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L’ex direttore Kezich: “Sono stato parcheggiato in un cimitero degli elefanti”. Anche Guccini firma la petizione per “salvare” il museo degli Usi e Costumi

“Kezich e Mott non dovevano essere allontanati”, oltre 700 firme per chiedere di salvare il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina. Fra le sottoscrizioni c’è pure quella del cantautore Francesco Guccini. Le domande a Mirko Bisesti dopo l’epurazione

Foto Guccini (Wikipedia)
Di Tiziano Grottolo - 17 marzo 2022 - 05:01

TRENTO. “Rivoluzione, cambia qualche cosa! Cancella il ghigno solito di questa ormai corrosa mia stanca civiltà che si trascina”, così cantava Francesco Guccini in “Canzone delle situazioni differenti”. In un certo senso questa era la stessa promessa fatta in campagna elettorale dalla coalizione guidata dal leghista Maurizio Fugatti: rivoluzionare il Trentino dopo decenni di governo del Centrosinistra-autonomista. Le cose però, forse, non sono andate proprio per il verso giusto e il Trentino spesso (e malvolentieri) si è guadagnato la ribalta delle cronache per una serie di brutte figure fra leggi impugnate, orsi scappati e concerti equiparati a calamità naturali.

 

Tra le tante “vittime” di questa “rivoluzione” c’è stato anche il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina la cui vicenda ha valicato i confini provinciali. Sono oltre 700 le firme, arrivate in particolare dal mondo della cultura, per sostenere la petizione “Salviamo il Museo di San Michele!”. Regno Unito, Francia, Germania, Repubblica Ceca sono molti gli studiosi e i professionisti dei musei di primo piano che si sono schierati con l’ex direttore, Giovanni Kezich, e l’ex vicedirettrice Antonella Mott sostituiti senza un’apparente motivazione. Tra le firme c’è persino quella del cantautore Francesco Guccini, socio dell’Associazione italiana amici dei mulini storici.

 

“Ci hanno scritto in tantissimi per sostenerci e aiutarci a superare questo momento difficile – spiega Mott – molti commenti dimostrano che le azioni poste in essere nei nostri confronti sono percepite come qualcosa di negativo, un sopruso”. Come si legge nella petizione nel giugno 2021 Kezich è stato “cacciato repentinamente e senza motivo” dalla direzione del museo, che di fatto ha subito una “destabilizzazione” a cui non è seguito “alcun segnale concreto di cambiamento o di novità”. Poco tempo dopo la stessa sorte è toccata all’ormai ex vicedirettrice Mott, conservatrice territoriale molto conosciuta per la sua attività nel campo della valorizzazione dei beni di interesse etnografico.

 

“Al momento sono stato parcheggiato nel cimitero degli elefanti – commenta Kezich – ho un ufficio e una scrivania ma non ho compiti o mansioni specifiche, e neppure le risorse per costruire una rete che conta più di un centinaio di soggetti”. Ufficialmente Kezich sarebbe stato trasferito per “valorizzare” la sua figura: l’ex direttore infatti è stato messo alla guida di una nuova “unità di missione” (una sorta di sub-dipartimento) creata ad hoc con il compito di coordinare la “rete etnografica, dei piccoli musei ed ecomuseale”. “Dopo 30 anni di onorato servizio sono stato cacciato senza un motivo plausibile, senza che emergesse alcuna criticità tale da giustificare il mio allontanamento”.

 

“Quali sono gli addebiti? Quali le differenze di strategia e di vedute che possono aver portato a una rottura di questa portata?” si chiede Kezich che ha visto allontanare pure la sua vice Antonella Mott. “Anche questo è davvero pazzesco. Per quasi 30 anni, Mott è stata protagonista di un lavoro capillare sul territorio, che ha portato dei frutti tangibili, e di opere di cultura etnografica che hanno riscosso consensi in tutta Italia. Se si trattasse di politica – osserva Kezich – potremmo definirla un’odiosa epurazione, una purga. Ma qui la politica non c’entra o almeno così mi pare, qui parliamo di lavoro, cioè della professione museale etnografica”.
 

Di fatto il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina era una macchina molto ben oliata che coordinava anche l’attività degli altri piccoli musei, un lavoro di anni che ora è andato perduto. “Una delle cose che più offendono di tutta questa vicenda, è di non aver mai avuto un confronto diretto con nessuno dei responsabili – conclude Kezich – una vicenda kafkiana, tutta giocata nei silenzi insondabili e nei misteri del palazzo. Nessuno sa niente, nessuno dice niente”.

 

Ora però, proprio per cercare un confronto con l’assessore all’istruzione, università e cultura Mirko Bisesti, è nata una petizione (per aderire [email protected]) per chiedere quale sia il motivo della rimozione dei due professionisti; se “vi siano delle garanzie istituzionali per la futura tutela dell’attività del Museo, che sia in linea con la sua missione e la sua cinquantennale tradizione di ricerca scientifica e di lavoro” e se l’eventuale individuazione di un nuovo direttore sarà conforme con la vocazione demoetnoantropologica del museo stesso. Domande che di certo meritano una risposta.

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