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Ambiente | 18 ottobre 2025 | 18:00

"'Faccio la guida'. 'No ma di lavoro vero, cosa fai?' C’è una disarmante ignoranza sul tema delle professioni turistiche". Il mestiere delle Gae

"Io di guide brave senza lavoro non ne conosco, invece di giovani e valenti laureati in materie giuridiche o in marketing, addirittura in ingegneria, che lavorano come muli, a suon di stage e contratti capestro a termine, sfruttati fino al midollo, collocati in una scatola di cemento, in città alienanti, che passano la vita davanti ad un monitor, per dodici ore al giorno, dall’alba al tramonto, ne incontro tanti". Alla scoperta delle Guida ambientale escursionistica (Gae) assieme a Mauro Delgrosso, referente per FormaFuturo​

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

In un tempo in cui la montagna torna prepotentemente al centro del dibattito sullo sviluppo delle aree interne con concetti quali ripopolamento, sostenibilità e turismo lento, vale la pena indagare alcune figure professionali capaci di coniugare competenza tecnica, sensibilità ambientale e narrazione del territorio.

 

Tra queste, pur tra mille insidie legate a resistenze di natura corporativa, si sta facendo strada la Guida ambientale escursionistica (Gae): cammina, accompagna, racconta e custodisce.

 

Non è solo un mestiere, ma una forma di presenza attiva, capace di generare valore culturale, educativo ed economico.

 

Nel 2024, l’Emilia-Romagna ha registrato oltre 40,5 milioni di presenze turistiche, con una crescita del +3,6% rispetto al 2023, e 11,8 milioni di arrivi, pari al +2,7%.

In questo contesto, il turismo ambientale e naturalistico diventa una leva strategica per lo sviluppo delle aree montane. E tra i protagonisti di questa trasformazione ci sono certamente le Gae, figure professionali sempre più richieste da parchi, enti locali, scuole e operatori turistici.

 

In Emilia-Romagna, uno dei primi enti a credere nella formazione delle Gae è FormaFuturo, centro di formazione professionale con sede a Parma. Il suo corso abilitante, riconosciuto dalla Regione e dal Parco Nazionale Appennino Tosco-Emiliano, ha formato decine di guide che oggi operano tra crinali, borghi e sentieri, contribuendo allo sviluppo sostenibile delle aree montane.

 

A raccontarcelo è Mauro Delgrosso, guida ambientale esperta e referente per FormaFuturo, borgotarese doc e appassionato conoscitore dell’Appennino emiliano.

Cosa significa essere una Guida ambientale escursionistica oggi, in un territorio come l’Appennino emiliano?
Significa soprattutto dare il buon esempio, con il comportamento professionale e sociale di ogni giorno, con l’amore per una professione, con l’amore per l’ambiente, con l’attaccamento alla propria identità sociale e culturale; significa dire “pane al pane e vino al vino”, in modo educato ma fermo, non correndo dietro alle mode del momento e al guadagno facile, mentendo un profilo critico e mai avventato, svolgendo una professione di grande, anzi enorme, responsabilità, in quanto mediatori culturali ed economici che operano a contatto con piccole comunità rurali, operatori in prima persona di una delle poche fonti di reddito sostenibile dell’Appennino: il turismo ambientale e quanto vi ruota attorno. Abbiamo visto cosa è successo con gli investimenti sbagliati in montagna del passato: condomini nel nulla, piste da sci mai innevate, impianti arrugginiti, maestri di sci disoccupati, locali chiusi. Oggi, uno dei mali dell’Appennino potrebbe proprio essere di nuovo l’overtourism insensato e passivo, in forme ancor più subdole, grazie ai social e alla sempre minore capacità di autonomia di pensiero e di scelta delle persone. Come nel caso della raccolta senza regole dei funghi, del depredamento dei frutti spontanei, delle grigliate ferragostane mordi e fuggi, piuttosto che delle invasioni barbariche estive dei fiumi e degli specchi d’acqua. Basta un giorno di saccheggio per distruggere un ecosistema. Per distruggere un luogo di vita, ma anche di lavoro.

