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Ambiente | 31 marzo 2025 | 06:00

La più piccola vipera d'Europa sul più grande altopiano degli Appennini

Cronache di un fotografo naturalista #04 / Alla scoperta della "Imperatrice degli Appennini" nel "Piccolo Tibet" di Campo Imperatore, all'ombra del Gran Sasso

scritto da Giacomo Radi

Nel corso della storia del nostro Pianeta si sono susseguite numerose e tumultuose variazioni climatiche in cui la vita ha combattuto per emergere, resistere e diversificarsi in quella molteplicità di specie ed ecosistemi che definiamo biodiversità. In questi mutamenti, le glaciazioni hanno giocato un ruolo molto importante, disegnando la distribuzione di molti organismi viventi attraverso migrazioni obbligate dalle temperature.

 

In Europa, gran parte delle specie delle regioni temperate è sopravvissuta alle glaciazioni in aree rifugio nella parte meridionale del continente, tra cui la penisola italiana. L’antenato di una di queste specie, originario dell’Asia centrale dove abitava le grandi steppe erbose, si è diversificato sui Balcani durante le fluttuazioni climatiche del Plio-Pleistocene (tra 2,5 milioni e 8.000 anni fa), raggiungendo poi l’Italia e resistendo in alcune “isole in alta quota”.

 

Durante i lunghi periodi glaciali (freddi) e interglaciali (caldi) le praterie e i boschi hanno preso parte ad una danza di espansioni e contrazioni. Sono state queste dinamiche a spingere un piccolo serpente, durante i periodi dove il bosco risaliva di quota, a cercare il suo habitat di prateria sempre più in alto, per sfuggire alla morsa della selva. Si tratta della vipera dell’Orsini (Vipera ursinii). Sostanzialmente sembra che l'areale montano di questo viperide sia un adattamento secondario, per questo non si dovrebbe parlare di relitto glaciale, ma più correttamente di specie relittuale di quota condizionata dalla mancanza di habitat in pianura.


La vipera dell’Orsini è presente in Europa con 5 sottospecie con distribuzione fortemente frammentata dall’Ucraina alla Francia. Le popolazioni asiatiche (Asia Centrale, Mongolia, Cina occidentale), un tempo riconosciute come sottospecie, sono attualmente state elevate a rango di specie.

Il nostro racconto si sposta fugacemente sull’uomo, non più confinato in habitat definiti dallo spazio, ma in quelli dettati dal tempo storico, molto più tiranno dei tempi geologici in cui si scrive la storia della Terra.

 

All’inizio del 1800 il naturalista abruzzese Antonio Orsini si trova sui suoi monti e cattura una vipera insolita che fa recapitare ad un altro naturalista dal cognome ingombrante, Carlo Luciano Bonaparte, fratello del più noto Napoleone, che nella sua opera Iconografia della Fauna Italica scriverà: Vive nei prati sassosi dei monti dell’Abruzzo prossimi alla provincia d’Ascoli, donde ci è stata inviata dal più volte lodato Signor Orsini Tutto che presenti un’aspetto [sic], una statura e caratteri di forma e di coloramento diversi da quelli del Pelias berus [oggi classificata come Vipera berus]”. Per alcune somiglianze, Bonaparte la classifica come Marasso alpino (Pelias chersea), il marasso “svedese” descritto in precedenza da Linneo, ma dubbioso aggiunge: “È indubitato che converrebbe imporre altro nome a quest'ultimo, e se a noi appartenesse ci gioverebbe chiamarlo Pelias Ursinii”.


La pupilla ellittica sul fondo color arancio dorato dell’occhio e le squame carenate ben visibili sono due caratteri diagnostici della vipera dell’Orsini.

Facciamo ancora un salto in avanti e arriviamo ai giorni nostri, con un ragazzo appena laureato che sulle orme degli scritti e delle ricerche di chi lo ha preceduto arriva in Abruzzo speranzoso di trovare la più piccola vipera europea. È la fine di settembre e le temperature non sono più quelle estive. L’aria è frizzante e sfiora appena gli 11 °C, ma i raggi di sole che si alternano alle nuvole riescono ancora a scaldare il suolo.

 

Raggiungo Campo Imperatore, sito noto per la presenza di vipera dell’Orsini, con molta speranza ma al tempo stesso con disincanto. Sopra l’altopiano le nuvole si contorcono, gonfiano, si sciolgono e si addensano in una metamorfosi incessante e fanno a gara con la fantasia dei bambini nel rappresentare le forme più disparate. Oltre il Monte Scindarella troneggia come un titanico monolite il Corno Grande mentre, tra le luci e le ombre di una giornata di inizio autunno, incomincio la mia ricerca.


Il Corno Grande, con i suoi 2.912 metri s.l.m., è la cima più alta del massiccio del Gran Sasso e degli Appennini.

