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Nell'Hospice durante il Coronavirus: ''Alcuni familiari hanno deciso di restare qui in 'quarantena' per accompagnare i cari nell'ultimo tratto di vita''

Le restrizioni, durante e dopo il lockdown, hanno messo e stanno mettendo a dura prova anche gli Hospice e chi, lì, di tempo ne ha poco. Il direttore dell'Hospice Cima Verde di Trento, Stefano Bertoldi: "Ai primi di marzo è arrivato dalla Pat e dall'Azienda sanitaria lo stop all'ingresso dei familiari, sia per le Rsa sia per le strutture socio-sanitarie e noi siamo andati un po' in crisi: ci sembrava inumano non permettere ai familiari di accompagnare i propri cari nell'ultimo tratto di vita"

Di Arianna Viesi - 26 luglio 2020 - 22:06

TRENTO. "Ai primi di marzo è arrivato dalla Pat e dall'Azienda sanitaria lo stop all'ingresso dei familiari, sia per le Rsa sia per le strutture socio-sanitarie e noi siamo andati un po' in crisi: ci sembrava inumano non permettere ai familiari di accompagnare i propri cari nell'ultimo tratto di vita", a raccontarlo è Stefano Bertoldi, direttore dell'Hospice Cima Verde di Trento (QUI per approfondire). 

 

L'isolamento e il distanziamento sociale sono stati pesi difficili da portare, per tutti. Ma, quello stesso isolamento e quello stesso distanziamento, hanno rischiato di diventar macigni per chi, di tempo, non ne aveva più. Certo, per noi, non poter vedere e abbracciare le persone cui vogliamo bene, per tutte quelle settimane, è stato pesante. Ma provate ad immaginare cosa ha (avrebbe) potuto significare per chi si stava preparando a salutarle per sempre, quelle persone. "E' stato un momento di forte crisi - continua Bertoldi -. In Italia c'era un po' di tutto: strutture che hanno chiuso completamente, altre solo parzialmente. Anche gli operatori vivevano questo clima teso, d'incertezza".

 

Così Stefano Bertoldi, insieme al Direttore Sanitario dell'Hospice e agli operatori, s'è 'inventato' un modo (bellissimo) per permettere agli ospiti di continuare a vedere le famiglie. "Abbiamo lavorato sul  'metodo spiraglio'. Le condizioni di fragilità dei nostri pazienti ci hanno fatto riflettere su come poter predisporre delle modalità di visita compatibili con i protocolli di sicurezza".

 

"La nostra fortuna - continua - è stata che il nostro Hospice ha le stanze tutte al piano terra ed è circondato da un prato. Questo, ovviamente, ha facilitato le cose. Attraverso un'apertura di trenta centimetri della portafinestra della stanza, siamo riusciti a mantenere una relazione non solo visiva ma anche verbale tra ospite e familiare. I familiari stavano su una poltroncina, sul prato, e così venivano garantiti anche i due metri di distanza tra la sedia del familiare e il letto del paziente, e tutti ovviamente stavano con la mascherina. Questa modalità è stata particolarmente apprezzata dai parenti dei nostri pazienti che hanno così evitato il 'vissuto abbandonico'. In questo contesto è stato fondamentale anche il contributo dei volontari, appositamente formati, che hanno giocato un ruolo ponte tra visitatore e paziente intervenendo con la loro pacata dolcezza".

 

Le indicazioni arrivate da Pat e Azienda Sanitaria erano molto chiare: non si poteva far entrare nessuno. Ma Bertoldi, con questo "metodo spiraglio" (in senso stretto, dati i pochi centimetri di apertura delle finestre, e in senso metaforico), è riuscito quasi a fare l'impossibile. "Pensi se avesse suo padre o sua madre che sta morendo, cosa avrebbe voluto? Abbiamo pensato a lungo a come fare, a come evitare questa inumanità. La nostra scelta è stata condivisa anche con l'Azienda Sanitaria, ovviamente".

 

"Questo - continua - ci ha permesso di salvare l'importanza del contatto, verbale e non verbale. In questi frangenti hanno fatto uno straordinario lavoro anche gli operatori che si sono sentiti ancor più responsabilizzati in un percorso relazionale con i parenti. Non potendo più entrare né i volontari né i familiari, gli operatori rimanevano di più nelle stanze con gli ospiti, chiacchieravano con loro".

 

C'è chi, poi, ha fatto una scelta diversa e, quando tutto si è fermato, ha deciso di fermarsi all'interno dell'Hospice, accanto alla propria "persona", per non lasciarla sola, per tenerle la mano, fino alla fine. "Quando è uscita la circolare che vietava le visite dei propri cari, noi avevamo già due o tre familiari che stavano dentro l'Hospice. Le nostre stanze, infatti, sono tutte dotate di divano letto, piastra induzione ecc. per permettere ai familiari di stare con il proprio caro se lo desiderano. Ecco, quando è stato decretato il lockdown, stavamo ospitando anche un paio di familiari che si sono trovati davanti ad un bivio: o si rimaneva dentro senza poter uscire o, se si decideva di uscire, non si sarebbe più rientrati (ancora non c'era il 'metodo spiraglio' e, dunque, i familiari non sapevano se e quando avrebbero potuto rivedere i propri cari, ndr). Due donne, allora, hanno deciso di restare dentro l'Hospice, accanto ai rispettivi mariti, per accompagnarli fino alla fine".