 

Quali sono le qualità umane e professionali che una guida deve coltivare?
A ogni tramonto in un bosco, a ogni alba su un crinale, a ogni bagno in una pozza d’acqua limpida, a ogni capriolo che si incontra, a ogni uccello che si vede volare, a ogni salamandra che si scorge dopo una pioggia, si deve restare stupiti. Come fosse la prima volta. A me succede questo, come fosse sempre una prima volta. Vivere con l’entusiasmo dei bambini in gita, dopo una noiosa giornata di scuola. Professionalmente occorre studiare sempre, restare sempre curiosi. Viaggiare, conoscere altri luoghi, per amare maggiormente dove viviamo, dove operiamo. Adattarsi ai cambiamenti sociali, per essere in grado di dialogare al meglio con chi si accompagna, con chi si viaggia. È altrettanto fondamentale impossessarsi, per poi saperlo trasmettere, di quel sapere immateriale delle persone anziane che vivono ancora in Appennino, avendo la pazienza e la costanza di ascoltarli, ma non solo con le orecchie, soprattutto con il cuore. E poi, circondarsi professionalmente, il più possibile, di persone positive, aperte al cambiamento.

 

FormaFuturo è stato tra i primi enti in Emilia-Romagna a proporre corsi abilitanti per Gae. Come è nato questo progetto?
Tutto è partito nel 2009, da un’idea del consigliere regionale dell’Emilia-Romagna Gabriele Ferrari e della vicesindaca di Bedonia, Maria Pia Cattaneo: grazie alle loro visioni, alle loro intuizioni, è partita l’iniziativa politica che ha portato alla DGR 1515/2011, che ha dato piena attuazione alla L.R. 4/2000. Avevano capito, prima di tanti altri, che lo sviluppo della montagna, quella dell’Appennino soprattutto, poteva passare anche e soprattutto attraverso le figure di accompagnamento. Ben preparate secondo canoni oggettivi e ben definite nel loro ruolo. È stata un’intuizione di successo, visti i numeri a tre cifre di questi anni. FormaFuturo, ente di formazione dei comuni di Parma, Fidenza e Fornovo, ha creduto e investito da subito in questo progetto: le prime edizioni sono servite a calibrare il sistema, arrivato ai giorni nostri con costanti investimenti in attrezzature e risorse umane. Si organizzano solo due corsi annuali, per concentrarsi sulla qualità e sulla sostenibilità dei numeri che può assorbire il mercato. Sulla scena sono poi arrivate altre entità dedite in qualche modo alla formazione, alcune senza nessuna esperienza, attratte soprattutto dal possibile facile guadagno. Molte hanno poi abbandonato il campo, lasciando macerie, altre hanno abbassato l’asticella dell’impegno.

 

Quali competenze vengono sviluppate nel corso e come si bilanciano teoria e pratica?
Un giusto mix di teoria (30%), quasi tutta sviluppata on line e con la possibilità di consultare tante banche dati digitali, a rappresentare la memoria di 15 anni di attività, e tanta pratica, sul campo (70%). Interi fine settimana, passati sui sentieri, negli ambienti naturali più rappresentativi, sempre in mezzo alla natura, assistiti da formatori preparati ed esperti, tutti con curriculum internazionali. Con il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano abbiamo sviluppato una specializzazione, già alla terza edizione, sempre approvata dalla Regione Emilia-Romagna, in cui gli studenti possono diventare, tramite un programma specifico, anche Guida Parco e ottenere la certificazione CETs (Carta Europea del Turismo sostenibile).

