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Le origini del fascismo raccontate dal regime: il Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925

Il 21 aprile 1925 veniva pubblicato su Il popolo d’Italia il Manifesto degli intellettuali fascisti. Promosso dal filosofo Giovanni Gentile, raccontava con un linguaggio pomposo la storia del fascismo presentandolo come una missione che si compiva, un “movimento dello spirito italiano intimamente connesso alla Nazione”. Nell’anno del centenario della Marcia su Roma, prosegue la rubrica d’approfondimento “Cos’era il fascismo”, alla scoperta delle sue origini

Di Davide Leveghi - 03 April 2022 - 13:06

Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato. Lo squadrismo agì contro le forze disgregatrici antinazionali, la cui attività culminò nello sciopero generale del luglio 1922 e finalmente osò l’insurrezione del 28 ottobre 1922, quando colonne armate di fascisti, dopo avere occupato gli edifici pubblici delle province, marciarono su Roma” (Dal Manifesto degli intellettuali fascisti, aprile 1925)

 

TRENTO. “Il Fascismo è un movimento recente ed entico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre”. Cominciava così il Manifesto degli intellettuali fascisti, che vide la luce il 21 aprile 1925, giorno del “Natale di Roma”. Promosso dal principale filosofo del fascismo, Giovanni Gentile, tratteggiava nella sua traiettoria storica le basi ideologiche-politiche del regime, lo spirito che il governo Mussolini, secondo gli Istituti fascisti di cultura, incarnava di fronte alla Storia e al mondo intero.

 

La ricostruzione storica – firmata da alcuni dei più celebri intellettuali dell’epoca, da Gabriele D’Annunzio a Margherita Sarfatti, da Curzio Malaparte a Ugo Ojetti, Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti e tanti altri – piegava gli anni più caldi del primo dopoguerra ad un’interpretazione fortemente ideologica, in cui il fascismo veniva presentato come un “movimento politico e morale” propugnatore di un’idea della politica come “palestra di abnegazione e sacrificio dell’individuo a un’idea in cui l’individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto; un’idea che è Patria, come ideale che si viene realizzando storicamente senza mai esaurirsi, tradizione storica determinata e individuata di civiltà”.

 

Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della grande guerra, da cui il popolo italiano era uscito vittorioso ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere se non lo negava apertamente il valore morale rappresentandola agli italiani da una punto di vista grettamente individualistico e utilitaristico come somma di sacrifici, di cui ognuno per parte sua doveva essere compensato in proporzione al danno sofferto

 

Il Manifesto racconta la storia del fascismo dalle origini: il quadro del difficile dopoguerra italiano viene così presentato come lo scontro fra un manipolo di reduci desiderosi di difendere l’autorità dello Stato, del re e dell’esercito – “simboli della Nazione soprastanti agli individui e alle categorie particolari dei cittadini” – ed una massa mossa solamente da “un disfrenarsi delle passioni e degl’istinti inferiori, fomento di disgregazione sociale, di degenerazione morale, di egoistico e incosciente spirito di rivolta a ogni legge e disciplina”.

 

È in questo contesto che il fascismo assume i tratti di una “missione” e i fascisti si trasformano nei suoi missionari. Agli albori, il movimento ammicca alle istanze rinnovatrici diffuse fra i reduci; promette lavoro e giustizia sociale (QUI l’articolo), usa le piazze come luogo per imporre l’attivismo dell’avanguardia, anti-partito sprezzante delle masse, delle folle socialiste e cattoliche, neutraliste e per questo anti-nazionali. Attraendo futuristi e Arditi (QUI l’articolo), il fascismo troverà il suo repertorio di rituali e modelli nell’impresa fiumana, a cui parteciparono moltissime camicie nere.

