Per gli impiantisti la neve artificiale è necessaria: "Siamo ambientalisti anche noi ma con una visione diversa"

Mentre nel corso della presentazione del dossier di Legambiente NeveDiversa si sottolineava la necessità di ripensare il turismo invernale in una chiave più sostenibile, replicando le buone pratiche di turismo dolce, Anef, l’associazione degli imprenditori funiviari, che rappresenta il 90% del mercato della mobilità su fune, ha condiviso la propria posizione sul tema con un lungo e dettagliato comunicato, che commentiamo di seguito

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Anche questo marzo è arrivato puntualissimo il report di Legambiente sullo stato dell’industria dello sci in Italia (e non solo): NeveDiversa. Il dossier relativo al 2024, l’anno più caldo mai registrato, è stato reso pubblico (ne abbiamo parlato in questo articolo) mentre la Fondazione Cima confermava che il deficit idrico dovuto alla carenza di neve rimane grave nella maggior parte della penisola, e si attesta intorno al 70% in meno rispetto alle medie climatologiche del passato.
Dalle Alpi agli Appennini nevica sempre meno, e il monitoraggio di Legambiente mostra come questo si concretizzi, tra le varie, anche nel numero di impianti dismessi (sono 265 le strutture legate agli sci non più funzionanti) e nell’aumento dei bacini di innevamento artificiale per “fabbricare” la neve (165 quelli mappati ad oggi in Italia tramite le immagini satellitari per una superficie totale pari a 1.896.317 metri quadrati).
Mentre nel corso della presentazione si sottolineava la necessità di ripensare il turismo invernale in una chiave più sostenibile, replicando le buone pratiche di turismo dolce, Anef, l’associazione degli imprenditori funiviari, che rappresenta il 90% del mercato della mobilità su fune, ha condiviso la propria posizione sul tema e sulla campagna di Neve Diversa con un lungo e dettagliato comunicato, che commentiamo di seguito.
Il messaggio lanciato dall’associazione è che i suoi associati sono “i primi a subire gli effetti del riscaldamento globale” ma soprattutto che “oggi, la produzione di neve artificiale è diventata una necessità”. Come dichiarano, infatti: “La carenza di neve naturale ha conseguenze economiche significative per le comunità locali. Per questo, più che parlare di una neve diversa, sarebbe opportuno riconoscerla come una neve necessaria. Per noi, rappresenta un investimento che genera valore e garantisce la sopravvivenza delle nostre valli, evitando il rischio di spopolamento”.
La rivalutazione della neve tecnica, da parte di Anef, parte dalla scelta del linguaggio da utilizzare per descriverla: “Non c’è nulla di negativo nel termine artificiale. La neve artificiale non è un’alterazione della natura, ma un’integrazione necessaria per garantire la continuità delle comunità montane e della loro economia. È, in concreto, un sostegno all'industria turistica e sportiva e concede una continuità e una maggiore efficienza delle attività sportive. Le aree sciistiche non sono solo impianti di risalita e piste da sci, ma rappresentano un ecosistema economico complesso che sostiene le comunità montane. Il turismo invernale è una risorsa vitale per questi territori in quanto attrae investimenti e fornisce opportunità di occupazione alle nuove generazioni. La neve artificiale, di fatto, è a favore di questa economia: crea posti di lavoro, genera gettito fiscale e sviluppa infrastrutture che favoriscono la crescita economica. La neve artificiale rappresenta quindi un pilastro per l’economia delle vallate alpine e appenniniche”.
Dire che la neve artificiale rappresenti un pilastro dell'economia alpina è corretto, infatti come emerge dal rapporto di Legambiente, l’Italia è il Paese europeo con la maggiore diffusione di neve artificiale, con il 90% delle piste da sci che si avvale di sistemi di innevamento programmato. Questo però non vuol dire che si tratti di un pilastro solido, nel presente ma soprattutto nel futuro (prossimo e non). Sempre citando il rapporto: “Negli ultimi anni, gli impianti di neve artificiale sono diventati una spesa costante e cruciale per la sopravvivenza di un comprensorio”. Basti pensare che a metà febbraio già si registrava una spesa di 2 milioni di euro per l’innevamento artificiale nelle aree montane del Bellunese. A Sestriere, in Piemonte, in quattro anni la cifra spesa ha superato i 10 milioni di euro, mentre per innevare i 125 chilometri di piste del Friuli Venezia Giulia, il costo stagionale si aggira intorno ai 5 milioni di euro. Come è facilmente immaginabile, i maggiori costi sono legati all’energia elettrica e alla manodopera, il personale che con i gatti movimenta i cumuli di neve e prepara le piste.
Gli effetti di queste scelte sono evidenti: ci troviamo di fronte a una vera e propria industria dello sci, dominata da una logica fordista, incentrata sulla ricerca di una domanda stabile per raggiungere almeno il pareggio di bilancio. Tuttavia, data l’instabilità delle condizioni climatiche e della clientela, tranne che per pochi grandi comprensori, è difficile immaginare un futuro stabile, e in ogni caso è bene ricordare che per realizzare questi piani industriali sono necessari finanziamenti sempre più consistenti da parte di investitori esterni, dell’ente pubblico, o di una combinazione di entrambi.
