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Alpinismo | 18 gennaio 2026 | 06:00

Il figlio Paul fece un incubo: due alpinisti, la neve che li circondava come uno sciame d'api. Storia della "bella addormentata" dell'Everest, il cui corpo rimase ibernato per nove anni al margine della via di ascesa

Nasceva oggi sessantotto anni fa, il 18 gennaio 1958, Francys Distefano, sposata Arsentiev. Madre di un ragazzo di undici anni e alpinista provetta, sognava di essere la prima americana a salire sul tetto del mondo senza bombole d'ossigeno. Ci riuscì il 22 maggio 1998, ma a caro prezzo. Il suo corpo ibernato è rimasto per nove anni al margine della via di ascesa principale. Ripercorriamo la sua storia

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Nel resoconto di un’impresa alpinistica, quando la si commenta, magari per celebrarne il successo, ci si concentra ampiamente sulle condizioni di partenza, sulle difficoltà della salita, sulla fatica a respirare quando si è ormai in vista del traguardo. Poi è la cima: l’emozione, le foto, magari qualche parola nel libro di vetta. Qui, in genere, il racconto si interrompe.

 

Eppure sono molti gli alpinisti che si sforzano di ricordarci come, molto spesso, la parte più complessa nelle imprese di questo tipo sia proprio ciò che viene dopo: la discesa. Per quanto trascurato dalla narrazione, le condizioni psicofisiche dell’alpinista sono molto più complesse in quel momento: l’attenzione cala, l’adrenalina lentamente diminuisce e lascia il posto alla stanchezza accumulata nelle ore e nei giorni precedenti. Basta un attimo di disattenzione per scivolare in un crepaccio, scatenare una slavina o semplicemente crollare sotto il peso della fatica.

 

"L'alpinismo - ci raccontava Matteo Della Bordella in questo articolo - è l'arte di sopravvivere in contesti difficili, quindi di tornare a casa interi". La vetta, si direbbe, è raggiunta soltanto una volta portata a casa la pelle, e nella storia dell’alpinismo, purtroppo, non sempre è stato così.

 

È questo il caso della prima donna americana che salì senza ossigeno in vetta all’Everest. Era il 22 maggio 1997, e la donna era la quarantenne Francys Arsentiev. Purtroppo, ad eternare il suo nome non fu il suo successo, ma la tragedia che ne seguì. Il suo corpo ibernato è rimasto per anni visibile vicino alla via principale: da allora si parla di lei come "La bella addormentata" del Monte Everest.

 

Nasceva oggi sessantotto anni fa, il 18 gennaio 1958, Francys Distefano, sposata Arsentiev. Lei, americana, era nata alle Hawaii, aveva un figlio nato da un precedente matrimonio e, sei anni prima dell’impresa, aveva sposato il russo Sergei Arsentiev. Si erano conosciuti all’Annapurna, entrambi erano alpinisti di successo: lei sognava di essere la prima americana a salire sull’Everest senza bombole d’ossigeno e lui - forse - voleva aiutarla ad esaudire questo desiderio.

 

"Non so perché abbia deciso di farlo senza ossigeno, ma credo che sentisse il bisogno di dimostrare qualcosa" raccontava il figlio Paul. "Credo che si sentisse invincibile anche perché era con Sergei, il mio patrigno. Il suo soprannome era 'il leopardo delle nevi' perché era così agile".

 

È sempre il figlio a ricordare il giorno in cui si decisero per la partenza verso l’Himalaya. Un articolo pubblicato dalla Bbc nel 2015, riporta le sue dichiarazioni. Il giovane Paul racconta il giorno che la madre andò a prenderlo nella sua scuola, a Telluride, Colorado. "Lascio che sia tu a decidere", gli avrebbe detto Francys. "Se ti dico che non puoi andare - le rispose il figlio -, a un certo punto sarai una vecchia signora su una sedia a dondolo che dice: 'Cavolo, avrei dovuto farlo'. Non voglio essere io colui che te lo ha impedito".

