"Li chiamano 'capelli di ghiaccio': sembra che il legno morto, in pieno inverno, si metta a generare fluenti ciocche d'argento. Ma dietro questo fenomeno raro e spettacolare si nasconde un fungo"

Camminando in un bosco di latifoglie nelle mattine più fredde, potrebbe capitare di imbattersi in una presenza inusuale: filamenti bianchissimi, somiglianti a ciuffi di capelli bianchi, sottili come seta e lucenti come argento, sembrano spuntare direttamente dal legno morto caduto a terra. Il micologo Nicolò Oppicelli: "Exidiopsis effusa. È lui il vero regista"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Camminando in un bosco di latifoglie nelle mattine più fredde, potrebbe capitare di imbattersi in una presenza inusuale: filamenti bianchissimi, somiglianti a ciuffi di capelli candidi, sottili come seta e lucenti come argento, sembrano spuntare direttamente dal legno morto caduto a terra.
Vengono chiamati comunemente "capelli di ghiaccio" (ma anche lana di ghiaccio o barba ghiacciata) e la loro apparizione è così effimera che basta un raggio di sole o un leggero soffio di vento per vederli svanire nel nulla.
Non si tratta di un evento casuale, ma del risultato di una collaborazione singolare tra determinate condizioni atmosferiche e l’affascinante regno dei funghi.
"Li chiamano 'capelli di ghiaccio' e non è difficile capire perché. Sembra che il legno morto, in pieno inverno, si metta a generare fluenti ciocche d’argento – spiega il micologo Nicolò Oppicelli –. "Ma dietro questo fenomeno raro e spettacolare si nasconde un fungo: Exidiopsis effusa. È lui il vero regista".
Leggendo l’efficace descrizione pubblicata dall’esperto sui suoi canali social, si scopre che questo particolare fungo "vive nel legno in decomposizione e rilascia sostanze che impediscono al ghiaccio di ricristallizzarsi, stabilizzando i sottilissimi filamenti che si formano durante le gelate. Il processo si chiama criosuzione: quando l’acqua interna al legno inizia a congelare, si crea una pressione che spinge verso l’esterno altra acqua liquida, che, appena a contatto con l’aria fredda, ghiaccia all’istante in microfilamenti curvati, come capelli vaporosi", prosegue Oppicelli.
Per osservare i capelli di ghiaccio è necessario che si verifichi un insieme di condizioni ambientali e atmosferiche: le temperature devono oscillare in un intervallo molto stretto, solitamente tra lo zero e i meno cinque gradi centigradi, accompagnate da un’umidità molto alta e dalla totale assenza di vento e sole diretto.
"Basta poco per farli sparire. Ma se si ha fortuna, in un bosco silenzioso d’inverno, è possibile trovarli. E allora sembrerà che il legno stia respirando, lentamente, nel gelo", scrive il noto micologo.

Talvolta queste creazioni plasmate dal ghiaccio assomigliano a ciocche di capelli candidi, altre a matasse di nylon o a batuffoli di piume.
Uno dei primi a descrivere il particolare fenomeno fu Alfred Wegener, meteorologo (e scopritore della deriva dei continenti), nel 1918. Studiò queste formazioni ghiacciate sul legno morto umido, ipotizzando che alcuni funghi specifici facessero da catalizzatore. La teoria fu confermata in gran parte da Gerhart Wagner e Christian Mätzler nel 2005 e, nel 2015, il fungo Exidiopsis effusa è stato identificato come chiave per la formazione dei capelli di ghiaccio. Lo spettacolo naturale dei "capelli di ghiaccio", piuttosto raro e inusuale, è stato finora riscontrato in particolare nei boschi di latifoglie situati in una zona compresa tra i 45 e i 55° Nord.
Imparare a riconoscere questi fenomeni ci permette di guardare al bosco come a un ecosistema complesso, dove anche il legno marcescente gioca un ruolo fondamentale per la biodiversità. In questo caso, tronchi o rami morti di latifoglia, impregnati di umidità e colonizzati dal fungo, attendono il momento esatto per dar vita a queste evanescenti "sculture" temporanee.
Immagine di copertina: collage di fotografie da Wikimedia Commons













