"È una parete immensa, alta più di un chilometro e larga due. All'apparenza sembra muta, in realtà contiene un mondo di storie". Luca Vallata racconta la Nord-Ovest del Civetta

"Il Regno del Sesto Grado", così Domenico Rudatis chiamava la Nord-Ovest del Civetta, offrendo il suo contributo a una narrazione dalle sfumature leggendarie. Oggi, a prendere in eredità il peso di quella storia è la nuova guida monografica dedicata alla parete, realizzata da Alessandro Baù e da Luca Vallata. "Per molti alpinisti, aprire una via è una cosa dannatamente seria; nel senso che c'è gente che ha letteralmente cambiato l'impostazione della propria vita per inseguire una via. Per questo motivo la parete Nord-Ovest ha avuto un valore cruciale nelle vite di molte persone, e a me questa cosa ha sempre affascinato"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La nuova guida dedicata alla Nord-ovest della Civetta, la leggendaria “Parete delle Pareti”, non è solo un manuale per alpinisti: è un omaggio alla storia e alle imprese che hanno contributo a renderla celebre, dalla storica via Solleder-Lettenbauer (da poco centenaria) alle più recenti salite estreme. In 78 capitoli dedicati alle altrettante linee, ciascuna densa di storie e aneddoti, unisce racconti e relazioni tecniche aggiornate, restituendo il senso dello spirito alpinistico e una prospettiva verticale sul mondo.
Il volume, opera degli alpinisti Alessandro Baù e Luca Vallata, è uscito a inizio luglio ed è destinato a diventare un classico della letteratura di parete, non solo come manuale tecnico ma anche come documento della storia del Civetta e dell’alpinismo in generale. Luca Vallata, guida alpina bellunese, ora residente a Erto, è infatti un grande appassionato di storia e storia dell’alpinismo; tanto da aver intrapreso un nuovo percorso come studente di Storia all’Università di Venezia. In Civetta ha aperto la via Capitani di Ventura e firmato alcune prime ripetizioni sulla Nord-ovest.
Proprio con lui abbiamo parlato della nuova guida della parete Nord-Ovest del Civetta (parte della collana Roccia d’Autore, per le edizioni Idea Montagna). Tutt’altro che soffermarsi su prestazioni e difficoltà tecniche, la conversazione si è mossa tra archivi storici, racconti di eroismo ed etica alpinistica.
Perché c’era bisogno di una guida sulla nord-ovest del Civetta?
La storia delle guide del Civetta inizia negli anni Trenta, con la prima riorganizzazione di Rudatis. Dopodiché, nel 1956, è stata pubblicata la guida Dal Bianco. Nel 1970 esce la guida Kelemina, un punto di riferimento importantissimo, anche per gli alpinisti contemporanei. La più recente, infine, è quella di Ivo Rabanser, del 2012. Rispetto a tutte queste, la nostra guida è un po' innovativa da due punti di vista. Innanzitutto è un lavoro monografico su una parete: tratta solamente le vie aperte sulla parete Nord-Ovest della Civetta, non tutto il gruppo. E inoltre c'è il fatto che, mentre le altre guide sono tutti quanti guide tradizionali, che si limitano all'aspetto tecnico, questa nostra guida, cerca di coprire anche gli aspetti storici. Certo sempre in estrema sintesi, però per ciascun itinerario cerca di tracciare le caratteristiche principali a livello storico. Nel mio caso il motore principale è l'interesse per gli aspetti di storia dell'alpinismo. Era una cosa che mi andava di fare perché mi entusiasma, ora andremo a vedere se interessa anche al pubblico.
Quanto peso hanno avuto, nella stesura, la ricerca d'archivio e quella invece in parete?
A scrivere la guida siamo stati in due: io e Alessandro Baù. Ci siamo divisi abbastanza equamente il carico di lavoro. Alessandro si è occupato principalmente degli aspetti tecnici, quindi tutte le relazioni tecniche e gli schemi degli itinerari, che vengono in massima parte da esperienza diretta, quindi sono delle vie che ha ripetuto lui o ho ripetuto io, oppure alcuni amici. Io mi sono occupato più che altro della ricerca storica, quindi di tutto il lavoro d'archivio. È un lavoro complicato, che si svolge tra le pubblicazioni di memorialistica dei vari alpinisti e le interviste ai testimoni ancora in vita: quando è stato possibile abbiamo cercato di contattarli direttamente. Un ruolo importante all'interno di questo lavoro è stata la collaborazione con il Centro Studi sulla Montagna Giovanni Angelini, di Belluno. Io personalmente, per la mia storia personale, ho un interesse particolare nei confronti della storia. Io nasco matematico, ho studiato matematica all'università, però da due anni mi sono iscritto al corso di storia a Venezia. Finalmente sono riuscito a trovare il tempo e la circostanza per dare un pochino a sfogo questa mia passione.
Cosa ti ha spinto a raccontare la storia della Nord-Ovest?
