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| 06 apr 2025 | 16:52

L'Europa frega gli Usa? E' la fine del commercio internazionale? Quello che avreste sempre voluto sapere sui dazi americani (ma che non avete mai osato chiedere)

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 06 aprile 2025

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Andrea Fracasso, docente di politica economica, Scuola di Studi Internazionali e Dipartimento di economia e management dell’Università di Trento

 

I dazi imposti dalla Casa Bianca al resto del mondo rappresentano uno shock di proporzioni storiche. Questo e la scarsa chiarezza delle motivazioni hanno reso il quadro difficile da interpretare. Molte le affermazioni azzardate e molte le domande inevase. In questo contributo cercherò di affrontare le questioni emerse nel dibattito, con una premessa per comprendere le singole questioni successive.

 

Premessa: il sistema multilaterale degli scambi commerciali

A partire dal secondo dopoguerra i Paesi hanno ridotto i dazi attraverso delle negoziazioni multilaterali sulla quasi totalità dei beni (e parte dei servizi) bilanciando gli interessi complessivi, e non bilaterali, dei partner. La liberalizzazione multilaterale si basa sull’imposizione di identici dazi a tutti i partner commerciali, con la sola eccezione dei trattamenti preferenziali verso Paesi meno avanzati e verso i partner nelle aree di libero scambio. Il sistema dell’Organizzazione Mondiale del Commercio prevede degli organi per affrontare delle controversie commerciali e le regole consentono di introdurre dei dazi difensivi contro comportamenti nocivi e non rispettosi delle regole (quali il dumping).

 

Il sistema di dazi deriva quindi da diversi round negoziali multilaterali in cui ciascun Paese ha accettato di ridurre i propri dazi su una gamma di settori (favorendo l’accesso ai propri mercati degli esportatori stranieri) in cambio di veder ridotti i dazi degli altri Paesi per settori di interesse dei propri esportatori. E’ la combinazione di interessi diversi e la diversa specializzazione produttiva dei Paesi che rende i commerci internazionali complessivamente vantaggiosi per tutti.

 

Ciò che conta non è l’equilibrio bilaterale nei commerci tra Paesi, ma la creazione di pari opportunità di accesso ai mercati stranieri nel loro complesso. L’attuale assetto internazionale è il risultato di una negoziazione multilaterale a tutto tondo e riflette un accordo che tutti i Paesi hanno sottoscritto ritenendolo mutualmente benefico. Non deve sorprendere che questo abbia permesso agli Stati Uniti e all’Europa di mantenere il proprio alto reddito e abbia consentito a numerosi paesi emergenti di crescere.

 

Gli europei "ci fregano, è così triste, è così patetico" (Presidente Trump). Davvero?

Secondo il Presidente Trump gli europei hanno sfruttato il suo Paese e questo sarebbe dimostrato dall’avanzo commerciale europeo nel comparto dei beni (ma non dei servizi, si noti).

 

In realtà gli squilibri commerciali bilaterali sono un fatto normale nel commercio internazionale. Perché gli americani possano comprare molto vino dall’Italia essi devono generare reddito vendendo servizi informatici al Giappone. Parimenti, il reddito prodotto dalla vendita di vini italiani in America consente agli italiani l’acquisto di telefonini di ultima generazione dalla Corea. E così via. La possibilità di comprare dai produttori più bravi ed efficienti nel mondo aumenta il reddito e le possibilità di consumo di tutti. Questa è l’essenza della specializzazione internazionale legata al libero commercio.

 

Il resto del mondo ha fregato gli americani?

Dimenticando quindi gli squilibri bilaterali, si potrebbe affermare che il deficit commerciale complessivo degli Stati Uniti verso il resto del mondo segnala qualche problema. Questo è in effetti possibile.

 

L’analisi va allora indirizzata alle determinanti di tale squilibrio. L’Amministrazione Trump sostiene che esso nasca dalla mancanza di “reciprocità”, ovvero dal cattivo trattamento riservato alle merci e alle imprese americane. Possibile sia una componente, ma basta a spiegare la situazione?