Che tipo di profilo emerge dai partecipanti: giovani, professionisti in transizione, semplici appassionati?
Sono tutte persone che hanno sviluppato un profondo legame con la natura, con l’ambiente, con la vera cultura della sostenibilità e che intuiscono che possono vedere un futuro in cui la loro passione si può trasformare in una professione; si fa molto orientamento preventivo, in fondo anche contro i nostri interessi, per evitare di far fare delle scelte di vita sbagliate. Alla fine della formazione il 35% fa la professione di guida a tempo pieno, il 50% lo fa come integrazione ad altre forme di reddito, il 15% non esercita. Due profili tipici in entrata, ricorrenti: uno è il giovane, neolaureato in materie scientifiche legate all’ambiente o in materie umanistiche, l’altro è una persona cinquantenne, tutto sommato benestante, in cerca della “second life”. A livello di genere, un perfetto equilibrio.

 

Quali sono oggi gli sbocchi professionali concreti per una Gae che voglia lavorare in montagna?
Si può vivere, e bene, come Gae. Come tutte le libere professioni, occorre un periodo di rodaggio, di acquisizione di competenze professionali sul campo, occorre avere delle buone doti relazionali. Una Gae ben formata, che si inserisce in modo qualificato nei tanti progetti dei parchi o delle aree protette, semplicemente facendo attenzione e rispondendo ai bandi a ricorrenza annuale, può assicurarsi decine di escursioni “facili” ogni anno; il turismo scolastico, quello dei camp tematici, tramite agenzie specializzate, è un settore in forte crescita; come anche tutte le attività legate all’enogastronomia di montagna. L’ideale è avere anche la doppia abilitazione, quella di Gae e quella di At (Accompagnatore turistico), come permette in modo molto intelligente la legge regionale: ci sono luoghi e situazioni dove la doppia abilitazione, per seguire la fase logistica e quella prettamente escursionistica, permettono alla guida di ottenere ottimi ricavi giornalieri. La guida è anche la figura perfetta per la gestione di rifugi, di ostelli, per la gestione di affitti brevi; spesso, vista la frequentazione di ambiti forestali, quando si abbina la professione alla figura del micologo professionale, del raccoglitore di erbe e prodotti naturali spontanei, si possono sviluppare delle eccellenti integrazioni di reddito.

 

In che modo questa figura può contribuire allo sviluppo sostenibile delle aree montane?
Secondo me, i servizi ecosistemici, tra cui ovviamente il turismo ambientale, potrebbero essere un reale e concreto fattore di sviluppo sostenibile della montagna. Il turismo intelligente porta benessere, per tutti. La guida deve sempre più assumere un ruolo non solo semplicemente professionale, di fruizione, non avere solo un’attenzione deontologica, deve assumere un ruolo etico-morale, di impegno in prima persona per la promozione delle comunità rurali appenniniche nella loro interezza, cercando di salvaguardare e promuovere il patrimonio ambientale insieme a quello sociale immateriale, costituito dalle tradizioni, dal modo di vivere quotidiano e dalle storie degli uomini che le hanno tenute in vita. La certificazione CETs, le aree MAB Unesco sono un aiuto importante, per aiutare ad intercettare quelle fasce di mercato turistico che hanno un’impostazione realmente sostenibile e quindi compatibile con i fragili equilibri dell’Appennino.

C’è una rete di collaborazioni con parchi, scuole ed enti turistici già attiva?
Sì, ce ne sono molte di iniziative in questo senso, alcune di ottimo livello, alcune purtroppo più formali che sostanziali; un ruolo fondamentale nel coordinamento delle politiche di sviluppo delle attività professionali e della loro crescita è svolto dal PNATE, il Parco Nazionale dell’Appenino Tosco Emiliano, nonché della Riserva MAB Unesco collegata. È un Parco che ha investito con grande lungimiranza e coraggio su figure professionali giovani, su nuove idee qualificanti, come appunto la CETs, o sul sistema dei crediti di sostenibilità, sui valori ecosistemici, oltre a quelli ambientali e di conservazione in senso classico.

