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Planetario H2O, parere ''non favorevole'' dal Comitato per i beni culturali. Ecco la storia del ''Prato di Palazzo'' (a partire dai Madruzzo)

La discussione sulla realizzazione del planetario H2O si arricchisce di un nuovo tassello. E' arrivato il giudizio "Non favorevole'' del Comitato per i Beni Culturali richiesto dall'assessore Mirko Bisesti.  Un giudizio negativo sull'utilizzo del prato "in ragione delle dimensioni che la struttura dovrebbe avere, oltre che per via delle interferenze visive con lo sfondo e con il contesto del Palazzo”

Pubblicato il - 05 settembre 2019 - 20:15

TRENTO. Prima le visioni differenti, da una parte il presidente del Mart Vittorio Sgarbi e quello del Muse Stefano Zecchi e dall'altra il direttore Michele Lanzinger (Qui l'articolo), poi la discussione in città e l'intervento dell'assessore Mirko Bisesti che ha chiesto un parere al Comitato provinciale per i beni culturali. (Qui l'articolo)

 

Fare o non fare nel prato delle Albere il Planetariio H20? La discussione si è arricchita oggi di un ulteriore tassello che arriva proprio dal giudizio del Comitato che si è espresso in maniera “non favorevole” sul posizionamento della struttura.

 

Il Comitato provinciale per i beni culturali è organo consultivo della Giunta provinciale e della Soprintendenza per i beni culturali. Al suo interno ci sono esperti nel mondo professionale e accademico nei settori dei beni architettonici, storici, artistici, archeologici e archivistici e librari.

 

Proprio questi esperti, nell'analizzare la questione, si sono concentrati in particolare sul delicato aspetto della compatibilità del progetto del planetario rispetto al prato e alle visuali del Palazzo delle Albere - di epoca rinascimentale - anche alla luce della prospettata installazione della struttura, che secondo la proposta sarebbe di un periodo compreso fra i dieci ed i quindici anni.

 

Un rapporto, quello tra il prato e i tentativi di cambiamento, che come vedremo più avanti non sono mai andati purtroppo a buon fine fino a ieri.

 

Il Palazzo delle Albere è un edificio storico ed è soggetto a un vincolo di tutela culturale, anche al fine di preservarne il decoro e la cornice ambientale. Un aspetto quest'ultimo che ha influito sulla decisione del comitato che “Pur manifestando grande apprezzamento per i valori culturali dell’iniziativa proposta e del relativo progetto”, dopo un’ampia e approfondita discussione “ha espresso parere non favorevole all’opera del planetario in quell’area, in ragione delle dimensioni che la struttura dovrebbe avere, oltre che per via delle interferenze visive con lo sfondo e con il contesto del Palazzo”.

 

Bene quindi le finalità del progetto ma il posto deve essere un altro. L'auspicio è quello che l'opera possa trovare una collocazione più idonea nelle vicinanze del Muse e che ora “possano essere avviati i necessari interventi di restauro e di valorizzazione del Palazzo e del prato”.

 

Dopo vari tentativi, insomma, anche il prato potrà essere valorizzato. A spiegarci la sua storia è l'architetto e artista Roberto Codroico che attraverso un suo scritto ricostruire i principali momenti della storia dove il palazzo delle Albere e il suo prato furono protagonisti di diversi tentativi di riqualificazione dell'area che non vennero però mai alla luce.

 

Si parte dalla fine del 1600 e si arriva agli anni più recenti quando, fu incaricato l’architetto Michelangelo Lupo di predisporre un progetto di sistemazione del prato di Palazzo. Anche questo progetto, però, che prevedeva di trasformare il prato in un giardino con alberi e viali fu respinto dalla Commissione Beni Culturali così come il ricorso avverso a tale decisione inoltralo alla Giunta Provinciale di Trento.

 

Ecco il testo completo scritto dall'architetto e artista Roberto Codroico

 

Nella prima pianta di Trento, una veduta a volo d’uccello edita a Venezia da Andrea Valvassore, disegnata da un ignoto autore, presenta tra i pochi elementi essenziali in basso a destra il Palazzo delle Albere con un ampio spazio libero contraddistinto dalla scritta “PRATO di PALAZZO”. Su questo una carrozza trainata da cavalli e scortata da cavalieri sta per raggiungere il ponte che immette nell’area fortificata della “peschiera”.

Nelle successive piante di Trento, che in modo evidente si rifanno alla prima, la scritta “Prato di Palazzo” è puntualmente ripetuta, così come non è intaccato lo spazio libero tra il Palazzo e i due volumi, oggi in procinto di crollare, costruiti ai lati dell’inizio del viale alberato che si conclude con i “tre portoni”, in origine costituito da un solo arco d’accesso.

 

Molti furono gli avvenimenti, che nel corso dei secoli si sono succeduti sul Prato di Palazzo, in modo particolare durate il Concilio, e descritti da Michelangelo Mariani nel suo “Trento con il sacro Concilio ed altri notabili”. Interessante ricordare anche le annotazioni del cardinale Ernesto Adalberto d’Harrach del 1648, quando su richiesta dell’imperatore fu “capo colonna” d’un corteo di oltre mille persone, che accompagnarono da Vienna a Rovereto, re Ferdinando con la consorte e la sorella eletta sposa di Filippo IV, che sostarono a Trento per diversi mesi ospiti del principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo.

Il cardinale Harrach, esponente d’una delle più importanti famiglie dell’impero, era a quel tempo vescovo di Praga, da dove poco prima era fuggito a causa dell’arrivo delle truppe protestanti, e teneva un diario “Tagebuch e zettelschen” in cui annotava giorno per giorno avvenimenti, persone e luoghi.

