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Approvata la risoluzione per riabilitare gli oltre 750 fucilati della Grande Guerra, che ora va al Senato. La sottosegretaria Pucciarelli: "Atto doveroso"

La Commissione Difesa del Senato ha approvato la risoluzione presentata nel 2018 per riabilitare storicamente i militari del Regio esercito vittime delle fucilazioni esemplari. Esulta la sottosegretaria Pucciarelli: "Atto necessario e doveroso". Ma qual è il senso di questa misura?

Di Davide Leveghi - 14 marzo 2021 - 18:12

TRENTO. “La Commissione Difesa del Senato, a conclusione dell'esame sulle prospettive della riabilitazione storica dei militari fucilati durante la Prima guerra mondiale, ha approvato all'unanimità la risoluzione su tale dossier di fondamentale importanza per le nostre Forze armate”. Esulta così, la senatrice leghista Stefania Pucciarelli.

 

La nuova sottosegretaria alla Difesa ha infatti comunicato l'importante approvazione da parte della Commissione alla difesa del Senato del disegno di legge presentato ancora nel 2018. Intitolato “Disposizioni per la riabilitazione storica degli appartenenti alle Forze armate italiane condannati alla fucilazione dai tribunali militari di guerra nel corso della Prima guerra mondiale”, il disegno di legge ha finalmente compiuto un passo decisivo verso l'arrivo in aula, dove verrà discusso.

 

La commissione, presieduta dall'ex ministra dem Roberta Pinotti ha dato così l'ok ad una misura immaginata inizialmente per il centenario della Grande Guerra ma poi “scivolata” in avanti. Nondimeno, la concomitanza di altri anniversari, come quello della traslazione del Milite Ignoto a Roma (1921), permette di sfruttare tale occasione per una riabilitazione a posteriori volta a fare giustizia.

 

Ritengo che riabilitare i 750 militari italiani giustiziati tra il 1914 e il 1918, compresi i fucilati per l'esempio che erano stati condannati con un processo sommario sia stato un atto necessario e doveroso, che restituisce l'onore a centinaia di vittime ed ai loro familiari – ha proseguito Pucciarelli – finalmente, dopo più di un secolo, siamo riusciti a riabilitare la memoria dei nostri soldati, condannati alla fucilazione da tribunali militari di guerra, senza garanzie, in un clima di paura, dove l'esempio da dare alle truppe era spesso la motivazione della condanna”.

 

Ma in cosa consiste in sostanza questa risoluzione? Firmata dai senatori Rojc, Bressa, Rauti, Corrado, Garavini, Cucca, Iori, Rampi, Taricco, Pittella, Fedeli e Laniece, e comunicata alla presidenza il 19 dicembre 2018, “promuove ogni iniziativa volta al recupero della memoria di tali caduti, in particolare ogni più ampia iniziativa di ricerca storica volta alla ricostruzione delle drammatiche vicende del Primo conflitto mondiale con speci­fico riferimento ai tragici episodi dei militari condannati alla pena capitale”.

 

 

 

 

In base al rifiuto della pena di morte da parte della Costituzione repubblicana, dispone inoltre che i nomi dei militari delle Forze armate italiane fucilati vengano “inseriti nell'Albo d'oro del Commissariato generale per le onoranze ai caduti”, oltre che ricordati in una targa sul Vittoriano di Roma e nei sacrari militari – che recita “Nella ricorrenza del centenario della Grande Guerra e nel ricordo perenne del sacrificio di un intero popolo, l'Italia onora la memoria dei propri figli in armi, vittime della crudele giustizia sommaria. Offre la testimonianza di solidarietà ai soldati caduti, ai loro familiari e alle popolazioni interessate, come atto di riparazione civile e umana”.

 

E ancora: apertura degli Archivi delle Forze armate dell'Arma dei carabinieri per “tutti gli atti, le relazioni e i rapporti legati alle operazioni belliche, alla gestione della disciplina militare nonché alla repressione degli atti di indisciplina o di diserzione, ove non già versati agli archivi di Stato” e promozione di lavori di studio e ricerca del Comitato tecnico-scientifico per la promozione d'iniziative di studio e ricerca sul tema del "fattore umano" nella Grande Guerra.

 

Quest'ultimo punto, in particolare, merita attenzione, considerando anche la varietà dello spettro politico alla base dell'iniziativa (dal Partito democratico al Movimento 5 stelle, da Liberi e uguali a Fratelli d'Italia). “Al fine di promuovere una memoria condivisa del popolo italiano sulla prima guerra mondiale, il Comitato tecnico-scientifico per la promozione d'iniziative di studio e ricerca sul tema del 'fattore umano' nella Grande Guerra, di cui al decreto del Ministero della difesa 16 ottobre 2014, promuove la pubblicazione dei propri lavori, in forme che assicurino la massima divulgazione”.

 

Fondato nel 2014 con lo scopo di promuovere “ogni iniziativa capace di alimentare una matura e rinnovata memoria condivisa delle passioni e delle sofferenze che segnarono la partecipazione alla prima guerra mondiale di milioni di uomini e donne appartenenti a tutte le componenti della comunità nazionale”, il Comitato finisce involontariamente per svelare le inesattezze e le contraddizioni stesse di questo tipo di iniziative.

 

Cos'è infatti la memoria condivisa? Cosa furono le fucilazioni sommarie e le decimazioni disposte dall'esercito di Cadorna (su cui tanto si discute rispetto alla toponomastica)? Quali e quante discontinuità ci furono tra quel Regio esercito e quello dei suoi successori? Storia e retorica sono mondi che si compenetrano quando le istituzioni usano il passato per legittimarsi. La costruzione di una memoria ufficiale, proprio per questo, finisce per compiere delle scelte che isolano degli episodi dal loro contesto, creando una narrazione incoerente con la complessità degli eventi e de-storicizzata

 

Quale memoria condivisa si vuole creare sulla Grande Guerra riabilitando i militari ingiustamente fucilati? Quale memoria – considerando che la memoria condivisa per sua stessa definizione non esiste, essendo le memorie individuali o al massimo collettive, cioè di gruppi che condividono valori e vissuti – si vuole promuovere? Quali altre memorie rimangono escluse?

 

E ancora: come convive la memoria dei fucilati riabilitati con quella di una guerra d'aggressione, rispetto alla quale la popolazione è in grandissima parte contraria e in cui i soldati vennero mandati al macello in attacchi spesso inutili, per strappare qualche crozzo al nemico? Dove sta la memoria di tutti quelli che italiani lo furono solo dopo il 1918? Può essere “condivisa” la memoria se i vissuti degli uomini e delle donne di quei territori non hanno nulla a che spartire con il racconto delle istituzioni nazionali?

 

Le pieghe del passato, la sua complessità e la sua contradditorietà, difficilmente si conciliano con il desiderio della politica di appropriarsene. E quando questa lo fa, ecco emergere tutte le problematiche del caso.

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