Caccia allo stambecco: tradizione, gestione ecologica o minaccia alla biodiversità?

Il dibattito sull’apertura della caccia allo stambecco in Italia è complesso. Alice Brambilla, ricercatrice attiva presso il Parco Nazionale del Gran Paradiso, rileva la necessità di un approccio equilibrato e razionale

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Mi sento spesso su una giostra diabolica, simile a quelle imponenti barche nei parchi di divertimento, in cui, per un attimo, sei in alto a sinistra e subito dopo ti ritrovi dall'altra parte. Cerchi di capire dove sei, dove si collocano le cose attorno a te. Provi a identificare l'orizzonte, desideri fermarlo. Vuoi avere la possibilità di formulare una tua visione, ma la barca continua a oscillare, su-giù-su, senza tregua. Mi capita sempre più frequentemente di avvertire il bisogno di possedere un’opinione definitiva sui temi più urgenti della nostra epoca. Spero che leggendo queste parole, qualcuno di voi riesca a fermare la giostra. Più approfondisco, più crescono i miei dubbi su come esprimere un'opinione definitiva. Guardandomi allo specchio, però, non posso dire di essere in grado di uccidere un animale con le mie mani. Non avrei la forza, come scrisse Plutarco, di agire come i lupi, gli orsi e i leoni. Eppure, sulla mia tavola si trova la carne. Di rado, ma c'è. E nel tentativo maldestro di fermare la giostra leggo:
“Se sei convinto di essere naturalmente predisposto a mangiar carne, prova anzitutto a uccidere tu stesso l'animale che intendi consumare. Ma ammazzalo tu in persona, con le tue mani, senza ricorrere a un coltello, un bastone o una scure. Fa' come i lupi, gli orsi e i leoni, che ammazzano da sé quanto mangiano”.
Plutarco
Poi leggo “La vera misura di un cacciatore non sta nel numero degli animali abbattuti, ma nella qualità della sua esperienza in natura".
Anonimo
Anonimo evoca e sottolinea, invece, il profondo legame tra cacciatore e ambiente. Sa che il cacciatore riconosce il canto del cucù all’alba, il frinire di insetti nell’erba bagnata e il flebile fruscio di una foglia spezzata sotto la zampa del cervo. Anonimo suggerisce che il problema è nello squarcio, sempre più profondo, tra l’uomo e la propria terra. Ma nella sua poetica critica alla dissociazione io trovo altri dubbi. I contesti urbani alienano dai cicli naturali e dai legami con la terra, rendendo difficile a molte persone comprendere la caccia non come un atto brutale, ma come parte di una complessiva gestione ecologica. Fra tutte le mie perplessità una domanda sgomita con forza: “Possiamo imparare a cantare l’alba insieme al cucù, senza dover conoscere il grido di un animale che muore?”.

Comprendo bene che la caccia non si riduce alla sua raffigurazione fiabesca, da cui ne esce spesso una figura crudele che uccide ed elimina qualsiasi forma di vita animale si presenti sul proprio cammino. Le storie di Walt Disney, in particolare "Bambi", hanno contribuito a diffondere un’immagine distorta della caccia e dei cacciatori. In "Bambi", l’omicidio della madre da parte di un cacciatore ha influenzato profondamente intere generazioni, portandole a sviluppare un approccio eccessivamente moralistico, di conseguenza distorto, nei confronti della natura. Il film è un’opera d’arte e su questo non c’è dubbio, ma non ha, com’è naturale, nessuna base scientifica. È un film di fantasia e immaginazione. Mentre Bambi (un piccolo di capriolo) vive una realtà di perdita e sofferenza, nella vita reale, le popolazioni di ungulati senza predatori naturali tendono a sovrappopolarsi e, per nutrirsi in un contesto di scarsità di risorse, danneggiano gli alberi, provocando danni ai loro stessi ecosistemi. Da questo punto di vista, il cacciatore ‘cattivo’ potrebbe servire a mantenere l’equilibrio ecologico.
Disney ha saputo riflettere le paure della società, ma non sempre le sue opere hanno mostrato avversione per la caccia. È fondamentale analizzare queste influenze culturali per avere un dialogo più profondo ed equilibrato sulla caccia sostenibile e sulla nostra relazione con la natura. Se fossi un pastore e la sopravvivenza della mia famiglia dipendesse esclusivamente dalla vendita di latte, quale sarebbe la mia reazione se il mio gregge fosse minacciato dal lupo ogni notte? Cosa sarei disposta a fare per proteggere il mio lavoro e la sicurezza dei miei cari?
E sono di nuovo sulla giostra.
Il dibattito sull’apertura della caccia allo stambecco in Italia è complesso. Alice Brambilla, ricercatrice attiva nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, rileva la necessità di un approccio equilibrato e razionale. Riguardo alla rogna sarcoptica, ad esempio, Alice nota che nonostante la malattia abbia decimato numerose popolazioni di stambecchi, alcuni esemplari sono sopravvissuti. Se gli animali continuano a essere abbattuti al primo segno della malattia (come avviene), si impedisce la sopravvivenza anche ai pochi esemplari che sarebbero invece sopravvissuti naturalmente conferendo resistenza alla popolazione. Un altro tema delicato riguarda la consanguineità: tutte le popolazioni attuali derivano da un piccolo gruppo iniziale, rendendo cruciale la tutela della diversità genetica. "La consanguineità è legata al ridotto pool genetico e aprire la caccia potrebbe compromettere ulteriormente la biodiversità”, ricorda la ricercatrice
Alice propone di favorire scambi tra popolazioni differenti per aumentare la diversità genetica e sottolinea: “Non ci sono basi scientifiche che dimostrino la necessità della caccia per favorire la conservazione dello stambecco, come talvolta dichiarato da chi è favorevole”. Mentre gli effetti immediati della caccia potrebbero sembrare limitati, i rischi a lungo termine sono significativi.

