"La fusione dei ghiacciai porta a un aumento del numero di specie, ma si tratta di un effetto effimero". La scomparsa di questi ambienti rischia di estinguere forme di vita eccezionali e uniche

"I cambiamenti climatici ci sono sempre stati. C'è stato un tempo in cui c'erano le foreste ai poli: faceva molto più caldo di adesso. Il problema è che questo cambiamento sta avvenendo a un ritmo tale da non consentire un adattamento o anche una migrazione adeguata alle specie". "Vite al limite: la biodiversità dei ghiacciai" è il secondo incontro organizzato dal Muse per la rassegna "Dialoghi sul ghiaccio". L’appuntamento è per mercoledì 5 novembre

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“I cambiamenti climatici ci sono sempre stati. C'è stato un tempo in cui c'erano le foreste ai poli: faceva molto più caldo di adesso. Il problema è che questo cambiamento sta avvenendo a un ritmo tale da non consentire un adattamento o anche una migrazione adeguata alle specie. Teniamo presente che noi, in circa duecento anni, siamo passati da uno dei periodi più freddi degli ultimi 10mila anni (glaciazioni escluse, il 1800 è stato uno dei periodi più freddi in assoluto), a uno dei periodi più caldi. E duecento anni sono niente da un punto di vista biologico, è minore del ciclo vitale di un albero”.
Il prossimo mercoledì 5 novembre, alle 18:00, lo spazio dell’Agorà del Muse ospiterà l’incontro Vite al limite: la biodiversità dei ghiacciai, che intende esplorare la prolificazione di vita che abita questi ambienti estremi e sempre più a rischio. L’appuntamento fa parte della rassegna autunnale di Dialoghi sul ghiaccio (qui il programma completo).

Roberto Ambrosini e Marco Caccianiga, dell’Università degli Studi di Milano, incontrano Mauro Gobbi, ricercatore del Muse. Al centro del dialogo la biodiversità dei ghiacciai e le sfide per la conservazione di questi ambienti unici e vitali, con riferimento particolare agli studi condotti sul Ghiacciaio dei Forni e al Progetto Cold Case.
In vista del prossimo appuntamento, abbiamo chiesto un’infarinatura sull’argomento a Marco Stefano Caccianiga, professore associato di Biologia Sistematica all’Università degli Studi di Milano. I suoi studi si estendono con intensità soprattutto sulle aree glaciali, sia su piani proglaciali che su altri ambienti legati al ghiaccio, specialmente per quel che riguarda il mondo vegetale.
In che modo si intrecciano la biologia e lo studio dei ghiacciai?
Al contrario di quanto si possa pensare, la ricerca sui ghiacciai in realtà è un campo di studi classico: fin dai primi decenni del XX secolo è stato indagato come un esempio da manuale di quella che si chiama una successione primaria, cioè un evento che libera un terreno completamente privo di vita che viene progressivamente colonizzato, come accade per le eruzioni vulcaniche. È un settore che ha sempre un po' attratto i botanici, gli ecologi, gli zoologi. Negli ultimi decenni questo tipo di tematica va acquisendo rilevanza e particolare urgenza perché il ritiro dei ghiacciai è accelerato, in certi casi fino alla scomparsa. Quindi, da tema classico di studio delle ecologie è diventato un tema urgente, legato alla conservazione. Oggi, inoltre, l’approccio si è ampliato: se tradizionalmente si studiava un gruppo di organismi alla volta (il botanico guardava le piante, l'entomologo gli insetti eccetera); ora invece ci si sta interrogando anche sulle interazioni, quindi attraverso un approccio si dice “multi-taxon”. Ci sono degli effetti non solo su quali specie ci sono e quali no, ma anche su quello che esse fanno, come interagiscono tra loro eccetera.

