"Qui abita un’energia segreta, che ha prodotto cose mirabili, ma ne siamo molto poco consci". Tra le terre delicate degli Appennini

Tra parole e acquerelli, scopriamo la seconda parte del Cammino di Sant'Antonio, percorso di 22 tappe che che parte da Camposampiero (PD) e arriva al Santuario di La Verna (AR). Un itinerario di 430 chilometri che rimane sconosciuto ai più

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quelle dell’Emilia Romagna sono terre delicate. Le argille che abbondano nei suoli collinari si sciolgono in colate fangose appena piove e il problema è che ultimamente, quando piove, lo fa con una rabbia che destabilizza non solo i versanti, ma anche il cuore delle persone. Le colate si riversano poi a valle, invadendo le pianure consumate da cemento e asfalto. Così, se in alto l’Emilia Romagna vede franare la terra, in basso guarda impotente l’acqua coprire tutto. E’ successo ben quattro volte tra la primavera del 2023 e l’autunno del 2024 e ora ogni volta che piove la gente trema.
A metà del mio cammino lungo i sentieri percorsi da Sant’Antonio arrivo a Modigliana nell’unico giorno di pioggia dei quindici totali camminati. Una pioggia giusta, non troppo forte ma che comunque bagna e che a mezzogiorno è già finita, lasciando spazio al sole. Due anni dopo i dintorni del paese saranno “mangiati” da frane e smottamenti, e l’anno dopo ancora un drone riprenderà le acque del torrente Acerreta scorrere rabbiose e perdere la traccia dell’alveo, uscendo ad allagare le vie del borgo. Trovo un alloggio semplice e accogliente nel convento delle Suore della Sacra Famiglia e il provvidenziale contributo di una lavanderia automatica per ripristinare il poco vestiario che porto con me.

La tappa successiva mi conduce a Dovadola, con una breve deviazione per visitare l’Eremo di Montepaolo, il più importante santuario antoniano della Regione, in cui Sant’Antonio risiedette per circa un anno. Anche Dovadola sarà suo malgrado tra i Comuni colpiti dalle alluvioni. Il paese mi appare all’improvviso da un punto un po’ aperto nel bosco che sto attraversando: è una macchia dalle diverse tonalità dei colori della terra, immersa nei mille verdi delle colline che la circondano. Un piccolo borgo assonnato in un pomeriggio assolato di fine maggio, in cui, così mi sembra, sono l’unica forestiera, ma non so perché mi sento come a casa; come del resto mi sono sentita lungo tutto il Cammino.

I giorni successivi arrivo piano piano a toccare le prime quote 1000: dopo la sosta a Portico di Romagna si sale attraversando il Parco Regionale del Crinale Romagnolo, che altro non è se non il versante romagnolo del Parco Nazionale del Monte Falterona, Campigna e delle Foreste Casentinesi, per raggiungere San Benedetto in Alpe, minuscolo borgo sviluppato attorno all’abbazia che si dice fondata dallo stesso san Benedetto. Sono luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato, o forse non esistere proprio. Belli nella loro struggente solitudine, lontani dal fracasso delle pianure ormai congestionate e dalla frenesia di città sempre più impazienti. Eppure ciò che più attrae di queste terre è al tempo stesso, forse, la loro condanna.
Superato San Benedetto in Alpe, il Cammino tocca la Cascata dell’Acquacheta, un salto d’acqua di 70 metri incastonato tra alti faggi. La cascata viene menzionata da Dante Alighieri nel XVI Canto dell’Inferno, dove paragona il fragore dello scroscio d’acqua durante le piene all’assordante cascata del Flegetonte, il fiume che divide il settimo e l’ottavo cerchio. Proseguo passando in territorio toscano, attraverso le faggete immense delle Foreste Casentinesi - che mi accompagneranno ormai fino alla fine del Cammino - nelle quali si mescolano castagneti secolari coltivati, come quelli che circondano il minuscolo abitato di Castagno d’Andrea.