 

Sempre secondo il suo racconto però, quella notte Paul fece un incubo: due alpinisti, un cielo completamente bianco, la neve che li circondava come uno sciame d’api. Quando si svegliò, telefonò a sua madre, dicendole che aveva cambiato idea. "Sai Paul", rispose lei, "ne abbiamo parlato ieri, e hai ragione: devo farlo".

 

Nel maggio 1998, Francys e Sergei Arsentiev si diressero al versante Nord dell’Everest con una spedizione russa. Il 19 di quel mese avevano conosciuto "l’aria sottile" oltre gli ottomila metri: erano arrivati nel campo più alto, a 8.200. Per tre giorni, però, non riuscirono a raggiungere la vetta. Avevano già tentato due volte senza successo, facendo poche centinaia di metri di dislivello e poi ripiegando sempre giù al campo. Tre giorni sopra gli ottomila metri sono tanti per chiunque, anche per alpinisti esperti come loro, ed iniziavano a mostrare segni di stress fisico e psicologico. Nonostante questo, lei era determinata a raggiungere il tetto del mondo.

 

Il 22 maggio 1998 finalmente i due coniugi conquistarono la vetta, Francys raggiunse il suo obiettivo e scrisse il suo nome nella storia dell'Everest e dell’alpinismo. Ma a quale prezzo?

 

L’estrema stanchezza dei giorni in quota aveva enormemente rallentato i due alpinisti, facendo sì che raggiungessero la vetta solo dopo le 6 di sera. In fretta si mossero per tornare al campo, e fu allora, nella notte, che l’impresa si trasformò in dramma. Francys e Sergei, esausti e storditi, si allontanarono l’uno dall’altra, probabilmente senza nemmeno accorgersene. Lui arrivò alla tenda che era ormai mattina, e non vedendo arrivare la moglie, prese con sé dell’ossigeno, delle medicine, dell’acqua e risalì, senza mai fermarsi. Di lui si perdette ogni traccia.

 

Lei invece era ancora viva. Diverse centinaia di metri più su. Non riusciva a muoversi e presentava gravi congelamenti. Qui i racconti tendono ad annebbiarsi, resi opachi dalle polemiche che ne seguirono. Pare che una cordata pakistana incontrò la donna nel suo cammino e tentò di portarla giù, ma non vi riuscì. Così, una volta terminato l’ossigeno, furono costretti ad abbandonarla.

 

Alle cinque del mattino seguente, gli scalatori Ian Woodall e Cathy O'Dowd, parte di una spedizione sudafricana in ascesa, incontrarono Francys e rinunciarono al loro tentativo di vetta. Rimasero con lei per oltre un'ora a temperature sotto lo zero prima di essere costretti a scendere perché incapaci di resistere più a lungo. Poche ore dopo, Francys morì per congelamento e sfinimento.

 

Il suo corpo rimase lì, sulla via principale di ascesa alla vetta dell’Everest, per nove anni. Rimase così com’era, nei suoi abiti da alpinismo, con accanto una piccozza e un pezzo di corda. Il figlio ricorda come fu angosciante vedere le foto del corpo della madre online negli anni a seguire. Così, le spoglie della "bella addormentata" hanno fatto da monito per quasi un decennio agli alpinisti che ne condividevano l’ambizione estrema.

 

Quella zona è oggi conosciuta con il nome di Raimbow Valley, la "valle arcobaleno", che - a discapito del nome fiabesco - fa riferimento alle tute da alpinismo, alle giacche, ai sacchi a pelo di chi non ha più fatto ritorno, e che ora ricoprono la neve.

 

Nel 2007, una spedizione guidata proprio da Ian Woodall partì con lo scopo di ritornare lì e dare finalmente sepoltura al corpo della donna di cui aveva condiviso gli ultimi attimi. Il 23 maggio 2007, con estrema fatica e con l’assistenza di uno sherpa, Woodall riuscì a localizzare il corpo di Arsentiev. Incapace di seppellire la donna con delle pietre come da intenzione, dopo un breve rito funebre, calò con una fune il cadavere della donna lungo il un crinale della montagna, negandolo alla vista.

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