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Belluno
18 giugno | 12:34

Libro bianco della montagna, capire le specificità delle terre alte per favorire lo sviluppo: “Le politiche urbane non possono essere forzatamente applicate in montagna”

In dieci anni (2012-2022) i comuni montani del Veneto hanno perso il 4,8% della popolazione, contro lo 0,5% di quelli non montani, mentre l’indice di vecchiaia è di 235 anziani ogni 100 giovani (186,1 nei non montani). In parallelo, sono drasticamente inferiori anche posti letto in sanità e accessibilità alle infrastrutture ferroviarie. Alla presentazione del Libro bianco della montagna analizzate risorse e debolezze delle terre alte

SEDICO. In dieci anni (2012-2022) i comuni montani del Veneto hanno perso il 4,8% della popolazione, contro lo 0,5% di quelli non montani, mentre l’indice di vecchiaia è di 235 anziani ogni 100 giovani (186,1 nei non montani e 187 il dato nazionale). In parallelo, nel 2021 i posti letto nelle strutture sanitarie erano 0,16 ogni 1.000 abitanti, contro i 3,40 dei comuni non montani mentre l’accessibilità delle infrastrutture ferroviarie era rispettivamente del 6% contro il 71%.

 

“In Veneto il territorio montano non è quello preponderante, circa il 30% della superficie totale, ma è abitato da una bassa percentuale di veneti e questo lo condanna a essere poco attenzionato”, afferma Annamaria Giorgi, docente presso Unimont Università della montagna. L’equilibrio tra la percentuale di territorio e residenti condiziona infatti investimenti e servizi e la montagna oggi è indebolita a causa delle scelte politiche. “La concentrazione del potere nelle zone di pianura - prosegue Giorgi - ha fatto sì che i modelli di sviluppo siano urbano-centrici: le montagne sono interpretate solo come ambiente, agricoltura, svantaggio e marginalità. Invece, sono ambiente ma anche umanità, agricoltura ma anche servizi. Bisogna quindi guardare ad esse con visione di sistema, non partendo da un principio di svantaggio e marginalità che altrimenti porta al sussidio come strumento di risoluzione dei problemi".

 

Queste riflessioni sono emerse dall’incontro organizzato a Villa Patt per presentare il rapporto di ricerca “Libro bianco sulla montagna” realizzato da Unimont su incarico del Ministero per gli affari regionali e le autonomie. Lo studio esplora le caratteristiche ambientali e territoriali, socio economiche e di governo dei territori montani italiani, regione per regione. “Il Libro bianco - osserva Ennio Vigne, presidente Uncem Veneto - serve soprattutto per far capire a chi non abita la montagna cos’è la montagna e cosa le serve: quando ad esempio sento che le associazioni in pianura raccolgono fondi per piantare alberi in montagna, mi blocco perché noi abbiamo bisogno piuttosto di tagliarli e ristabilite le aree prative, ma non è un messaggio semplice da trasmettere. Dobbiamo quindi chiedere regole diverse, smettere di lamentarci per le risorse economiche, che non mancano, e ottenere un cambiamento per metterle a terra: semplificare la vita ai sindaci e avere province elettive, in cui ci siano persone che si occupano a tempo pieno di gestire il territorio”.

 

Molti dunque gli spunti di riflessione nel Libro, a partire dall’assenza di una politica specifica per la montagna. C’è invece assoluto bisogno di scelte plasmate sulle specificità della montagna, ma non le possiamo ottenere senza una definizione intellettualmente onesta di cosa essa sia. Oltre alla scarsità di esperti del territorio montano (a livello giuridico, ad esempio, sono pochi gli specialisti di governance dei territori montani), alle poche analisi aggiornate e alla difficoltà di reperimento dei dati, il tema cruciale è infatti quale sia il perimetro della montagna italiano. Ci sono tre diversi contesti: quello stabilito dalla legge 991/1952 che, pur abrogata, definiva come montani oltre la metà dei comuni italiani (4.062), il 61% della superficie nazionale e il 33,3% degli italiani, con una evidente sovrastima. C’è poi la zona altimetrica Istat, basata su quota, pendenza e parametri geomorfologici (e comprende come montani 2.487 comuni, il 35,25% della superficie e il 12,1% degli italiani), ma ha valore puramente statistico, e infine Eurostat, secondo cui sono montani 63 province, il 67,2% del territorio e il 48,7% degli italiani. “Queste definizioni che allargano e stringono il perimetro delle zone montane - osserva Giorgi - sono pericolose perché ne escono quadri differenti: se ad esempio calcoliamo il Pil della montagna sulla definizione di Eurostat, emerge che in essa si produce il 48% del totale italiano. Non vive, quindi, una condizione di svantaggio”.

 

L’analisi del Libro bianco, che fa riferimento al perimetro Istat, cerca quindi di affrontare i vari aspetti che riguardano la montagna ed evidenziare sfide e proposte per il futuro. Un esempio su tutti le foreste, che ricoprono il 36,7% della superficie nazionale, ma la cui proprietà è frammentata (il 63,5% è privato e il 32% pubblico). La maggior parte di esse si trova in comuni montani ed è perlopiù usata nel mercato della legna da ardere, che è il più povero. “Significa - afferma Giorgi - che è una risorsa potenziale che abbiamo trascurato”. Vale anche per la provincia di Belluno, dove il mercato dei crediti di carbonio potrebbe valere circa 10 milioni di euro utilizzabili a beneficio delle comunità locali.

 

L’aspetto però primario da tenere in considerazione è la specificità. Chiedere politiche mirate non significa pretendere privilegi, ma fare scelte che tengano conto delle risorse e degli svantaggi di questi territori. “La grande differenza con i sistemi urbani - conclude Giorgi - è nella componente ecologica, che nelle metropoli è stata estromessa: è quindi evidente che le formule applicate in contesti urbani non possono essere le stesse che si cerca forzatamente di applicare in quelli montani ad alta naturalità. Bisogna rivedere la lettura data alle montagne e alle opportunità che qui si possono generare”.

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