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Bosnia ed Erzegovina, prima e dopo il voto: 3,8 milioni di abitanti con 14 governi, 14 Parlamenti (di cui tre bicamerali) e 14 Costituzioni

Le elezioni in Bosnia ed Erzegovina fra etnocrazia e illusione di stabilità. Il tutto mentre da mesi è in corso un esodo di massa verso la Germania e l’Austria: ormai non solo giovani e lavoratori, ma anche intere famiglie lasciano il paese per cercare un futuro migliore altrove. Un esodo che dovrebbe allarmare tutti, i politici nazionalistici e l’Unione Europea
Dal blog di Orizzonti Internazionali - 14 ottobre 2018 - 15:15

di Jens Woelk Professore associato, Scuola di Studi Internazionali e Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Trento

 

 

Ogni saggio o articolo sulla Bosnia ed Erzegovina inizia con l’osservazione che essa costituisce uno fra i più complessi sistemi politico-istituzionali esistenti. Il 7 ottobre 2018, i suoi 3,4 milioni di cittadini e cittadine aventi diritto di voto erano chiamati alle urne, ma dopo una campagna elettorale dai toni molto accesi tanti non si sono presentati all’appuntamento con il voto. Hanno partecipato alla contesa elettorale il 53,36% degli elettori, un’affluenza molto bassa, come quattro anni fa, dovuta alla complessità del sistema istituzionale ed elettorale; conseguenza diretta ne è per esempio il fatto che, anche quattro giorni dopo le elezioni, non tutti i risultati erano stati resi noti, e neppure la distribuzione dei seggi.

 

Nelle elezioni quasi 7.497 candidati hanno gareggiato per un totale di 518 cariche, fra la Presidenza e la Camera dello Stato, i Presidenti e le assemblee legislative delle due entità nonché le assemblee dei 10 Cantoni della Federazione di Bosnia ed Erzegovina. Ogni elettore aveva quattro schede, utili ad esprimere il voto per le diverse cariche ai vari livelli. Tale sistema complesso è il risultato di un’imposizione della “Comunità internazionale” (termine spesso usato quando le responsabilità non sono chiarissime, fra alcuni Stati e organizzazioni internazionali). Nel novembre 1995, su pressione americana, l’Accordo di Pace di Dayton ha messo fine ad una terribile guerra civile fra bosgnacchi (maggioranza della popolazione), croati (il gruppo più piccolo) e serbi (più di un terzo della popolazione) con un compromesso istituzionale che può essere caratterizzato con il “divide et impera”.

 

Il territorio dello Stato veniva suddiviso a metà fra due “entità” che mantenevano la loro piena autonomia e tutte le competenze e risorse, con il risultato di un governo centrale molto debole: la Republika Srpska (RS) dominata dai serbi e dichiaratasi indipendente nel 1992, con un terzo della popolazione, e la Federazione della Bosnia ed Erzegovina (FBH), con due terzi degli abitanti, nata nel 1994 con l’accordo di Washington per mettere fine alla guerra fra bosgnacchi e croati, che rappresenta a sua volta un sistema federale con 10 “Cantoni”.

 

Stato, 2 Entità, 10 Cantoni e il piccolo distretto di Brcko hanno in tutto 14 governi, 14 Parlamenti (di cui tre bicamerali) e 14 Costituzioni per una popolazione di soltanto 3,8 milioni! La creazione di questo complesso sistema di governo territoriale era funzionale al mantenimento almeno formale dell’integrità statale, dando a tutti la possibilità di gestire autonomamente parti del territorio senza tuttavia riconoscere le realtà create dalla guerra, in particolare dalle operazioni militari e dalle pulizie etniche. Pertanto le varie componenti territoriali del sistema non sono considerate etnicamente omogenee, ma, al contrario, a tutti i livelli si trovano garanzie costituzionali di democrazia consociativa per i tre gruppi principali, i “popoli costitutivi” bosgnacchi, croati e serbi. Tutti e tre devono sempre essere rappresentati nelle istituzioni, alla pari o proporzionalmente, e essi dispongono di ampi diritti di veto.

 

Con tali garanzie si pensava, nella fase iniziale, di preservare il carattere multinazionale dello Stato, conteso nella guerra, e di ricostruire la fiducia mancante fra le parti, costringendo tutti alla collaborazione, senza tuttavia considerare gli effetti negativi di un blocco istituzionale nel frequente caso di mancante volontà cooperativa. Nella suddivisione tripartita di quasi tutte le cariche istituzionali la discriminazione di quella parte dei cittadini che non si vogliono dichiarare e pertanto sono etichettati come “altri” è stato affrontato relativamente tardi, prima con alcune modifiche costituzionali a livello delle entità imposte dalla comunità internazionale, poi in seguito ad un ricorso dalla Corte europea per i diritti umani in una serie di sentenze in cui la Bosnia veniva condannata per violazione del Convenzione europea dei diritti umani e delle libertà fondamentali (a partire dalla famosa sentenza Sejdic-Finci del dicembre 2009).