 

La teoria economica ci dice che se un Paese investe più di quanto risparmia (come fanno gli Stati Uniti da decenni), esso deve necessariamente avere un deficit di partite correnti verso il resto del mondo. Se invece risparmia più di quanto investe, come fanno Cina o Germania, è inevitabile abbia un surplus. Squilibri costanti e persistenti tra investimenti e risparmi domestici generano squilibri di commercio globali. Si tratta di situazioni che dazi più alti non possono aggiustare, ma che possono essere affrontate con un riallineamento dei tassi di cambio e con una revisione della spesa pubblica e privata di tutti i Paesi.

 

Gli americani hanno ragione a dire che europei e cinesi hanno una dinamica di risparmio molto (troppo) più alta degli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti possono spendere così tanto (troppo) perché possono attirare capitali ingenti dal resto del mondo. Questo sistema ha favorito la crescita degli Stati Uniti per molto tempo, al costo di una posizione finanziaria esposta verso il resto del mondo.

 

Se è quindi ragionevole sostenere che l’esposizione finanziaria americana verso l’estero è eccessiva e che un processo di aggiustamento è comunque necessario, la qualità e la velocità del processo di aggiustamento non sono irrilevanti. E questa mossa unilaterale americana è destabilizzante.

 

Il sistema multilaterale è vecchio e va aggiustato?

Le condizioni alla base degli accordi negoziali si sono modificate in questi decenni. La Cina non è più un Paese a basso reddito, ma ancora non è una economia di mercato. L’Unione europea si è allargata. Gli Stati Uniti hanno promosso lo sviluppo dei servizi a scapito della manifattura, specie dopo la sbornia nel settore edilizio che ha condotto alla crisi dei mutui subprime. Molti Paesi emergenti sono cresciuti e competono su settori più avanzati del passato.

 

E’ altresì vero che servono strumenti migliori per costringere i Paesi a tenere comportamenti appropriati perché l’attuale sistema per dirimere le controversie non è efficace.

 

E’ quindi ragionevole sostenere che il sistema multilaterale del commercio necessiti di una riforma, come gli americani chiedono da tempo. Occorre però ricordare che sono proprio le imprese multinazionali americane che più hanno delocalizzato nei paesi “beneficiari", per così dire, delle lacune degli accordi. Questo suggerisce prudenza nel distribuire responsabilità per lo stallo osservato.

 

E’ la fine del commercio internazionale come lo conosciamo?

L’imposizione unilaterale di dazi elevati e differenziati per Paese, motivata da improbabili istanze di emergenza nazionale, smantella il sistema multilaterale. Essa re-introduce una logica basata sulla negoziazione bilaterale e priva di credibilità tutte le promesse reciproche. Insomma, è un macigno sul funzionamento del mondo che conosciamo.

 

Questo è un danno enorme, non una provocazione come dicono alcuni. Ogni Paese potrebbe sentirsi legittimato a non rispettare gli accordi, a discriminare le imprese straniere e a fare pressione su sulle decisioni interne altrui (una forma di coercizione economica). Se dovesse prevalere un confronto bilaterale poggiato su questa logica, non potremo cavarcela con qualche concessione reciproca. Se muore il sistema multilaterale, tornerà la legge della giungla. Come era il caso prima della fine della seconda guerra mondiale.

 

I dazi riporteranno la manifattura in America?

I sostenitori della Presidenza americana sostengono che gli Stati Uniti potranno riportare la manifattura in America. Anche assumendo che questo sia desiderabile (e chi lavora in uno studio legale, in una banca o presso una impresa di intelligenza artificiale potrebbe facilmente obiettare), è assai improbabile che ciò possa avvenire in tutti gli ambiti.

 

È infatti possibile che molte imprese non americane decidano di portare la produzione negli Stati Uniti per servire i consumatori americani senza che questi ultimi debbano pagare i dazi sui beni importati. Tuttavia, gli Stati Uniti non potranno produrre tutto, per di più considerato il basso tasso di risparmio. Nel tentativo di tornare a fare cose a basso valore aggiunto oggi localizzate in altri Paesi, inoltre, essi perderanno di efficienza e cresceranno i costi, rendendo meno conveniente la produzione. Nel tentativo di espandersi, alcuni settori contenderanno i lavoratori e il capitale agli altri. Se qualche settore trarrà del beneficio dalla mossa, molti perderanno. E di certo i consumatori, specie quelli più poveri, dovranno pagare di più per i beni di largo consumo.