 

Quali sono le difficoltà più frequenti che un giovane incontra nel trasformare questa passione in lavoro?
Beh, tutte quelle che un giovane, ma anche una persona professionalmente matura, incontra a fare impresa o professione in Italia: la burocrazia nella gestione delle attività, la solita indeterminatezza nella gestione previdenziale e fiscale; le guide, per loro natura, sono tutte un po’ “quadrate”, non avere una posizione ben definita e ben regolamentata nei confronti dello Stato le disorienta. Complice anche una certa fumosità del titolo: ancora oggi, in Italia, ma solo in Italia, quando uno dice “faccio la guida”, ti chiedono “no ma di lavoro vero, cosa fai?”. C’è una disarmante ignoranza sul tema delle professioni turistiche: io però di guide brave senza lavoro non ne conosco, invece di giovani e valenti laureati in materie giuridiche o in marketing, addirittura in ingegneria, che lavorano come muli, a suon di stage e contratti capestro a termine, sfruttati fino al midollo, collocati in una scatola di cemento, in città alienanti, che passano la vita davanti ad un monitor, per dodici ore al giorno, dall’alba al tramonto, ne incontro tanti.

 

La guida è anche un narratore del paesaggio. Che ruolo ha nella trasmissione della cultura ambientale?
È un elemento importante, forse il più importante, a livello turistico. È quello che sta più a contatto con gli ospiti di un territorio, fa legare o, meglio, innamorare, le persone a dei luoghi; quando è bravo, quando il turista è predisposto, lega l’anima degli accompagnati alla formidabile seduzione degli ecosistemi, alle espressività dei paesaggi, delle bellezze naturali.

Come si può rendere questa professione più visibile e riconosciuta?
Sicuramente l’istituzione di una qualifica professionale nazionale, ben definita, gestita in modo pubblico e trasparente dalle regioni, dai parchi, ma inquadrata con una legge nazionale in ambito professionale, sarebbe il passo giusto. Oggi ci sono regioni normate, regioni a statuto speciale, regioni non normate, dove c’è il Far West delle associazioni professionali che si sono messe a fare pseudo-formazione e abilitazioni finalizzate solo all’iscrizione all’associazione stessa; attività alla fine svolte, senza troppa selezione, si ha l’impressione che lo si faccia solo per far quadrare i bilanci e dare una forma di sostentamento agli organi dirigenti. Un vero minestrone, frutto della legge di liberalizzazione 4/2013, fatta adattare, obtorto collo, ad una professione complicata e difficile che avrebbe invece necessità di regole rigorose e ben definite. Cartomanti, Amministratori di Condominio, Pranoterapeuti, maghi e Gae hanno la stessa legge di riferimento per esercitare: mi sembra un tantino forzato.

 

Quali sono le sfide future per chi lavora in montagna, tra cambiamenti climatici, spopolamento e turismo?
Sopravvivere in un mondo di pochi ricchissimi, potentissimi e di tantissimi cittadini indistinti, con sempre meno diritti, se non quelli fasulli di essere dei consumatori inconsapevoli, sempre meno attenti e coscienti; sempre meno creativi, solo in cerca di nemici a cui dare la colpa delle loro insoddisfazioni e frustrazioni, non più in grado di adottare uno stile di vita sostenibile a livello ambientale, sociale e soprattutto economico. Chi aspira a lavorare in montagna in modo nuovo dovrebbe farsi portatore di una terza via, quella della vita sana per se stessi, per gli animali di affezione, rispettosa dell’ambiente, adottando e migliorando degli stili di vita come quelli che fino ad oggi hanno caratterizzato molte delle piccole comunità che riescono a sopravvivono ai tanti cambiamenti dei nostri giorni (a volte anche piuttosto bene!); dimostrare, con il buon esempio, che ci sono fonti di sostentamento più che soddisfacenti, frutto di servizi ecosistemici, come appunto il turismo ambientale e le produzioni agroalimentari di alta qualità. Ovviamente, sono situazioni e scelte di vita più facile da dirsi, che da farsi, soprattutto a livello mentale: occorre avere quello che manca troppo spesso oggi, il coraggio.

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