Quello che ho trovato affascinante è stato il fatto che in una cosa che sembra all'apparenza muta, sicuramente muta ai non alpinisti, in realtà contiene un mondo di storie. Per molti alpinisti, aprire una via è una cosa dannatamente seria; nel senso che c'è gente che ha letteralmente cambiato l'impostazione della propria vita per inseguire una via. Per questo motivo la parete Nord-Ovest ha avuto un valore cruciale nelle vite di molte persone, e a me questa cosa ha sempre affascinato. Cosa ha spinto queste persone a correre simili rischi? Le ragioni sono diverse per tutti: quelle che hanno spinto, alla fine dell'Ottocento, i primi scalatori della parete sulla Via degli Inglesi, sono tutt’altro da quelle che hanno spinto Venturino De Bona ad aprire la sua Nuvole Barocche, dopo il Duemila. Però la costante è l'attrazione che questa parete è riuscita ad esercitare in periodi storici così diversi, su persone così diverse.
A quali momenti della storia della parete di sei affezionato di più?
All’interno di questo universo, per la mia sensibilità personale e per i miei interessi, il periodo più interessante è quello compreso tra le due guerre mondiali, è il periodo che mi affascina di più. Si può dire che era il periodo eroico dell'alpinismo, quello nel quale gli alpinisti hanno iniziato a affrontare difficoltà veramente serie, che sono difficili ancora oggi (si parla di sesto grado), utilizzando dei mezzi che rispetto a quelli di oggi sono davvero ridicoli. Era un tempo nel quale si scalava senza imbragatura con una corda legata alla vita che era di canapa, molto grossa, spesso lunga solo 30 metri. Con questi mezzi si riusciva ad affrontare difficoltà di sesto grado, cose abbastanza impensabili oggi. All'inizio della guida c'è un capitolo storico che ripercorre in estrema sintesi tutte le fasi dell'evoluzione dell'alpinismo nel nord-ovest. Il capitolo relativo a questo periodo storico inizia con una citazione di uno scrittore di montagna, sicuramente il mio preferito, Andrea Gobetti. Per introdurre l'epoca d'oro del sesto grado, scriveva: “Al posto della bella società, infestata da prolissi prosatori e colonialisti dalle belle maniere [in riferimento agli amici inglesi che hanno fatto la prima salita], ora in testa alla cordata ci sono degli operai che sanno piegare il ferro”.
Quali sono gli ingredienti che hanno reso la Nord-Ovest una delle più importanti delle Alpi?
Le ragioni sono varie, innanzitutto sono ragioni morfologiche. Stiamo parlando di una parete immensa, alta più di un chilometro e larga due. Ma questo non basta: la parete non è la parete più alta, neanche tra le sole Dolomiti orientali; se pensiamo ad esempio alla parete del Burel è più alta. L’ingrediente che rende la Nord-Ovest speciale è la sua posizione, perché è una parete che da molti punti, soprattutto dell’agordino, è spesso visibile nella sua interezza. Il Burel, al contrario, è nascosto all'interno della Val di Piero; tant'è che nessuno conosce quella parete, se non i tecnici. Quella del Civetta è una parete che cattura immediatamente lo sguardo, anche di chi in montagna non ne capisce niente. Per utilizzare le parole (più che inflazionate) di Comici, è una parete “che incanta”. Dopodiché l'importanza di questa parete risiede anche nel ruolo storico centrale che ha avuto nell'evoluzione dell'alpinismo. Questo fatto lo dobbiamo soprattutto a un alpinista, agordino di nascita che abitava a Venezia, che si chiamava Domenico Rudatis. Rudatis è stata una figura centrale, soprattutto a livello teorico, nell'evoluzione dell'alpinismo italiano negli anni Trenta. È stato lui, con i suoi articoli, ad aver creato il mito del Civetta, facendola diventare “la parete delle pareti”; o anche, citando il titolo di un suo famosissimo articolo per la rivista mensile del Cai, “Il Regno del Sesto Grado”.
Non temi che pubblicazioni di questo tipo possano essere il veicolo che porterà un maggiore afflusso in parete, col rischio che possa essere irrispettoso della sua storia?
Questa domanda me la sono posta anch'io, per ragioni di responsabilità, prima di iniziare a lavorarci. Faccio una premessa, però. Soprattutto post-Covid, c'è stato un aumento davvero significativo di persone in montagna, in Dolomiti in particolare. Quindi un aumento anche di clienti per le guide alpine, e di interventi del soccorso alpino. Questo flusso, tuttavia, non ha interessato la parete Nord-Ovest, nel senso che per andare in Nord-Ovest non basta essere alpinisti: la parete Nord-Ovest, tutti gli itinerari della parete Nord-Ovest sono a suo modo severi, qualcuno per difficoltà, tutti per la gestione dell'ambiente particolare della parete. Queste persone, molto qualificate dal punto di vista alpinistico, non sono aumentate in maniera significativa, quindi la parete è rimasta un po’ esclusa dal traffico generale. Entrando nel particolare della responsabilità, mi sono domandato se questo ‘svelamento dei segreti’ della parete non potesse aprire le porte a chi, citando Massarotto, “quella parete non se la merita”. Nel senso che le persone possono avere un rapporto non rispettoso con la parete; sia dal punto di vista delle aperture, magari con aperture a spit sconsiderate; sia abbandonando rifiuti e sporcizia. A questa domanda mi sono risposto che chi legge una guida cartacea, chi si è preso la briga di andare a comprarla perché ne ha sentito parlare, è già una persona che si distanzia molto, secondo me, dal praticante medio. Insomma, è una persona che ha una certa sensibilità. Allora ho pensato che questo tramandare le storie del passato può avere una ripercussione positiva sulla comunità alpinistica, perché non si tratta tanto di svelare segreti, ma di generare coscienza.