 

I fascisti erano minoranza, nel Paese e in Parlamento, dove entrarono, piccolo nucleo, con le elezioni del 1921. Lo stato costituzionale era perciò, e doveva essere, antifascista, poiché era lo Stato della maggioranza, e il fascismo aveva contro di sé appunto questo Stato che si diceva liberale; ed era liberale, ma del liberalismo agnostico e abdicatorio, che non conosce se non la libertà dei singoli […] Ma non era lo Stato, la cui idea aveva potentemente operato nel periodo eroico italiano del nostro Risorgimento, quando lo Stato era sorto dall’opera di ristrette minoranze, forti della forza di una idea alla quale gl’individui si erano in diversi modi piegati e si era fondato col grande programma di fare gli italiani, dopo aver dato loro l’indipendenza e l’unità

 

Affrontati e “sabotati” gli oppositori in ogni maniera, il fascismo – col suo carattere “religioso e perciò intransigente” – cominciava il suo confronto con lo Stato e le istituzioni liberali. Già dalla metà del 1920, ogni istanza rinnovatrice contenuta nel programma sansepolcrista è abdicata. Mussolini e i dirigenti del partito operano una svolta reazionaria, che pretende presentare il fascismo e le sue squadre come difensori dell’ordine della borghesia e delle classi dirigenti contro chi quell’ordine lo voleva disgregare. La marea nera comincia a montare sempre più, lo squadrismo si fa movimento di massa, che da una parte punta a annichilire il nemico, dall’altra a prendere le redini del potere.

 

Contro tale Stato il Fascismo si accampò anch’esso con la forza della sua idea la quale, grazie al fascismo che esercita sempre ogni idea religiosa che inviti al sacrificio, attrasse intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei giovani (come dopo i moti del ’31 da analogo bisogno politico e morale era sorta la ‘Giovane Italia’ di Giuseppe Mazzini). Questo partito ebbe anche il suo inno della giovinezza che venne cantato dai fascisti con gioia di cuore esultante […] Era la fede stessa maturatasi nelle trincee e nel ripensamento intenso del sacrificio consumatosi nei campi di battaglia pel solo fine che potesse giustificarlo: la vita e la grandezza della Patria. Fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla grandezza della Patria

 

Movimento postosi in diretta continuità con il Risorgimento (da qui il richiamo a Mazzini e alla Giovane Italia) e composto in larga parte da giovani, smaniosi venire alla mani o imbevuti dalla violenza sperimentata nelle trincee della Grande Guerra, lo squadrismo dilagò nelle campagne del Centro-Nord. Invase le città e rovesciò le amministrazioni invise, contando spesso – ma non sempre (QUI un esempio) – sull’appoggio delle forze dell’ordine e delle autorità liberali. Nell’ottobre del 1922, una volta stroncato lo sciopero delle sinistre contro il diffuso illegalismo fascista (QUI l’articolo), il movimento, trasformatosi in partito-milizia, forzava la mano.

 

Violenza minacciata, diplomazia e violenza esercitata trovarono nella Marcia su Roma il loro momento culminante. Attorno alla capitale si raccolgono migliaia di camicie nere, mobilitate in un’adunata a Napoli (QUI l’articolo). Reclamano il potere e caoticamente si predispongono per conquistarlo marciando sulla capitale. A determinare l’esito che conosciamo, però, concorsero la debolezza del governo liberale e le simpatie della corte verso i fascisti. Giunto dal re con la richiesta dello stato d’assedio, il presidente del Consiglio Facta si vede negata la contrapposizione militare dello Stato alle disorganizzate bande in camicia nera. Le trattative fra la corte e i dirigenti fascisti portano Benito Mussolini a ricevere l’incarico di governo. Solo il 31 ottobre, 50mila camicie nere sfilano per le vie di Roma inneggiando ad una "rivoluzione simulata" (QUI l’articolo).

 

La Marcia su Roma, nei giorni in cui fu compiuta e prima, ebbe i suoi morti, soprattutto nella Valle Padana. Essa, come in tutti i fatti audaci di alto contenuto morale, si compì dapprima fra la meraviglia e poi l’ammirazione e infine il plauso universale. Onde parve che a un tratto il popolo italiano avesse ritrovato la sua unanimità entusiastica della vigilia della guerra, ma più vibrante per la coscienza della vittoria già riportata e della nuova onda di fede ristoratrice venuta a rianimare la Nazione vittoriosa sulla nuova via faticosa della urgente restaurazione delle sue forze finanziarie e morali

 

[La narrazione della storia fascista contenuta nel Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925 prosegue, coi suoi contenuti fortemente distorti e piegati alla legittimazione storica del regime, con una difesa alle accuse rivolte dall’esterno e dall’interno d’essere “movimento reazionario, antiliberale e antioperaio”. Insiste su un concetto di libertà che non contempla alcuna idea di conflitto e diversità. Immagina per gli antifascisti solamente un destino: soccombere]

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