 

Quella del "lutto mutilato" è una questione con la quale, nei prossimi mesi, dovremo fare i conti (QUI per approfondire). Non potersi salutare è lacerante: per chi se ne va, e per chi resta. "Non poter salutare i propri cari è un dramma - dice Bertoldi -. La ritualità del funerale è un aspetto fondamentale per poter elaborare il lutto. Anche per questo ci siamo spesi perché tutti avessero modo di dare l'ultimo saluto ai propri cari. Le camere di commiato sono al piano terra. I familiari hanno sempre potuto accedere alla camera mortuaria per salutare il proprio caro. E' un momento importante, di ricordo e vicinanza. Avevamo anche pensato di proporre ai familiari dei nostri ospiti Il lutto, un percorso dentro la vita, un cammino ad un paio di mesi dal decesso, quattro cinque incontri di supporto psicologico in gruppo per chi rimane. Avrebbe dovuto partire proprio il 4 marzo ma poi tutto si è arenato. A settembre ripartiremo e cercheremo di prediligere i familiari che hanno avuto meno possibilità di accompagnare il proprio caro negli ultimi istanti".

 

"Il fatto di dover sospendere le visite e vivere l'ultima parte della propria vita, in parte, da soli ha avuto un grandissimo impatto emotivo - continua -. Rimanere gran parte del tempo soli è difficile. Fortunatamente c'è stato un grandissimo impegno da parte dei nostri operatori, molto più presenti nelle stanze dei nostri pazienti. Un aiuto è venuto anche dalla tecnologia, con videochiamate e messaggi. I nostri ospiti, insomma, non sono mai stati lasciati soli, nonostante le restrizioni. Gli operatori sono sempre stati presenti, anche la psicologa è sempre stata qui e io pure. Noi operatori non vediamo l'ora che tutto questo finisca, anche la mascherina, è vero che con gli occhi si può sopperire al sorriso, ma l'abbraccio, la carezza, il conforto del contatto corporeo è fondamentale".

 

E, ora, che il lockdown è finito e che si è tornati ad una "nuova" normalità, le cose come stanno? "Ora - spiega il direttore - continuiamo con l'approccio spiraglio ma permettiamo anche di entrare negli ultimi due, tre giorni di vita, con attenzione ovviamente. Poi stiamo vivendo le condizioni del momento. Due giorni fa eravamo molto più ottimisti: vediamo se possiamo aprire a tutti, già ieri il contagio che si è alzato ci ha destabilizzato. Stiamo navigando a vista, insomma".

 

Insomma, tra "metodo spiraglio" e permanenza di alcuni familiari all'interno della struttura gli ospiti di Cima Verde non sono stati lasciati soli, mai. C'è chi, però, (soprattutto familiari, ci dice Bertoldi) ha preferito, data la situazione, portare il proprio caro a casa. "L'avrei fatto anch'io - ammette il direttore -. Se avessi un papà qui che sta per morire, avrei rischiato e l'avrei portato a casa per accompagnarlo nei suoi ultimi giorni. C'è chi lo ha fatto, anche da noi. C'è da dire, però, che chi arriva nella nostra struttura ha un'età mediamente avanzata e quindi un partner altrettanto anziano e spesso i figli lontani. Dunque, per questa tipologia di ospiti e familiari, l'accudimento a casa è spesso complesso".

 

Le persone che arrivano in Hospice, è bene sottolinearlo, sono una percentuale, risibile, di coloro che ricorrono alle cure palliative. Le cure territoriali, spiega Bertoldi, sono ben organizzate e la maggior parte delle persone muoiono a casa, e così è stato anche durante il lockdown. Nei tre Hospice trentini ci sono 27 posti letto: 12 a Trento, 9 a Mori e 6 a Mezzolombardo.  Durante la fase emergenziale, con le terapie intensive piene, la struttura di Mezzolombardo è stata convertita in reparto Covid e a Cima Verde è stato chiesto di di aumentare  la propria capienza fino a 14/15 posti-letto. "In certi periodi - racconta il direttore - avevamo anche due persone per stanza. Di più non ce la sentivamo. Non è stato semplice".  

 

Da ultimo, Stefano Bertoldi ci tiene a ringraziare i volontari che non hanno mai smesso di prestare il proprio servizio, pur nelle difficoltà del momento (QUI ARTICOLO). "L'apporto dei volontari nella nostra struttura è fondamentale, sempre. Solo nelle ultime settimane hanno ripreso le attività 'in presenza'. Abbiamo più di cento volontari che gravitano intorno a Cima Verde: c'è sempre stato movimento, musica, la pet therapy. Speriamo che, presto, si possa tornare a tutto questo. Perché, ci tengo sempre a ricordarlo, l'Hospice non è un posto dove si va a morire ma un posto dove vivere intensamente anche l'ultimo periodo".

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