Con la tappa successiva, la terzultima, entro nella parte più spirituale di tutto il Cammino. Da Castagno d’Andrea salgo, quasi senza pause, per una decina di chilometri e 800 metri di dislivello, fino a raggiungere, tra qualche chiazza di neve ormai consumata dalla primavera, il punto più alto del Cammino: il Monte Falco, 1.658 m, da cui la vista si apre sconfinata verso nord, mostrandomi la via percorsa. Da qui per una quindicina di chilometri fino alla fine della tappa camminerò lungo il confine tra le due regioni, Emilia Romagna e Toscana. Attraverso gli splendidi Prati alla Burraia e raggiungo il Passo della Calla, dal quale il sentiero corre per alcuni chilometri lungo il margine meridionale della Riserva integrale di Sasso Fratino. Istituita nel 1959, è stata la prima riserva integrale d’Italia e l’accesso vi è consentito solo per finalità scientifiche e solo accompagnati dai Carabinieri forestali. Qui nulla viene toccato, il bosco viene lasciato completamente all’autoregolazione. Forse la spiritualità crescente delle ultime tappe inizia proprio qui, dove lo sguardo della naturalista che sono coglie la sacralità di un luogo lasciato alla naturale evoluzione ecologica.
Nell’ultima manciata di chilometri il sentiero si immerge nella meravigliosa foresta di Camaldoli, in cui il faggio si mescola all’abete bianco. Fu la cura secolare dei monaci dell’omonimo Eremo a creare lo spettacolare paesaggio che attraverso: il bosco serviva loro non solo per favorire la preghiera e la contemplazione, ma anche per provvedere alle svariate necessità dell’eremo. L’arrivo all’eremo è per me impressionante. I monaci camaldolesi sono monaci benedettini di clausura, che conducono una vita essenzialmente di contemplazione, silenzio e lavori manuali e di cura, tra cui appunto la selvicoltura. Silenzio e contemplazione gli sono garantiti dalla presenza di un agglomerato di celle eremitiche, separate dal resto dell’eremo da una cinta muraria. Celle che sono tutt’altro che una prigione, perché non sono altro che piccole casette di pietra, ciascuna con un piccolo giardino. Anche gli alloggi per i pellegrini sono ospitati in piccole strutture di pietra, in cui è presente l’essenziale: bagno, cucina e camerata con letti a castello. Se ci sono altri pellegrini a soggiornare non mi sarà dato a sapere, perché nella casetta a me assegnata sono sola e non vedrò nessuno nei dintorni.

Il silenzio che avvolge l’Eremo è quasi palpabile ed è interrotto solo dalle campane che avvisano i tempi della preghiera e scandiscono così i ritmi circadiani dei monaci. Dopo la cena che mi preparo e consumo in solitudine nella piccola cucina partecipo alla Compieta, la preghiera recitata prima di andare a dormire: i monaci arrivano in chiesa dalle loro celle, una fila di tuniche bianche con il cappuccio calato sul capo che si dispongono negli stalli in legno del coro, posti lungo le due navate. Cantano le loro preghiere e al termine se ne vanno, silenziosi. Mi ritiro nella mia, di cella, e alle 21.30, come mi è stato detto, l’ultimo tocco di campana avvisa l’inizio del “grande silenzio” in cui la comunità monastica entra fino alle 5.30 del giorno successivo.

Le suggestioni vissute a Camaldoli mi accompagnano lungo tutta la tappa successiva e si fondono con le altrettanto intense emozioni dell’ultimo giorno di cammino, quello che da Badia Prataglia mi conduce al Santuario della Verna. Una tappa lunga e con parecchio dislivello, l’ultima, forse fatta apposta per dare gli spunti necessari a metabolizzare l’intero percorso fatto, sia in termini geografici che interiori. Anche la Verna è immerso in una foresta imponente, fatta soprattutto di faggi ma anche querce, castagni e abeti, tra cui l’abete bianco più alto d’Italia dopo il compianto Avez del Prinzep. A differenza di Camaldoli, il complesso del Santuario della Verna sorge sulla rupe su cui San Francesco ricevette le stimmate e ai piedi della quale, si narra, fu ricevuto la prima volta da una “moltitudine di uccelli vocianti”. Il complesso è talmente un tutt’uno con l’ambiente che lo circonda, che sembra nasca letteralmente dalla roccia. Anche questo è un luogo fuori dal tempo, nonostante il brulicare di pellegrini e visitatori. Fattasi sera, però, rimane “solo” chi alloggia, e il silenzio torna a farsi protagonista. Varco le mura del Santuario, raggiungo la piazza nella quale si prolunga il complesso di edifici in pietra, prima del salto impressionante imposto dalla parete verticale della rupe sottostante, e piango. Sono arrivata, dopo 382 chilometri e quasi 11.000 metri di dislivello.

Un paio d’anni dopo leggerò un’intervista allo scrittore Paolo Rumiz, che raccontando della sua traversata degli Appennini dirà: “Qui abita un’energia segreta, che ha prodotto negli anni cose mirabili: dal monachesimo alla grande pittura italiana, fino al rinascimento. Ma di questo siamo molto poco consci. Io, che sono un uomo del Nord, mi sono innamorato degli Appennini anche con una vena di tristezza, perché vedo che è un mondo che sta lentamente scomparendo. Però ne avverto l’energia segreta. A volte un’energia negata, dimenticata. Perché in genere la montagna non porta voti, quindi la politica la lascia fuori”. Anche io, come Rumiz, da donna del Nord mi sono innamorata della parte di Appennino che ho attraversato con il Cammino di Sant’Antonio, con la stessa malinconia e però la stessa percezione di un’energia potente.













