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Attualità | 28 aprile 2026 | 15:00

Riparte il processo per l’orsa Amarena, uccisa a fucilate davanti ai suoi cuccioli. Cresce la parte civile, ma il Comune di San Benedetto dei Marsi fa un passo indietro

Unico imputato è Andrea Leombruni, il cinquantatreenne residente a San Benedetto dei Marsi che nell'agosto 2023 ha sparato il colpo costato la vita all'esemplare di orso marsicano. Quasi cinquanta le parti civili tra enti e associazioni, che chiedono l’accusa per reato ambientale. Intanto aleggia lo spettro della prescrizione

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Questa mattina, martedì 28 aprile, alle ore 10, al Tribunale di Avezzano si è tenuta la sesta udienza del procedimento penale per l’uccisione dell’orsa Amarena, avvenuta il 1° settembre 2023 a San Benedetto dei Marsi, in provincia dell’Aquila. Con questa udienza di ricomincia da zero, dal momento che il procedimento precedente era stato bloccato per vizi procedurali. 

L’udienza di oggi si è conclusa con un rinvio al 20 maggio 2026 alle ore 10, per consentire alla difesa dell’imputato di verificare le costituzioni di parte civile depositate in data odierna.

 

Unico imputato è Andrea Leombruni, l’uomo che sparò all’animale mentre si trovava nei pressi della propria abitazione insieme a due cuccioli.  L’orsa fu trovata agonizzante dalle guardie del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, e morì poco dopo davanti l’abitazione di Leombruni. La portata di questo evento non è mai venuta meno, superando i confini regionali per diventare un caso di rilevanza nazionale.

 

"L’uccisione di una madre orsa - commenta Enpa -, particolarmente importante perché prolifica e attenta nell’accudimento della prole, rappresenta un fatto gravissimo: pochissimi sono infatti gli esemplari di questa sottospecie preziosa a livello mondiale". 

 

Sulla vicenda, già al tempo dei fatti, erano intervenute diverse associazioni. "A differenza di quanto accade per il Trentino, il territorio del Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise è stato sempre portato come esempio della convivenza pacifica tra umani e orsi", dichiarava Massimo Vitturi, responsabile Lav, Animali Selvatici. "L’uccisione di Amarena deve quindi essere punita con una pena esemplare, perché rischia non solo di compromettere l’immagine di un territorio e dei suoi abitanti, ma anche la sopravvivenza stessa degli orsi nella regione". 

 

Parole che - a leggerle in questi giorni – lasciano una eco piuttosto cupa: una vera e propria strage di selvatici si sta consumando dentro e fuori i confini del Parco, tra gli ormai venti lupi uccisi da esche avvelenate e l’orso trovato con un cappio d’acciaio stretto al collo (ora liberato).

 

"Continua la battaglia contro le aggressioni alla natura, ma ora diventa ancora più importante andare avanti perché le violenze aumentano", commenta Bruno Petriccione, presidente di Appennino Ecosistema. "Lo dimostra la recente strage di lupi in Abruzzo e in Toscana, ma abbiamo le istituzioni dalla nostra parte".

 

In questo clima di tensione, mentre le indagini per individuare i colpevoli di questi fatti recenti sono in pieno corso, proprio in quegli stessi territori si è appena tenuto il processo per l’uccisione dell’orsa Amarena, un esemplare particolarmente conosciuto in zona di orso marsicano, specie che attualmente conta appena una cinquantina di esemplari.

 

L’udienza di oggi rappresenta il sesto appuntamento in aula. Nel procedimento si sono costituiti parte civile l’associazione Appennino Ecosistema e quarantasette rappresentanti tra enti e associazioni, vedendo una crescita considerevole rispetto al procedimento precedente. Ad essere assente è il Comune di San Benedetto dei Marsi, paese di residenza dell’imputato Leombruni, che questa volta non si è costituito parte civile.

 

Le richieste delle associazioni riguardano soprattutto l’applicazione delle norme sulla tutela penale dell’ambiente. L’associazione ha chiesto infatti alle Procure della Repubblica di Avezzano e Sulmona di contestare reati più gravi rispetto a quello di uccisione di animali, tra cui i delitti contro l’ambiente introdotti nel codice penale nel 2015 in recepimento della normativa europea.

 

Tra questi, il reato di inquinamento ambientale prevede la reclusione da 2 a 6 anni e una multa tra 10mila e 100mila euro per chi provoca un deterioramento significativo di ecosistemi, biodiversità, flora o fauna. Per i casi che riguardano specie protette, come l’orso bruno marsicano e il lupo appenninico, è previsto un aumento di pena fino alla metà.

 

Intanto aleggia lo spettro della prescrizione del reato. Secondo quanto evidenziato da Appennino Ecosistema, i reati attualmente contestati all’imputato comporterebbero tempi di prescrizione più brevi, e il procedimento potrebbe estinguersi entro circa tre anni - prima della conclusione del processo - portando in questo modo alla prescrizione del reato. Se invece venisse accertata la sussistenza di reati ambientali, questo determinerebbe termini di prescrizione più lunghi.

 

Per ora, la prossima udienza è prevista per il 20 maggio.

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