Cosa ci fa un tappeto di ortiche sulla cima della Grignetta? Nella pipì, la risposta

Le tracce delle presenze antropiche sugli ecosistemi di montagna possono essere anche le più inaspettate. Spunti di riflessione inspirati dalle belle piante verdi che ammantano la cima della Grignetta, nelle Prealpi Lombarde: una questione di azoto e “pascolamento umano”

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Chi semina azoto… raccoglie ortiche. Mi trovavo sulla cima della Grignetta, una delle più frequentate delle Alpi italiane. Io stesso non ho idea di quante volte sia stato lassù. Eppure quest’ultima volta ho notato qualcosa che in altre occasioni mi era completamente sfuggito. Tra le rocce di vetta, a due passi dal bivacco installato proprio sulla cima, si mostravano spavalde delle belle piante d’ortica. Piccoli e lussureggianti tappeti verdi circondati dal bianco calcare. Avendo notato le prime, mi sono poi messo a curiosare in giro, realizzando che tutti gli anfratti intorno alla cima più protetti dal sole e dalle intemperie sono tappezzati di questa pianta (Urtica dioica).
Non che la presenza di un bel manto erboso sia una cosa eccezionale, tante e diverse piante crescono sui versanti della Grignetta (al pari delle altre cime calcaree delle Prealpi), l’importante è che la pendenza non sia eccessiva e che permetta lo sviluppo e la conservazione del suolo. Però di ortiche ne avevo sempre viste poche, trovarle così abbondanti in cima è stato inaspettato.
Essendomi soffermato su questo particolare vegetale, i pensieri si sono subito messi in moto. Ad alimentarli è stato il fatto che l’ortica per crescere richiede condizioni specifiche. Il suolo su cui prospera deve essere ricco di azoto, uno degli elementi necessari per la crescita e lo sviluppo di tutti gli organismi viventi, noi compresi.
L’azoto, lo sappiamo bene, è il gas di gran lunga più abbondante nell’atmosfera, costituendone circa il 78% del totale. Eppure l’azoto atmosferico esiste in una forma molto difficilmente utilizzabile dagli organismi. È una molecola molto stabile chimicamente, che richiede molta energia per essere scissa e trasformata. Solamente specifici batteri sono in grado di trasformare l’azoto atmosferico in azoto assimilabile dalle piante (i cosiddetti batteri azoto-fissatori). Alcuni di questi batteri coesistono con le piante e in particolare con le loro radici. Nei microambienti radicali ci sono le condizioni giuste che permettono la crescita di questi microrganismi e che quindi arricchiscono il suolo di preziose sostanze azotate.
Le piante pioniere, ovvero quelle capaci di colonizzare ambienti estremi e poveri di nutrienti, sono spesso piante che portano con sé i batteri azotofissatori. L’unica possibilità di attecchire su un suolo primitivo e povero di azoto è quella di portarsi con sé i batteri capaci di fissarlo. Il fatto che la fissazione dell’azoto sia un processo biochimicamente complesso spiega anche perché spesso per aumentare la resa delle colture usiamo fertilizzanti azotati. Aggiungendo artificialmente nel suolo delle forme di azoto disponibili per le piante è come se ci stessimo sostituendo agli azoto-fissatori, migliorando la resa di questo fondamentale processo biogeochimico.
Ma torniamo alle ortiche. Per crescere hanno bisogno di molto azoto nel terreno. Evidentemente non sono quindi piante pioniere. A parte la fertilizzazione, quale altro meccanismo potrebbe arricchire di azoto un suolo? L’urina! L’urina contiene infatti quella sostanza che i mammiferi producono per disfarsi degli eccessi di azoto accumulati all’interno del nostro organismo: l’urea. Ecco perché spesso le piante di ortiche si trovano in corrispondenza di alpeggi, pascoli o fattorie. Dove c’è (o c’è stato) molto bestiame è facile trovare ortiche.
E quindi sulla Grignetta come può esserci arrivato l’azoto? Animali? In effetti la montagna è popolata da numerosi gruppi di camosci. Però ho subito riflettuto sul fatto che i camosci non si trattengono poi molto in cima, vista la continua frequentazione in tutte le stagioni. Inoltre, se la causa della presenza delle ortiche sulla cima fossero state le deiezioni dei camosci, allora le ortiche avrebbero dovuto coprire l’intera montagna visto che l’ungulato si muove in lungo e in largo su tutti i suoi versanti.

Quale altro animale potrebbe aver portato una buona quantità di azoto insieme alle urine? In realtà uno ce ne sarebbe: Homo sapiens. La Grignetta è da circa duecento anni una cima iper-frequentata. Migliaia e migliaia di persone ne raggiungono la cima ogni anno e diverse centinaia scelgono di trascorrere lassù la notte, sfruttando il piccolo bivacco Ferrario presente proprio sulla cima. Sicuramente una piccola parte di questo nutrito pubblico ha fatto e continua a fare pipì nei paraggi della vetta.
Ed è così che decennio dopo decennio la concentrazione di azoto in quell’altrimenti poco fertile suolo di montagna ha potuto arricchirsi, fino a raggiungere la soglia necessaria per permettere la crescita delle belle ortiche verdi. Duecento anni di pascolamento umano, ecco in estrema sintesi il perché delle ortiche in cima alla Grignetta. Certamente ha avuto un ruolo anche il contributo legato alla fauna locale e al pascolamento delle capre che un tempo sicuramente arrivavano lassù. Essendo però quella una zona di vetta, dove manca suolo e pascolo, è difficile immaginare che gli animali sostassero proprio lassù. Al contrario noi esemplari di Homo sapiens siamo molto più attratti dalle vette.
Ho parlato sui social di questa minima riflessione fitogeografica e qualcuno mi ha mandato altre fotografie di ortiche presenti sulle cime delle Prealpi. Incredibile la correlazione con la presenza di un bivacco. Tutte le cime dove è stata immortalata l’ortica ne ospitavano uno. D’altronde non c’è da meravigliarsi, chi si ferma a dormire in un luogo deve per forza di cose disfarsi dei “propri fardelli”.
Quelle ortiche in cima alla Grignetta sono in apparenza un dettaglio trascurabile, eppure se ci pensiamo raccontano in realtà qualcosa. Ricordano che la presenza umana lascia tracce negli ambienti alpini non soltanto nella forma di rifiuti o manufatti, ma anche nella composizione del suolo e nella vegetazione che lo colonizza. Siamo a tutti gli effetti una forza della natura, nel bene e nel male. In fin dei conti non è un caso se parliamo sempre più spesso di Antropocene.