 

Non è poi chiaro se i dazi saranno mantenuti nel tempo oppure se saranno usati strategicamente per ottenere concessioni su altri tavoli. Le imprese straniere useranno prudenza prima di spostare gli stabilimenti produttivi in America, salvo nei casi in cui questo era già stato deciso in precedenza (come nel caso di molti imprenditori europei che hanno colto la scusa al balzo per dare l’annuncio). La stessa ambiguità americana è quindi un serio ostacolo alla reindustrializzazione. E questa tardasse ad arrivare, le importazioni continuerebbero.

 

Qualora il resto del mondo, come ha deciso di fare la Cina, bloccasse le esportazioni di certe materie prime e prodotti, il processo potrebbe essere persino impossibilitato nei settori di frontiera che oggi prosperano. Non è un caso che gli Stati Uniti stessi abbiano previsto una lunga lista di eccezioni per permettere la libera importazione di beni strategici.

 

Se la reindustrializzazione dovesse accelerare, si noti, l’accresciuto investimento in nuovi stabilimenti produttivi in America farebbe crescere (invece che diminuire) le importazioni e lo squilibrio commerciale americano. Salvo, ovviamente, un crollo degli investimenti nei settori dei servizi. In entrambi i casi sarebbe l’esito contrario di quello desiderato dalla Presidenza.

 

Privilegio esorbitante, adieu?

L’effetto complessivo dei dazi dipenderà dall’andamento del dollaro. Solo il deprezzamento della valuta americana rafforzerà gli effetti delle misure tariffarie. Se l’Amministrazione americana avrà successo nello spingere gli altri Paesi a rivalutare le proprie monete, però, essa metterà a rischio la centralità americana nel sistema finanziario mondiale. Un afflusso più limitato di capitali e un minor uso del dollaro nelle transazioni internazionali sono elementi necessari per avere una svalutazione del dollaro. E questo è il contrario di quello che gli Stati Uniti hanno cercato di avere nell’ultimo secolo.

 

Molti dubitano che agli Usa convenga rinunciare al “privilegio esorbitante” (ovvero scambiare beni stranieri con biglietti verdi che i partner accettano come riserva di valore). L’America perderà il controllo del mercato dei capitali in cambio di una maggior produzione di scarpe da ginnastica?

 

Sim salabim. Una formula magica per calcolare i dazi?

L’Amministrazione ha reso pubblica la formula usata per determinare i dazi sulle importazioni dai vari Paesi. Una formula che contiene vari elementi economici combinati insieme senza alcun significato.

 

Una formula che assume incredibilmente non vi siano effetti economici generali dall’imposizione dei dazi. Una formula che considera solo le merci e non i servizi. Ma soprattutto una formula che rivela l’idea fallace che ogni squilibrio bilaterale negli scambi di merci sia problematico e da correggere.

 

Infine, una formula che prevede ottimisticamente un’ampia riduzione dei prezzi dei beni importati dall’estero, dato che gli esportatori accetterebbero di ridurre i prezzi dei prodotti così che i listini americani aumentino solo del 25% del dazio, ma che non considera che tale miglioramento nelle ragioni di scambio americane ridurrebbe anche il deficit commerciale, richiedendo dazi inferiori. Quindi, anche a voler seguire la logica (fallace) dell’esercizio, la formula proprio non funziona.

 

I dazi sono reciproci?

L’Amministrazione americana sostiene che ogni squilibrio commerciale bilaterale americano derivi da una mancanza di reciprocità di trattamento a svantaggio degli Usa. Uno svantaggio che si desume derivi da dazi e restrizioni più alte all’estero che in America. Per questa ragione l’Amministrazione afferma che i dazi sono diretti a riportare un trattamento più equo e sono “reciproci”.

