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Hong Kong, what’s wrong? Ecco cosa è successo alle recenti elezioni e le reazioni della comunità internazionale

I risultati delle elezioni a Hong Kong delineano un Comitato elettorale composto principalmente da soggetti legati al governo di Pechino e da un solo rappresentante dell'opposizione
DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 28 settembre 2021

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Sondra Faccio, assegnista di ricerca presso la Scuola di Studi Internazionali

 

Il 19 settembre si sono tenute le elezioni per il rinnovo del Comitato elettorale di Hong Kong. I risultati delineano un Comitato elettorale composto principalmente da “patrioti” legati al governo di Pechino e da un solo membro dell’opposizione pro-democrazia. Si tratta delle prime elezioni dopo la riforma emanata lo scorso maggio che ha aumentato il numero dei membri del Comitato (da 1200 a 1500), e ridotto l’elettorato attivo attraverso l’estensione dei voti corporativi, l’introduzione ex officio di rappresentanti vicini al governo della Repubblica Popolare Cinese e l’eliminazione dei seggi riservati al voto delle circoscrizioni dei consigli distrettuali che raccoglievano principalmente le preferenze dei gruppi di opposizione.

 

La questione elettorale è uno dei temi dominanti nel dibattito politico a Hong Kong. Da anni, numerosi gruppi della cittadinanza chiedono l’introduzione del suffragio universale per l’elezione del Capo dell’esecutivo e dell’organo legislativo, oggi prerogativa del Comitato elettorale, e il rispetto da parte del governo cinese del principio “un paese, due sistemi” sancito dal trattato Cina-Regno Unito del 1984. Il trattato, che regola il passaggio del “Porto Profumato” dalla Gran Bretagna alla Repubblica Popolare Cinese, impegna quest’ultima a garantire l’autonomia della regione, il mantenimento del sistema economico e sociale, e il godimento dei diritti e delle libertà della persona, in particolare il diritto di espressione, di stampa, di associazione, di movimento, di sciopero, di ricerca e di religione.

 

Dopo il passaggio (handover) avvenuto nel 1997, tuttavia, il governo cinese ha progressivamente attuato una serie di riforme volte a ridurre l’autonomia di Hong Kong e l’esercizio dei diritti e delle libertà civili e politiche dei sui cittadini. Soprattutto negli ultimi anni, in risposta alle massicce proteste di gruppi della società civile, il governo ha emanato una serie di atti che hanno profondamente cambiato il volto della regione, tra questi la legge sulla sicurezza nazionale del 30 giugno 2020 che sostanzialmente equipara l’opposizione a una minaccia alla sicurezza nazionale.

 

La legge sulla sicurezza nazionale identifica quattro categorie di reati (secessione, sovversione, terrorismo e collusione con un Paese straniero o un elemento straniero al fine di mettere in pericolo la sicurezza nazionale) e prevede pene molto severe, incluso l’ergastolo. Sulla base del principio di protezione, inoltre, la legge si applica anche ad atti commessi al di fuori del territorio di Hong Kong, da individui e organizzazioni di ogni nazionalità e residenza, laddove tali atti mettano in pericolo la sicurezza della nazione. La legge istituisce un Comitato per la salvaguardia della sicurezza nazionale, sotto il controllo e la responsabilità del governo centrale di Pechino e presieduto dal Capo esecutivo di Hong Kong.

 

Le misure recentemente adottate dal governo cinese hanno suscitato diverse reazioni nella comunità internazionale. Ventotto Paesi, tra cui il Regno Unito, il Giappone, il Canada e alcuni Stati membri dell’Unione Europea, hanno condannato le misure adottate dalla Cina e hanno invitato il governo cinese a riconsiderare la legge sulla sicurezza nazionale e a evitare ulteriori erosioni dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini di Hong Kong. I membri del Parlamento dell’Unione Europea hanno sospeso i lavori sul trattato di investimento negoziato con la Cina (“EU-China Comprehensive Agreement on Investment”), dichiarando che la sua futura approvazione dipenderà anche dall’evoluzione della situazione relativa ai diritti umani in Hong Kong. Gli Stati Uniti hanno introdotto specifiche misure nei confronti delle persone fisiche e giuridiche che ritengono responsabili di aver contribuito alla violazione dei diritti umani nella regione. Dal punto di vista del diritto internazionale, si tratta di reazioni legittime, giustificate dalla gravità delle azioni perpetrate, in dispregio dei diritti umani e degli interessi essenziali di tutta la comunità internazionale.

 

La posizione del Regno Unito, d’altra parte, rimane peculiare. In questo caso, infatti, la condotta cinese si configura come una violazione specifica degli obblighi assunti con il trattato del 1984. Proprio per questa ragione, il Regno Unito ha deciso di adottare “misure proporzionate”, in particolare l’embargo sull’esportazione di armi e la temporanea sospensione degli accordi di estradizione in essere con Hong Kong, e di concedere particolari autorizzazioni per l’entrata e la permanenza in territorio inglese di cittadini di Hong Kong provvisti del passaporto “British National Overseas”.

 

Se il fronte occidentale appare compatto nel condannare la condotta cinese a Hong Kong, altri Paesi hanno reagito appoggiando il governo di Pechino e ribadendo il principio di non ingerenza negli affari interni di altri Stati. Significativo l’intervento del rappresentante pachistano all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso ottobre 2020, il quale, a nome di cinquantaquattro Stati, ha precisato che Hong Kong è parte integrante della Cina e che la gestione della sicurezza nazionale nella regione rimane un affare puramente interno rispetto al quale gli Stati terzi non devono interferire.

 

Le misure adottate dal governo cinese hanno certamente sortito l’effetto di rallentare le attività dell’opposizione all’interno di Hong Kong: molte organizzazioni pro-democrazia hanno annunciato la fine delle operazioni nella regione e il loro trasferimento all’estero; ma hanno anche prodotto importanti effetti in Taiwan. Il fallimento del principio “un paese, due sistemi” ha ulteriormente rafforzato l’opposizione di Taiwan all’unificazione con la Cina continentale, intensificando gli attriti in un’area geografica già oggetto di importanti tensioni.

 

La questione di Hong Kong, infatti, non soltanto si inserisce nel più ampio contesto degli equilibri tra Cina e Stati Uniti e nel gioco di posizionamento strategico nel Sud Est Asiatico, ma rappresenta anche un banco di prova per l’Unione Europea che in questo contesto ambisce a costruire con la Cina una cooperazione economica basata su valori e regole condivisi e capace di contribuire alla pace e allo sviluppo internazionali. Proprio per questa ragione, la proposta del Parlamento Europeo di sospendere le attività relative all’approvazione del trattato in materia di investimenti con la Cina appare un segnale importante nei rapporti con Pechino. Tanto più che la Cina stessa ha avviato, attraverso la “Belt and Road Initiative”, una propria strategia volta a diffondere il sistema giuridico e giudiziario cinese nelle relazioni internazionali.

 

La domanda è se l’Unione sarà effettivamente in grado di esercitare la sua influenza e farsi esportatrice di buone pratiche e valori, come auspicato anche nell’ambizioso programma della Commissione von der Leyen, in un contesto globale ove la Cina detiene una posizione di crescente importanza in termini di potere economico, militare e anche di influenza culturale e giuridica. La risposta dipende principalmente da quanto i Paesi dell’Unione Europea saranno in grado di presentarsi uniti nel confronto con la Cina, anche in relazione all’approccio alla “Belt and Road Initiative”, e quindi dalla capacità dell’Unione di superare le sue innate fragilità in un tempo di crescenti forze centrifughe.

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