"A volte sembra che se non succede nulla di rischioso manca qualcosa. L'alpinismo è l'arte di sopravvivere in contesti difficili". Matteo Della Bordella contro la 'narrazione dell’imprevisto'

"Secondo me è molto importante raccontare in modo onesto la montagna, quello che viviamo, e in questo racconto è importante anche porre l'attenzione sul fatto che l'alpinismo non è necessariamente andare a rischiare". Matteo Della Bordella è uno degli alpinisti italiani più abili e noti della sua generazione. Oltre alla carriera sportiva, Della Bordella partecipa a conferenze e progetti di divulgazione proprio sul tema dell’alpinismo

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Proseguendo con questo proposito, è con noi Matteo Della Bordella, senz’altro uno degli alpinisti italiani più noti della sua generazione, celebre per il suo stile leggero e per le ascensioni in ambienti estremi. Dal 2006 è membro dei Ragni di Lecco. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerose prime ascensioni e ripetizioni di prestigio in Patagonia, Himalaya, Groenlandia e in diverse altre aree remote del pianeta. Tra le imprese più celebri ricordiamo la prima salita della parete Est del Cerro Riso Patron in Patagonia, le avventure sul Bhagirathi IV in India e sul Link Sar in Pakistan, e la traversata della Groenlandia in kayak e alpinismo. Oltre alla carriera sportiva, Della Bordella partecipa a conferenze e progetti di divulgazione, condividendo le sue storie e le dimensioni del suo fare alpinismo.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Cosa significa per chi si affaccia a questo ambiente?
Ho seguito la rubrica, e il tema trattato è molto interessante. Sono molto d'accordo sull’affrontare da questa prospettiva la narrazione alpinistica. A volte, infatti, sembra che quelle salite dove tutto va liscio, tutto pulito e non succede niente di rischioso, passino un po' in secondo piano, come se mancasse loro qualcosa. E io, anche nella mia comunicazione, quando faccio serate in cui racconto delle spedizioni, dico proprio questo: cioè che non è che perché una salita è gestita in maniera attenta, entro certi limiti, non dico di sicurezza, ma dove tutto è andato liscio, secondo i piani, deve avere minor valore rispetto a dove invece succede l'imprevisto. Anzi, dovremmo valorizzare di più quelle salite dove tutto è andato come immaginavamo. Magari c'è meno da raccontare, c'è meno spettacolarizzazione, però può portare un messaggio e un esempio più virtuoso per i giovani, per chi va in montagna.
Come alpinista, è l’adrenalina la scintilla che ti spinge ad affrontare le vette? Cosa cerchi lassù?
Beh, questo è un discorso ben più profondo e difficile, veramente complicato da condensare in un'unica risposta. Personalmente credo si tratti di un istinto verso l’esplorazione, verso qualcosa che non ha mai fatto nessuno: quindi una ricerca legata sia al luogo fisico che personale, nei confronti di me stesso. È anche un percorso di crescita: la voglia, la curiosità, la spinta ad imparare e conoscere. Senza dubbio non sono l'adrenalina o il rischio i motori principali. Su questo sono abbastanza sicuro: non vado in montagna per cercare le botte d'adrenalina. Purtroppo, i media cercano spesso gli ascolti, i numeri, e per questo poi viene promossa al grande pubblico un'immagine della montagna comunque distorta da tutta questa dimensione adrenalinica, un'immagine che non dà un esempio realistico, né corretto nei confronti dei giovani. Purtroppo, quando parli di questi argomenti la gente è più attratta, no? Catturi l'attenzione più facilmente.
Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?
Secondo me è molto importante raccontare in modo onesto la montagna, quello che viviamo, e in questo racconto è importante anche porre l'attenzione sul fatto che l'alpinismo non è necessariamente andare a rischiare. Anzi, l'alpinismo è l'arte di sopravvivere in contesti difficili, quindi di tornare a casa interi, e questo non deve coinvolgere necessariamente un imprevisto, un rischio. Che poi quelli capitano, per l'amor del cielo, ne sono capitate tante anche a me di situazioni in cui le cose non vanno come vorresti; però, a maggior ragione, se invece va tutto liscio, tutto perfetto, noi come alpinisti lo raccontiamo. Secondo me, la responsabilità più che nostra come alpinisti, è vostra, di chi fa informazione. Perché noi siamo piccoli: io posso dire le cose sui miei canali, c'è chi mi ascolta e va bene. Ma voi siete molto più potenti in termini di diffusione, cioè voi dovreste essere quelli che esaltano quando le cose sono andate bene e quando non ci sono stati imprevisti e rischi. Spesso invece i media fanno tutto il contrario. Bisognerebbe chiedersi perché c’è bisogno sempre di parlare di tragedie sfiorate e cose simili.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.