Quali sono le conseguenze più significative dei cambiamenti climatici sulle specie animali e vegetali in ambiente glaciale?
Gli effetti non sono facili da osservare. Sul breve periodo, almeno per le piante, quello che si osserva è un iniziale incremento della biodiversità: si liberano nuovi spazi per la colonizzazione delle piante. Quello di cui ci si sta rendendo conto, però, è che questo effetto è effimero. Perché, nel momento in cui poi il ghiacciaio scompare, gli ambienti pionieri legati alla presenza del ghiaccio vengono via via rimpiazzati da quelli di ambienti più stabili, meno influenzati da esso. Nella situazione attuale, finché il ghiacciaio c'è, abbiamo questa successione vicino al ghiaccio di specie pioniere adattate a quell'ambiente peculiare. Nel momento in cui il ghiaccio scompare, progressivamente si finirà col sostituire tutte le specie pioniere con le specie più esigenti e quindi avremo una banalizzazione, una perdita di biodiversità. Questo è il punto: se uno guarda i dati immediati, ora vi è un aumento del numero di specie in linea con l’aumento di spazio colonizzabile dalle piante. Tuttavia, esistono organismi, sia animali che vegetali, che sono strettamente legate al ghiaccio quindi che non possono sopravvivere se il ghiaccio non c'è, e andranno presto incontro all’estinzione.

Quali zone sono più esposte al rischio di vedere estinta la propria biodiversità?
Particolarmente a rischio di estinzione sono soprattutto quelle specie che, oltre ad essere ecologicamente legate a questi ambienti molto freddi, hanno anche una distribuzione molto ridotta, cioè sono geograficamente molto ristrette. Le zone prealpine, le Alpi più periferiche, dove le montagne sono più basse e i ghiacciai sono più piccoli (quindi già particolarmente a rischio), sono anche zone ad altissimo tasso di endemismo, cioè dove ci sono tantissime specie esclusive, sia animali che vegetali. Sono zone che erano ai margini delle grandi glaciazioni e quindi hanno permesso la sopravvivenza di specie che altrove sono sparite. Per esempio le Alpi Orobie, in provincia di Bergamo, ma anche le Dolomiti, le Alpi Marittime: queste zone hanno un’enorme quantità di specie che sono presenti solo lì, e quindi un'estinzione locale corrisponde a un'estinzione globale.

Le viene in mente qualche specie in particolare?
Per esempio, c'è un coleottero (di cui si è molto occupato Mauro Gobbi, del Muse), che si chiama Oreonebria. È un coleottero esclusivo delle Alpi Orobie che vive in ambienti freddi, glaciali, e di cui stiamo osservando, anno dopo anno, che si sta ritirando a quote sempre più alte in risposta al riscaldamento climatico. Ma una volta che le montagne finiscono e questo animale scompare, sarà scomparso ovunque, perché si trova esclusivamente lì. Così come alcune pulci dei ghiacciai, come la Desoria calderonis, che è un piccolo invertebrato del genere dei collemboli, anch’essa esclusiva e a rischio estinzione. Per le piante, anche se hanno specie legate ad ambienti molto freddi, per esempio Androsace alpina, che è una bella pianta della famiglia delle Primulacee, Androsace alpina è una pianta che è endemica delle Alpi, quindi estesa lungo quasi tutto l’arco alpino ma che cresce soltanto negli ambienti molto freddi. La scomparsa dei ghiacciai unita all'arrivo di specie più esigenti, più capaci di adattamento, la espongono senz’altro al rischio di estinzione, almeno localmente.

Quanto è determinante la competizione di specie tipiche di altitudini inferiori che salgono di quota?
Quello che si verifica è una risalita di specie autoctone, ma tipiche delle quote più basse, quindi noi abbiamo le specie di bosco, per dire, che cominciano a essere presenti anche in posti dove fino a non molto tempo fa il bosco non c'era. Quindi abbiamo una risalita dei piani altitudinali ad opera delle nostre stesse specie, che però ovviamente va a discapito delle specie di alta quota, che più di tanto non possono salire e che sono fortemente vincolate a certe temperature. Eccetto rare specie, quelle fortemente legate al ghiaccio di cui parlavamo, di solito non è che una specie muore perché fa caldo, ma tipicamente scompare perché diventa meno competitiva rispetto alle specie che arrivano. La scomparsa delle specie di ambiente freddo avviene dunque proprio perché vengono spazzate via dalla competizione. Di solito sia per le piante che per gli animali c'è quello che viene definito un “trade-off”, le specie devono scegliere dove investire le proprie risorse: più una specie si è adattata a resistere ad ambienti estremi, meno è adattata alla competizione.