 

Il cardinale racconta delle sontuose feste, delle rappresentazioni teatrali, dei tornei cavallereschi ed anche di una partita a calcio svoltasi sul Prato di Palazzo per concludere, prima della sua partenza, con un pranzo con la presenza di molte “particelle”; Claudia Particella era la “favorita” del vescovo di Trento, come lo stesso cardinale Harrach con meticolosa precisione di particolari la definì in un pagina del suo diario.

Ricordo che il cardinale Harrach, alla morte del vescovo Carlo Emanuele, fu eletto vescovo di Trento; principato che resse dal 1665 al 1667, anche se solo sporadicamente presente in città dati i suoi impegni diplomatici.

Con la fine della dinastia dei Madruzzo ed il passaggio del Palazzo delle Albere alla Mensa arcivescovile ebbe inizio la decadenza del Palazzo, ed anche il prato fu trascurato. Nel Novecento  fu parzialmente tagliato dal tracciato della ferrovia Verona-Bolzano e da una deviazione della stessa per consentire un diretto accesso alla Michelin, che sul Prato di Palazzo aveva anche acquisito il diritto di realizzare dei pozzi per il prelievo d’acqua a scopo industriale.

 

Con la ferrovia fu interrotto il diretto collegamento tra il Palazzo e la città storica, mentre per la residenza dei Madruzzo, nonostante le molte proposte e tentativi non fu trovata una idonea destinazione d’uso sino a quando fu acquistato dal Provincia Autonoma di Trento e con il passaggio delle competenze in materia di Tutela dei Monumenti e delle Gallerie adibito a Museo d’arte Moderna e Contemporanea, con ingresso da via Roberto da Sanseverino.

 

Con l’inizio dei lavori di restauro del Palazzo e delle pertinenze, inizialmente condotti dall’architetto Michelangelo Lupo, furono tagliate alcune piante di alto fusto cresciute spontaneamente sul Prato di Palazzo, e ripristinato così l’aspetto originale, come lo stesso architetto Lupo ha scritto in una nota sui lavori di restauro.

In previsione della mostra antologica di Giovanni Segantini, poi allestita nel Palazzo delle Albere, dal 9 maggio al 30 giugno 1987, fu incaricato l’architetto Gian Leo Salvotti di redigere un progetto di sistemazione degli spazi attorno al Palazzo.

 

Salvotti da par suo, architetto e filosofo, ipotizzò di chiudere il Palazzo in un recinto costituito da un alto muro di 7 o 8 metri con edera rampicate sostenuta da una struttura metallica. Il Palazzo sarebbe così stato isolato e protetto dal caos urbanistico della città ottocentesca, ma anche dal Prato di Palazzo. Il progetto Salvotti per i suoi contenuti e le sue soluzioni formali meriterebbe un maggiore approfondimento, anche per il rispetto e l’amicizia che, nonostante la diversa posizione, ho sempre avuto per l’architetto. Mi limito qui a ricordare che la proposta Salvotti fu respinta dalla Commissione Beni Culturali (Soprintendenza dei Monumenti) così come il ricorso avverso a tale decisione inoltrato alla Giunta Provinciale di Trento, mentre il Prato di Palazzo fu velocemente sistemato alla meno peggio poco prima della mostra Segantini.

 

Qualche tempo dopo il nuovo assessore provinciale alla cultura, o meglio “assessora” come si usa oggi, incaricò l’architetto Michelangelo Lupo di predisporre un progetto di sistemazione del Prato di Palazzo. La proposta, che non si ritiene opportuno e necessario descrivere, fu l’occasione di evidenziare l’irregolarità dimensionale del Palazzo rispetto alla simmetria che dovrebbe avere un edificio del Rinascimento.

Anche il progetto Lupo, di trasformare il Prato di Palazzo in un giardino con alberi, viali etc. fu respinto dalla Commissione Beni Culturali così come il ricorso avverso a tale decisione inoltralo alla Giunta Provinciale di Trento.

 

Da quanto sommariamente esposto appare chiara la posizione assunta in passato dalla Commissione Beni Culturali (Soprintendenza ai Monumenti) e della Giunta Provinciale in merito al Prato di Palazzo.

La tutela non è una norma ne un regolamento ma si basa su considerazioni culturali. La cultura non è statica, pertanto anche le considerazioni in materia di tutela possono evolversi nel tempo secondo nuove sensibilità, che è auspicabile tendano alla conservazione del passato.

 

Ora è prevista la collocazione nell’angolo nord-est del Prato di Palazzo di un planetario contenuto in una “provvisoria cupola geodetica” in analogia a quelle progettate dall’ingegnere americano Richard Buckminster Fuller (1895-1983) con un intreccio di travi giacenti su cerchi posti sulla superficie di una sfera. Gli esempi più interessanti realizzati da Buchminster Fuller sono: nel 1967 il padiglione americano per l’Expo di Montréal, nel 1960 il “Climatron” nei giardini botanici del Missouri, progetti che furono illustrati dallo stesso progettista nei primi anni settanta durate una conferenza tenuta alla facoltà d’architettura di Venezia ed alla quale ho avuto la fortuna di assistere.

 

Sebbene allora, così come ancora oggi, consideri estremamente interessanti queste costruzione, le ritengo, oltre che invasive del Parato di Palazzo, appartenenti al passato ed estranee ad una soluzione architettonica regionalista.

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