invece qui hai trovato?

 

Quello che ho trovato qui e che non trovavo a Milano è molto semplice: la possibilità di vivere immersa nella natura. Certo a Milano ci sono tantissime opportunità che qui non esistono, ma per me è impagabile potermi prendere una pausa pranzo, uscire e fare una passeggiata nel verde. Ho due cani, li porto fuori, stacco il cervello e questo mi ricarica. I miei hanno la seconda casa qui, quindi vengo ad Asiago da quando sono bambina. L’ho sempre associata a un luogo di vacanza, perché ci venivamo a Natale o d’estate. Trasferirmi qui durante la pandemia, per un periodo che inizialmente pensavo limitato, è stato strano ma bello. Ancora oggi, anche se sono più di cinque anni che vivo qui, mi sento un po’ come se fossi in vacanza: c’è molto lavoro, ma mi rimane un forte senso di leggerezza. Ad ogni modo la mia famiglia è a Vicenza, ho amici a Vicenza e il lavoro a Milano, quindi ogni tanto scendo. Forse è anche questo che mi salva: sono sempre stata abbastanza socievole, e ogni tanto stare di nuovo in mezzo al caos mi fa bene e mi fa apprezzare ancora di più la vita qui.

Vi siete sposati lì ad Asiago. Ti sei sentita accolta dall’Altopiano?

 

Il matrimonio l’abbiamo fatto ad Asiago, ed è stato bellissimo anche l’incontro tra il mio mondo e quello di Mirko. Le famiglie si sono trovate meglio di quanto mi aspettassi. Qui, forse, la gente è un po’ chiusa: se qualcuno si chiede con chi si è sposato Mirko, la risposta sarà sicuramente “con una foresta dalla città”. Loro sono un pochino chiusi, questo sì, e per me non è stato facilissimo farmi degli amici, ancora oggi non mi sento del tutto a casa da quel punto di vista. Ma la famiglia di Mirko mi ha accolto molto bene, quindi mi sento comunque a casa. Penso che in futuro, magari con dei bambini, avrò più modo di integrarmi e trovare ancora di più il mio posto. In malga, mungere è una delle mie attività preferite perché mi rilassa molto. Ora faccio il formaggio, insieme al casaro: cerco di imparare da lui. Poi, avendo anche l’agriturismo, faccio un po’ di tutto: sto alla cassa, al bar, preparo i taglieri, e quando posso aiuto anche con le vacche, spostandole da un pascolo all’altro o chiamandole per la mungitura. Ci sono anche tanti lavoretti di sistemazione: essendo una nuova gestione, ogni giorno c’è qualcosa da fare.

 

 

Come sta andando l’attività? Quali sono le principali difficoltà della vita in malga?

 

L’attività va molto bene, ma è impegnativa. Soprattutto con l’agriturismo, di cui loro non avevano esperienza prima: hanno imparato tutto da zero. All’inizio non veniva tanta gente, ma in poco tempo il flusso è aumentato tantissimo. Adesso nei weekend, soprattutto la domenica, arriviamo anche a duecento coperti solo a pranzo. Bisogna capire come organizzarsi, quanto cibo preparare per non avere sprechi. Anche la lavorazione del formaggio è complessa: il latte cambia ogni giorno in base all’erba, all’umidità, alla temperatura, allo stato delle vacche. È una materia viva, non è mai uguale, e bisogna saper osservare ed intuire di conseguenza come trattarlo. Un’altra difficoltà, per noi, è stata quella dei lupi. Nella vecchia malga avevamo predazioni quasi ogni anno. È faticoso, perché non sai come proteggere gli animali: il pascolo è grande e non puoi controllare tutto. Quest’anno, per fortuna, non abbiamo avuto perdite, forse anche perché abbiamo portato mucche più grandi.

Trovi qualche punto di contatto tra la vita “da ingegnera” e quella “da malgara”?

 

Forse il punto di contatto più immediato è l'amore che ho per tutto quello che è la natura, per gli animali e per questo tipo di vita. In qualche modo l'altro mio lavoro è un cercare di salvaguardare la natura, ridurre le emissioni, combattere l'inquinamento. È una cooperativa che si occupa interamente di cercare di creare il meno danno possibile: perché l'energia è sempre impattante in qualche modo, però viviamo di energia, quindi non se ne può fare a meno. Possiamo cercare di ridurne il danno all’ambiente. In qualche modo è un dare e avere, un amore per la natura, un amore per la terra e quindi una forma di riconoscenza. Poi ovviamente sono lavori completamente diversi. Stare otto ore davanti a un computer, anche se so che sto facendo delle cose che secondo me vale la pena fare, in cui credo e che sono contenta anche di fare, non cambia il fatto che io provi piacere nel poter scaricare anche il corpo, magari la sera e il weekend, con lavori manuali. Questo mi permette di spegnere anche un po' la testa; non essendo un'attività mia direttamente, mi concedo il lusso di abbandonare i pensieri quando faccio i lavori più meccanici, e quindi questo mi aiuta molto.

 

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