“È poco probabile che fra i cacciatori se ne trovi uno che non provi, almeno per una volta, un principio di pietà per una delle sue vittime, ma che pure ogni volta non cerchi di respingere un tal sentimento, considerandolo come una debolezza. Ed è così che è schiacciato il bocciolo appena schiuso della pietà, da cui potrebbe germogliare e fiorire quel sentimento più elevato e più perfetto, che è l’amore. In questo costante suicidio morale è il male supremo della caccia”.
Lev Tolstoj
L’osservazione di Tolstoj trascende la questione della caccia e pone un interrogativo più ampio sulle nostre responsabilità come custodi della natura e come esseri umani. Come possiamo preservare l’amore per il mondo naturale e la nostra pietà per gli animali, mentre ci confrontiamo con decisioni difficili riguardo alla loro gestione? A questo proposito, Alice fa notare che il cambiamento climatico rappresenta una sfida ancora più complessa per la sopravvivenza degli stambecchi e delle altre specie alpine. "Stiamo assistendo a cambiamenti significativi nella stagionalità, con inverni più miti e una riduzione delle nevicate, fattori che influenzano direttamente la vita degli stambecchi". Questi cambiamenti non colpiscono solo gli animali, ma anche le esperienze umane e culturali legate a queste creature. Concludendo l'intervista, Alice insiste sulla necessità di un dialogo costante e di un impegno collettivo per proteggere la biodiversità. "Il nostro impegno deve andare oltre la mera discussione sulla caccia. Dobbiamo unire le forze per educare le comunità e rafforzare il nostro legame con la natura. In fin dei conti, la salute degli stambecchi e degli ecosistemi che abitano riflette la nostra salute come società".
La giostra diabolica su cui siamo imprigionati, fatta di frenesia e pressioni sociali, ci offusca la vista e mina la nostra capacità di comprensione. E anche nell'affrontare il delicato tema della caccia allo stambecco, ci troviamo a dover considerare non solo il fascino e la vulnerabilità di queste creature, ma anche il concetto di caccia sostenibile.
É un dilemma che richiede una riflessione profonda: è possibile coniugare la nostra passione per la natura e il bisogno di gestirne le risorse? La caccia viene presentata da alcuni come un'opzione per mantenere l'equilibrio delle popolazioni animali e finanziarne la conservazione. Ma cosa significa realmente "sostenibile"? Quali criteri dobbiamo considerare per garantire che le nostre azioni rispettino l'integrità degli ecosistemi? È fondamentale non prendere posizione in modo affrettato, ma promuovere un dialogo aperto e informato, non giudicante. Le montagne alpine, belle e disarmanti, con la biodiversità che custodiscono, meritano il nostro rispetto e la nostra cura. È tempo che ogni scelta, anche la più scomoda, anche quella relativa alla caccia, venga esaminata con responsabilità e consapevolezza. Solo così intravedo la possibilità di capire come coesistere, onorando il legame profondo tra uomo e natura e lasciando un'eredità positiva per le generazioni future.
Foto © Chiara Guglielmina