L’attenzione nei confronti dell’oro bianco del nuovo millennio è per Anef un’occasione per fare chiarimenti sulla neve artificiale e sui suoi impatti: “La neve artificiale è composta esclusivamente da acqua e aria, senza l'aggiunta di altre sostanze. Grazie a un processo di atomizzazione, gocce d'acqua vengono raffreddate e trasformate in cristalli di neve tramite l'uso di appositi generatori. Questo procedimento permette di replicare un fenomeno naturale, garantendo però maggiore prevedibilità e sicurezza per la stagione sciistica. L’acqua, quindi, non viene sprecata né inquinata: viene semplicemente trasformata in neve e restituita all’ambiente con il disgelo primaverile. A questo si aggiunge che i nuovi mezzi battipista sono dotati di tecnologia snowsat che permette di misurare la giusta quantità di neve da produrre evitando così inutili sprechi e, laddove è possibile, infine, si usa energia elettrica proveniente da fonti di energia rinnovabili”.
Sebbene sia vero che la neve artificiale sia composta esclusivamente da acqua e aria, è importante sottolineare che l’acqua utilizzata non è una risorsa illimitata. Con il cambiamento climatico in corso, le riserve idriche stanno diventando sempre più scarse e preziose, e il loro utilizzo per la produzione di neve artificiale non può essere considerato privo di impatti. Anche se l’acqua viene restituita all’ambiente con il disgelo primaverile, il suo impiego per l’innevamento sottrae risorse che potrebbero essere destinate ad altri usi essenziali, come l’agricoltura, il consumo umano e il mantenimento degli ecosistemi. Inoltre, la gestione delle riserve idriche diventerà sempre più critica nei prossimi decenni, e il rischio di conflitti per l’accesso all’acqua è destinato ad aumentare.
L’associazione, inoltre, ha voluto anche sottolineare che: “Le piste occupano un’area di 90,5 chilometri quadrati, lo 0,03% della superficie totale del territorio italiano. Gli impianti sono serviti da circa 3.200 km di piste per il 72% dotate di innevamento programmato”.
Nel comunicato, non ci si risparmia dal parlare del tema più spinoso, quello dei consumi energetici del settore che “ammontano a 357 GWH, dei quali oltre il 40% deriva da fonti rinnovabili certificate, ovvero 1 millesimo del totale dei consumi energetici nazionali”. Questo dato, secondo Anef, va considerato anche in prospettiva: “Negli ultimi 15 anni i progressi tecnologici hanno permesso un miglioramento esponenziale della quantità di neve prodotta a parità di energia e acqua consumate”.
Sebbene i numeri forniti da Anef possano sembrare contenuti se rapportati alla superficie totale del territorio italiano o al consumo energetico nazionale, è fondamentale considerarli nel giusto contesto. Il fatto che il 72% delle piste sia dotato di innevamento artificiale è di per sé un chiaro segnale della gravità della situazione: la maggior parte delle località sciistiche ormai non può più fare affidamento sulle nevicate naturali per garantire una stagione regolare. Questo evidenzia come il cambiamento climatico stia già rendendo insostenibile il modello attuale dello sci alpino.
Inoltre, il consumo di 357 GWh all’anno non è affatto trascurabile, soprattutto considerando che si tratta di un’energia destinata esclusivamente a un’attività ricreativa. Anche se una parte proviene da fonti rinnovabili, la produzione di neve artificiale rimane un processo energivoro e costoso, che richiede una gestione sempre più sofisticata delle risorse idriche ed elettriche.
Il miglioramento tecnologico degli ultimi anni, per quanto positivo, non cambia il dato di fondo: la dipendenza crescente dalla neve artificiale dimostra che il tempo dello sci sulle Alpi, almeno nella sua forma attuale, sta rapidamente giungendo al termine. Continuare a investire in un sistema che necessita di così tante risorse per contrastare gli effetti del riscaldamento globale appare sempre meno sostenibile.
Anef, con un gioco di parole, lancia una proposta, quella di un progetto di ricerca chiamato “Neve necessaria”, mirato ad analizzare il ruolo della neve artificiale, la sua sostenibilità e le strategie per garantire un futuro alle comunità montane. “Abbiamo un’opportunità unica per dimostrare che sostenibilità e sviluppo possono coesistere. Collaboriamo per costruire soluzioni concrete e dare un futuro alla montagna”, dichiara Anef, proponendosi come interlocutore “a tutti gli stakeholder interessati al tema della sostenibilità, per avviare un dialogo che consenta il superamento dei preconcetti e delle posizioni di parte, e sia invece orientato allo sviluppo di attività concrete per la tutela di tutti gli interessi in gioco”.
L'intervento di Massimo Fossati, durante la presentazione del rapporto, è stato in linea con questa richiesta di dialogo: “Non dovremmo stare ai lati opposti della barricata. Non comprendiamo per quale motivo non siamo considerati alleati, perché in realtà siamo ambientalisti anche noi ma con una visione diversa. Siamo qui oggi per proporvi una tregua: proviamo ad uscire insieme dalle battaglie ideologiche e a trovare soluzioni condivise per il futuro e il bene della montagna”.