 

In verità, come ho spiegato prima, gli squilibri bilaterali non derivano necessariamente da trattamenti non bilanciati e mancanza di reciprocità, ma dalle caratteristiche della specializzazione produttiva e del consumo. E anche gli squilibri complessivi verso il resto del mondo dipendono tanto da fattori macroeconomici quanto da restrizioni e distorsioni relative.

 

Ritorsione, aiuti alle imprese locali o sostengo all’export?

Di fronte alla decisione americana, il panorama politico si è diviso sulla risposta appropriata. Trattandosi di un atto di grave pressione, al limite della coercizione, è difficile non rispondere perché sarebbe un invito a reiterare. Tuttavia, l’imposizione di dazi europei sulle merci americane finirebbe per creare in Europa i problemi che ho descritto per l’America.

 

Una possibile soluzione è quella di definire un pacchetto di misure di ritorsione proporzionato e diversificato. Alcuni dazi potrebbero penalizzare le importazioni di beni americani che sono importanti per chi sostiene il Presidente Trump ma che possono essere facilmente sostituiti in Europa. Possono poi essere introdotte misure sui servizi e sull’attività di business nell’Ue, oltre che forme di tassazione delle multinazionali e delle attività digitali. Il Presidente Trump ha dichiarato (già due mesi fa) che considera misure di questo tipo come un atto ostile. Non sarebbe quindi una decisione facile per l’Ue, ma potrebbe essere chiarito che tali misure sarebbero rimosse immediatamente con la scomparsa dei dazi americani.

 

La proposta di aiutare le imprese locali ad affrontare lo shock americano ha senso, ma solo nel breve termine. E’ chiaro che le imprese avranno difficoltà ad adattarsi alle trasformazioni indotte dai dazi, ma anche che gli aiuti non possono sostituire la domanda americana a lungo. Allo stesso modo, è giusto pensare a un aumento del consumo pubblico europeo, ma sapendo che questo non riuscirà ad aiutare tutti i settori adeguatamente. Occorre accettare che la chiusura americana finirà per ridurre il reddito del resto del mondo e il consumo. Se il commercio aumenta opportunità e reddito, la chiusura li riduce.

 

Anche la proposta di dare aiuti alle imprese per esportare di più verso altri Paesi è sensata. Però, a ben guardare, è una mossa fallace in un’ottica multilaterale. Se tutti i Paesi cercassero di scaricare sugli altri le mancate esportazioni in America, l’esito finale sarebbe l’allargamento del confronto, lo spreco di risorse e probabilmente l’escalation dei dazi. Affermare, come hanno fatto alcuni, che si deve evitare l’escalation mentre si cerca di aumentare “forzosamente” le esportazioni verso terzi è una contraddizione.

 

Il pericolo viene dagli altri?

Alcuni osservatori sostengono che i dazi americani non sono il vero pericolo per l’Europa, mentre lo sarebbero i Paesi terzi che cercheranno di inondare il mercato europeo per compensare le mancate vendite negli Usa. Questa è una possibilità. Ma è semmai una aggravante della decisione americana, non una attenuante. In una catena di tamponamenti l’ultima auto della colonna ha torto.

 

L’unico modo per compensare minori vendite in America sarebbe una maggior liberalizzazione nel resto del mondo accompagnata da un aumento generalizzato della spesa pubblica e privata. Ogni altra strategia nazionale è un gioco a somma zero, quindi conflittuale. Ci sono molti modi di creare una escalation.

 

La regolamentazione verde: problema o soluzione?

Alcuni propongono di rivedere la regolamentazione green nell’Ue perché questa incide sui costi dell’attività produttiva. Sebbene sia necessario considerare la rilevanza di questo fenomeno, occorre ricordare che i requisiti tecnici europei fanno sì che solo le imprese più produttive possano vendere in Europa. Questi requisiti possono limitare l’afflusso di prodotti a basso costo e qualità dal resto del mondo meglio di quanto non possano fare dei dazi discriminatori europei. Anche in questo caso è necessario preservare l’equilibrio nelle misure. Two wrongs don’t make a right.

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