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Coronavirus, il governo elogia la “ricetta umbra”: intercettare le varianti e istituire “micro-zone rosse”. Intanto sulle mutazioni in Trentino regna ancora il silenzio

Mentre l'Umbria ha isolato le varianti e preso prontamente delle misure ad hoc, l'Alto Adige, saputo che c'erano le mutazioni, ha immediatamente adottato il lockdown severo. In Trentino, invece, dopo settimane sul tema regna ancora il silenzio

Di Davide Leveghi - 17 febbraio 2021 - 13:26

TRENTO. C'è una piccola Regione al centro dell'Italia che ha vissuto nelle ultime settimane un incremento consistente dei contagi. Eppure, mentre il resto del Paese si doveva ancora rendere conto di quanto incidessero le mutazioni del virus, l'amministrazione ha preso le dovute misure, disponendo chiusure mirate (vere e proprio “micro zone rosse”) e al tempo stesso lavorando nei laboratori per sequenziare e isolare le varianti.

 

Nella giornata di martedì 16 febbraio, il ministro della Salute Roberto Speranza si è recato a Perugia per dimostrare la vicinanza del governo alla Regione guidata dalla leghista Donatella Tesei. “Il lavoro dell'Umbria è particolarmente prezioso, perché ci consente di capire meglio cosa sono e come affrontare le varianti. L'istituzione delle zone rosse è una misura dura ma necessaria per abbassare il numero dei contagi e dei morti. Bisogna agire con fermezza”, ha dichiarato a margine il ministro, fresco di riconferma dopo l'avvicendamento a Palazzo Chigi tra Giuseppe Conte e Mario Draghi.

 

Grazie all'Università di Perugia e ai suoi laboratori, l'Umbria ha individuato e isolato le varianti. Nel mentre, singoli territori venivano sottoposti a zone rosse ad hoc, mentre il resto della Regione si trovava, secondo il monitoraggio nazionale, in zona arancione. “Il ministro ci ha detto che lavoro di individuazione delle varianti in questa fase è stato importantissimo per tutto il Paese”, ha esultato Tesei, che da parte sua è riuscita anche a strappare delle promesse di sostegno per l'approvvigionamento dei vaccini e dei ristori.

 

Non basta andare tanto lontano dal Trentino, però, per trovare territori che hanno individuato le varianti e agito di conseguenza. Lo stesso Alto Adige, sia dopo l'individuazione della variante inglese, che dopo quella della mutazione sudafricana, ha infatti adottato misure severe – in quest'ultimo caso, misure che saranno al centro della nuova ordinanza firmata nella giornata di mercoledì 17 febbraio.

 

Ancora nella serata di sabato 13 febbraio, invece, il dirigente generale del Dipartimento salute Giancarlo Ruscitti spiegava in conferenza stampa che la presenza in Trentino dovrebbe essere in linea con la media nazionale. “Auspichiamo, dalle stime che arrivano a livello nazionale, che anche da noi la variante inglese sia al 20% e non al 40% come sta accadendo in altre zone del Paese”.

 

Raggiunto da il Dolomiti, l'Istituto zooprofilattico delle Venezie, lo stesso ente che si occupa nel Nord Est di sequenziare le varianti del virus, e con cui la Provincia di Trento aveva annunciato ancora lo scorso 29 gennaio di aver attivato una collaborazione proprio su questo tema, negava di aver visto i campioni inviati da Trento. “Qui non abbiamo dati al momento sul monitoraggio del Trentino, fino a 2 giorni fa non mi risultano essere arrivati campioni da analizzare dalla Provincia di Trento”, ha spiegato il responsabile dei rapporti con la stampa. Era il 13 febbraio 2021 e nel tardo pomeriggio Ruscitti avrebbe pronunciato le parole suddette.

 

Due giorni prima, lo stesso negava la presenza delle varianti in Trentino, mentre il direttore Antonio Ferro e il dirigente generale di Apss Pier Paolo Benetollo sostenevano che invece, vista anche la vicinanza di Bolzano, la variante inglese non potesse che aver fatto capolino anche nei confini provinciali.

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