L’altopiano, il più vasto degli Appennini, si estende tra i 1.600 e 2.000 m s.l.m., su una vasta superficie dove domina la vegetazione erbacea, in prevalenza graminacee, frammista a ghiaioni e morene di fondo. Ma la mia ricerca si concentra su aree ben precise: è dove domina il ginepro nano (Juniperus nana), con il suo portamento pulvinato, che vive il piccolo rettile. Sembra un luogo perfetto in cui vivere, in effetti: un guanciale verde adagiato sul ventre della montagna che trattiene il calore creando un microclima dove la vipera dell’Orsini si può termoregolare protetta da occhi indiscreti. Le radici del ginepro nano si fanno strada tra le fessure calcaree e portano, come lunghi corridoi, direttamente alle celle di svernamento: residenze iper-accessoriate a prezzi popolari.

 

Ed è proprio sul margine di un gruppo di ginepri nani che incontro il sinuoso ornamento a zig-zag di un maschio. Con la voce tremante pronuncio il suo nome: Vipera ursinii. Incorniciato tra gli steli ocra delle graminacee, le foglie verdi della vedovella celeste (Globularia meridionalis) e il grigio cenere del calcare e delle nuvole, immortalo l’Imperatrice degli Appennini.


Nello scenario di Campo Imperatore spicca la bellezza di questo maschio adulto.

Negli anni successivi sono tornato altre volte in Abruzzo a ritrarre questo animale e ho avuto varie occasioni per fotografarlo e osservare alcuni aspetti della sua etologia in diretta. A differenza delle altre vipere europee, la vipera dell’Orsini ha una dieta prevalentemente basata sugli invertebrati, in particolare ortotteri molto diffusi negli ambienti in cui vive come quelli del genere Italopodisma.


Gli ortotteri del genere Italopodisma come questo Italopodisma fiscellanae fanno parte della dieta a base di invertebrati della vipera dell'Orsini.

Anche la fase di alimentazione risponde ai ritmi incalzanti della montagna e dura più o meno tre mesi, da giugno a settembre. I maschi sono i primi a comparire dal periodo di latenza invernale e verso la fine di aprile è già possibile incontrarli a fare bagni di sole tra le trame dei ginepri nani, mentre le femmine escono allo scoperto due o tre settimane dopo. La frequenza riproduttiva è tendenzialmente biennale per entrambi i sessi, un caso piuttosto raro tra i vertebrati a sangue freddo. Il clima di alta quota non fa sconti e quindi, tra tutti i serpenti italiani, Vipera ursinii è quello con il ciclo annuale di attività più corto.


La vipera dell’Orsini, come gli altri viperidi europei, produce veleno che usa per cacciare. È la vipera meno pericolosa d'Europa e la più innocua per l'uomo per la scarsa quantità di veleno che inietta con il morso, per il minor effetto tossico del veleno stesso e per la difficoltà di penetrare a fondo a causa della esigua lunghezza dei denti veleniferi, che non superano i 3 mm.

Spiare questo rettile mentre striscia nel suo universo di steppa d’alta quota ha qualcosa di ancestrale ed è difficile restituire queste sensazioni con la fotografia, ma è un esercizio che non mi stanca mai e un privilegio poterci provare. Come è possibile non lasciarsi ammaliare da queste creature nel palcoscenico di tali montagne?


Vacche e cavalli semibradi pascolano su Campo Imperatore, altopiano di origine glaciale anche noto come “Piccolo Tibet”.

Osservare le mandrie di vacche e cavalli brucare e spostarsi placide sull’altopiano fa sognare attraverso il tempo e giungere a quel passato in cui gli uri e i cavalli selvatici solcavano le grandi pianure. Ma tornando al presente, in alcune situazioni questa immagine può celare il rovescio della medaglia. L’eccessivo sfruttamento del pascolo ad opera di animali domestici semibradi è una delle principali minacce per questa minuta vipera, assieme all’alterazione o la distruzione del suo ambiente naturale. La vipera dell’Orsini è infatti il serpente italiano che corre i maggiori rischi per la sua conservazione ed è considerata rara e minacciata in tutto il suo areale europeo. Esattamente come gli scimpanzé o le tigri è classificata come endangered (in pericolo) dall'I.U.C.N. (International Union for Conservation of Nature). In Italia la vipera dell’Orsini sopravvive in piccolissime porzioni montane tra l’Umbria e le Marche, nel Lazio e appunto in Abruzzo.

 

Le montagne, nonostante rappresentino una piccola porzione della superficie terrestre, poco più del 20%, custodiscono circa un terzo della biodiversità mondiale e la metà degli hotspot di biodiversità del nostro Pianeta. La piccola Imperatrice degli Appennini regna in questi habitat fragili, sfidando la storia della terra e quella più insignificante dell’uomo.


Vipera ursinii è la più piccola vipera europea, in particolare gli individui della sottospecie italiana e francese V. u. ursinii, con dimensioni medie di 40-45 cm.

 

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Giacomo Radi

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.

 

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