 

Tuttavia, tali sentenze sono tutte rimaste inattuate. Dare attuazione ad esse significherebbe dover profondamente modificare il sistema della tripartizione istituzionale etnica e, di seguito, del complesso assetto territoriale. In assenza di una visione trasversale e condivisa sullo Stato comune, il tema delle riforme costituzionali è stato abbandonato da più di un decennio: senza forte pressione internazionale non ci sarà pertanto nessuna riforma del sistema e l’Unione Europea, subentrata all’Alto Rappresentante internazionale dopo la fase del semi-protettorato, chiede nell’ottica della preparazione del paese ad una futura adesione all’UE che le riforme a tutti i livelli siano volontarie, partecipate e coordinate. Così anche questa volta, e in contrasto con il dettato della sentenza della Corte europea per i diritti umani nella sentenza Sejdic-Finci, i tre membri della Presidenza collettiva dello Stato non sono stati eletti direttamente da tutti i cittadini, ma gli elettori nella Republika Srpska hanno eletto solo il rappresentante serbo (soltanto quello, anche se non tutti gli elettori nella RS sono serbi), mentre gli elettori registrati nella Federazione hanno eletto i membri croato e bosgnacco (e non possono quindi votare per un serbo o per un “altro”).

 

Considerando solo il livello della Presidenza statale, tale situazione rende evidenti tutte le contraddizioni e le tensioni fra le tre logiche diverse su cui si basa il sistema, quella dell’appartenenza etnica (i popoli costitutivi), quella del controllo territoriale (le due entità) e quella dei diritti umani individuali (violati da discriminazione e esclusione). Modificare qualche elemento del sistema è praticamente impossibile senza cambiare la logica sottostante e senza spostare delicati equilibri nel passaggio da un sistema di democrazia etnica ad uno di democrazia civica.

 

La maggior parte dei partiti continua a presentarsi come garante e difensore del rispettivo gruppo etnico contro gli altri gruppi dipinti come una minaccia, ma in realtà si tratta di un cartello di potere tra imprenditori etnici. Così anche questa volta hanno vinto i grandi partiti: il Presidente della RS Milorad Dodik ha trasformato il partito “socialdemocratico” SNSD in un partito nazionalista serbo che contesta ogni rafforzamento dello Stato centrale oltre il minimo necessario stabilito dall’Accordo di Dayton. Ironia della sorte: non potendo più candidarsi nella RS per limitazione dei mandati, lui si è candidato per la Presidenza proprio di quello Stato da anni contestato da lui stesso con minacce di secessione. La retorica è rimasta uguale: subito dopo la sua elezione (con il 55% contro il 42% dell’altro candidato serbo) ha fatto sapere che non risiederà nel palazzo della Presidenza, ma a Sarajevo-Est, nella parte serba, e che non parteciperà alle riunioni se non verrà alzata la bandiera della RS.

 

Bakir Izetbegovi, figlio dello storico Presidente bosniaco durante la guerra, Alija Izetbegovic, non poteva più candidarsi per il maggiore partito bosgnacco SDA, ma il candidato per la successione Šefik Džaferović (SDA) ha vinto il seggio bosgnacco alla Presidenza (con più del 36%). I due partiti si riconfermano come forza di maggioranza relativa anche nelle assemblee delle rispettive entità. La vera sorpresa è il successo del candidato croato, Željko Komšić (Fronte Democratico, DF) che ha sconfitto con quasi 50% dei voti il suo competitore nazionalista Dragan Čović (HDZ), perché eletto da tanti bosgnacchi. Nella logica della spartizione etnica, i croati del partito HDZ contestano nuovamente la legittimità di tale successo: Komšić non sarebbe un “vero” croato, in quanto non eletto da una maggioranza croata (anche se il sistema elettorale prevede solo la dichiarazione di appartenenza etnica per i candidati e non per gli elettori). Il Fronte Democratico di Komšić non è andato bene nelle elezioni per il Parlamento (9%, rispetto ai 14% nel 2014). L’altro partito dichiaratamente interetnico, SDP, è invece riuscito ad aumentare i consensi crescendo dal 9% al 14% (insieme, come prima della loro scissione nel 2012, DF e SDP raggiungerebbero circa il 23%).

