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Storie | 16 dicembre 2025 | 06:00

"Quel cartello ha funzionato benissimo. Uno arriva e pensa 'Come? Vecchio e stanco io?' E allora almeno un pezzo di legna lo porta su". Il bivacco che invita ciascuno a fare la propria parte

Un osservatorio bellico centenario, luogo di scontri nazionalistici, da trent’anni unisce popoli e generazioni. Nel comune di Moggio Udinese, sulle pendici del Monte Vualt, un vecchio ricovero a gestione comunitaria parla agli escursionisti: "Se sei vecchio o stanco, non preoccuparti, lasciala pure lì e goditi l'escursione e il panorama. Se sei giovane e forte, porta su almeno un pezzo fin dove ce la fai… magari fino al Cjasùt"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Camminando tra i sentieri di montagna, è buona usanza scambiare un saluto con chiunque si incontri sulla propria strada. Questo saluto, in qualunque formula o idioma lo si scambi, è una forma di cura e affidamento reciproco. È come dire "io sono qui, ricordati di me nel bisogno" e, allo stesso tempo, "ti ho visto, so che ci sei e che stai bene".

 

Ogni segnale di presenza antropica, in montagna, dovrebbe regalare in fondo lo stesso senso di vicinanza e di sicurezza, all’escursionista che lo incontra. Non tutti, però, riescono ad essere amichevoli come il cartello lungo il sentiero 422, che porta al bivacco Cjasùt dal Scior (1744 m), tra le due cime del Monte Vualt, in Friuli Venezia Giulia.

 

"Amico escursionista - informa il segnale a chiare lettere - da qui in poi, lungo il sentiero, troverai della legna già tagliata. È per la stufa del Cjasut".

Dietro alla misteriosa voce del sentiero, viene il dubbio, dev’esserci il bosco che tutt’attorno avvolge il monte. È come se la vegetazione volesse offrire le sue risorse per accogliere i viandanti che salgono affrontano l’ascesa; come volesse regalargli riparo e conforto dopo la fatica, magari complicata dalla neve.

 

Non solo; con rara delicatezza ci invita a fare la nostra parte. A ognuno il suo, quello che riesce, senza costrizioni; ma con un forte senso di comunità.

 

"Se sei vecchio e/o stanco non preoccuparti, lasciala pure lì e goditi l’escursione e il panorama. Se sei giovane e/o forte, porta su almeno un pezzo fin dove ce la fai… magari fino al Cjasut".

Non impone, non obbliga, non colpevolizza: invita. Parla friulano il bosco del Vualt, è la voce della comunità. È la voce del vicino paese di Dordolla, nel comune di Moggio Udinese; è la voce della Val d’Aupa, degli amici alpini di Meduno, di tutti coloro che negli anni hanno offerto le loro braccia e il loro cuore alla cura di questa storica struttura che è il Cjasut.

 

A raccontarci la storia del bivacco è proprio una di queste voci, quella di Fulvio, tra i "padri" del bivacco che trent’anni fa hanno deciso di restituire il Cjasùt alla comunità. "Io ho 59 anni, quindi ho passato metà della mia vita lassù, tra una cosa e l’altra".

 

La struttura oggi è di proprietà del Comune di Moggio Udinese, perché ha acquisito il terreno su cui era stata edificata. Costruito verso la fine della Prima guerra mondiale, era una struttura militare, un osservatorio della Prima guerra mondiale. "Era un punto di osservazione utilizzato da una pattuglia di cinque o sei osservatori. Si trovava sulla seconda linea del fronte".

 

Abbandonato dopo la Guerra, l’ex ricovero militare era piuttosto pericolante e danneggiato dal tempo; fino a che, per volere di un manipolo di volontari, nel 1995 sono iniziati i lavori di ristrutturazione. "Abbiamo recuperato il grezzo, cioè la struttura principale, perché erano rimasti praticamente solo i muri laterali, peraltro piuttosto rovinati. Abbiamo sistemato la copertura e, nel giro di due anni, l’abbiamo reso più o meno usufruibile. Nel maggio del 1997 lo abbiamo inaugurato e, da lì in poi, grazie a numerose forze volontarie, spontanee, lo abbiamo reso via via sempre più confortevole".

Per i lavori tutt’oggi in opera, è arrivato l’aiuto anche del Comune di Moggio e del Parco delle Prealpi Giulie; ma la maggior parte, si deve sempre all’abnegazione della comunità. "Ogni anno, prima del Covid, organizzavamo la castagnata e, con le offerte spontanee, riuscivamo a raccogliere i fondi necessari. Siamo riusciti così a realizzare la nuova copertura e anche l’impianto fotovoltaico".

 

È stato così che il gruppo degli alpini di Meduno si sono avvicinati al Cjasùt. "Una decina d’anni fa, sono capitati qui per caso durante una castagnata", racconta Fulvio. "Lo spirito alpino si è manifestato subito, sono nate amicizie e da allora non ci hanno più lasciati".

 

Succede però, poco tempo fa, che si ritrovano con problemi di approvvigionamento legna. Così è nato lo spunto del cartello. "Un amico mi ha dato l’idea e io l’ho messa in atto. Quel cartello ha funzionato benissimo. Tocca anche, diciamo così, l’orgoglio: uno arriva e pensa ‘come? vecchio e stanco io?’ e allora almeno un pezzo di legna lo porta su. Così noi troviamo la legna già lassù. Altrimenti servirebbe una giornata intera solo per portarla su, e un’altra ancora per tagliarla, spaccarla e sistemarla.

 

"Tutti ti ringraziano anticipatamente per la tua buona volontà - continua educatamente il segnale - (anche noi)".

 

La montagna è uno spazio comune che vive grazie alla responsabilità di chi lo attraversa. Ecco perché non sono solo i ‘signori del Cjasut’ a ringraziare, ma proprio "tutti". Una catena invisibile di gratitudine tra sconosciuti: una fratellanza creata soltanto dalla condivisione, per un brevissimo tratto di vita, dello stesso sentiero.

Come post scriptum, però, invita all’attenzione e consapevolezza. La legna è un bene prezioso e delicato, che richiede conoscenza. La condivisione è anche intergenerazionale, e deve garantire che di questo bene ne gioiscano anche le future generazioni.

 

"Noi provvederemo a procurare la legna recuperando piante secche o divelte, non tagliare assolutamente piante verdi".

 

Come si diceva, il cartello parla friulano, e utilizza la formula di commiato più propria: "Mandi". Secondo qualcuno deriva dal latino "Mana deus, o manus dei", che significa ‘ti accompagni il Signore’. Altre fonti invece ipotizzano la derivazione dall’espressione, altrettanto antica, "marcomandi" (‘mi raccomando’).

 

Insomma, laddove un tempo uomini di nazionalità diverse combattevano uno contro l’altro, oggi fanno festa insieme: "si scambiano un pezzo di torta o un bicchiere di birra. Da qui sono passati tedeschi, sloveni, americani, australiani, norvegesi: un po’ di tutto. Questa è l’anima del Cjasut: non è solo un bivacco alpinistico-escursionistico. È nato per la guerra e oggi serve a unire le persone".

 

Poco importa, dunque, se chi passa di lì capisce o meno il friulano: il suo è un augurio universale. Firmato: "I sciors dal Cjasut".

 

 

Foto dalla pagina Facebook: Amanti della montagna friulana

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