 

 

Un’altra sorpresa è il risultato di Naša Stranka (Il Nostro partito): il movimento civico liberal-socialista era forte soprattutto a Sarajevo, ma ora entra per la prima volta nel Parlamento statale (4,6%) raccogliendo dei consensi anche al di fuori della città e del Cantone di Sarajevo (dove arriva secondo con il 13%). Ha raggiunto invece un risultato deludente (i consensi sono crollati dal 14% al 6%) uno delle figure più potenti del paese: Fahrudin Radoncic, spesso sopranominato “Berlusconi bosniaco” in quanto proprietario del maggiore quotidiano (Dnevi Avaz), capo del SBB (“Unione per un futuro migliore”) e in odore di rapporti con la criminalità organizzata.

 

La retorica nazionalista, usata dai maggiori partiti durante la campagna elettorale, doveva distrarre gli elettori dai problemi reali del paese in ambito economico e sociale oltre a impedire ogni riforma maggiore che potrebbe mettere a rischio le basi del potere. A Mostar, città di fatto divisa fra croati e bosgnacchi, dal 2008 non si vota neanche più a livello comunale: il sindaco del partito croato HDZ e il capo dell’amministrazione del partito bosgnacco SDA si mettono d’accordo fra di loro prolungando di anno in anno l’amministrazione provvisoria, senza controllo alcuno da parte dei cittadini.

 

Sembra che sia possibile tutto, dopo queste elezioni, ma il quadro non è certamente positivo. Con Miloradik Dodik nella Presidenza statale potrebbe verificarsi sia un blocco decisionale totale, sia una forte escalation nello scontro politico. È probabile un’alleanza fra i due grandi partiti etnici, SNSD e SDA, che comunque avranno bisogno di almeno due altri partiti. Così continuerebbe il cartello etnico. Ha già annunciato ostruzionismo il partito nazionalista croato (HDZ) che non accetta l’elezione di un croato non legittimato dal voto croato. Potrebbe impedire la costituzione delle diverse assemblee, in particolare le “case dei popoli” nella Federazione e a livello statale, necessarie per formare un governo.

 

Tale ostruzionismo è favorito da una sentenza della Corte costituzionale del 2016, che ha dichiarato nulle alcune disposizioni della legge elettorale nella Federazione che riguardano la composizione della seconda camera della rappresentanza dei popoli costitutivi cancellandole senza sostituirle e lasciando tale compito al legislatore (la sentenza è rimasta inattuata creando un vuoto legislativo).

 

Tuttavia, un ruolo fondamentale come contrappeso “civico” potrebbe giocare proprio il croato Komšić. Superare l’attuale situazione della “guerra fredda” etnica che sembra offrire il vantaggio di una stabilità complessiva sarebbe importante per dare speranza alle cittadine e ai cittadini. Infatti, da mesi è in corso un esodo di massa verso la Germania e l’Austria: ormai non solo giovani e lavoratori, ma anche intere famiglie lasciano il paese per cercare un futuro migliore altrove. Tale esodo dovrebbe allarmare tutti, i politici nazionalistici e l’Unione Europea nonché gli altri attori internazionali, mettendo in luce il fatto che lo status quo non è sostenibile. La soluzione non sta quindi nella chiusura e nella difesa del proprio gruppo, come suggeriscono gli imprenditori etnici al proprio elettorato, ma nel miglioramento della situazione complessiva attraverso l’apertura e la collaborazione di tutti, altrimenti gli elettori, se non hanno più voce in capitolo, scelgono l’unica opzione rimasta loro, quella di andarsene: “voice or exit”.

 

Per aggiornamenti sulla Bosnia ed Erzegovina, con approfondimenti, v. il sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa: https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina

 

Per un’analisi dei rapporti fra Unione Europea e Balcani occidentali, cfr.:

 

Woelk, Jens, From Enlargement Perspective to “Waiting for Godot”? Has the EU Lost its Transformative Power in the Balkans? In: Antoniolli, Luisa/Bonatti, Luigi/Ruzza, Carlo (eds.), Highs and Lows of European Integration. Sixty Years After the Treaty of Rome, Springer, Wien 2019, pp. 27-47 (ISBN 978-3-319-93625-3)

 

I vari contributi del volume curato da docenti della Scuola di Studi internazionali analizzano, da prospettive disciplinari diverse, le sfide e le prospettive per il processo di integrazione europea approfondendo gli attuali problemi, come ad esempio il successo dei partiti populistici e antieuropei, nonché le questioni della Brexit e della crisi dell’Euro.

 

Cfr. il sito: https://www.springer.com/gp/book/9783319936253

 

 

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