Contenuto sponsorizzato
Ambiente | 11 novembre 2025 | 08:09

"Un animale che pascola non fornisce solo latte o carne, ma contribuisce alla qualità ambientale, riduce l’erosione e aiuta a mantenere il carbonio nel suolo". Le razze alpine come servizio all’ecosistema

Una ricerca condotta nei Grigioni da Agroscope insieme al Politecnico di Zurigo ha cercato di individuare la razza bovina più idonea all’alpeggio. La ragione? Ripristinare la pratica del pascolo in quota per contrastare il dilagante inselvatichimento dei pascoli alpini. Perché il legame tra l’allevamento e il territorio è così importante? Ci sono animali adatti a questo scopo nel nostro paese? Lo abbiamo chiesto al professor Luca Battaglini

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Ogni anno scompare una superficie di pascolo di circa 24 chilometri quadrati, pari a 3.400 campi da calcio. Uno dei motivi è che le mucche da alta produzione sono sempre meno adatte alla vita in montagna”.

 

Una settimana fa, la radiotelevisione svizzera dava notizia di un progetto di ricerca chiamato PeaMaps, condotta da Agroscope insieme al Politecnico di Zurigo, nei Grigioni. L’obiettivo, si diceva, è quello di selezionare la razza bovina più adatta al pascolo in alpeggio, così da incentivare questa pratica per contrastare l’avanzare dell’inselvatichimento.

 

Per approfondire il tema e guardare al di qua della catena alpina, abbiamo interpellato Luca Battaglini, professore di Scienze e Tecnologie animali all’Università di Torino.

 

“Nelle zone alpine, l’allevamento era tradizionalmente caratterizzato da razze locali, con una produttività più modesta ma più appropriata rispetto alle risorse del territorio. Nel tempo, però, si è trasformato sotto la spinta di una ricerca di maggiore intensificazione della produzione: anche in montagna sono state introdotte razze molto selezionate, nate per la pianura e allevate in pratica con criteri da pianura”.

 

Questi animali, in ambiente montano, risultano spesso fuori luogo e richiedono cure e attenzioni che la montagna non sempre può offrire, a partire dall’alimentazione. Tuttavia, in nome di una produzione più competitiva in termini di intensificazione, questa selezione genetica ha progressivamente preso piede, sostituendo alle razze originarie di montagna animali pressoché inadatti all’alpeggio.

 

“Questa trasformazione ha riguardato tutte le Alpi, anche se in misura diversa da regione a regione”, continua il professor Battaglini. “Si è passati da una zootecnia tradizionale, con razze locali e allevamenti di piccole dimensioni, a sistemi più intensivi, con razze da latte altamente selezionate privilegiando la produttività all’adattabilità. In molti casi si è abbandonata la tradizione casearia tipica della montagna, orientandosi verso la produzione di carne e perdendo così una parte importante dell’identità locale”.

 

Ma se davvero bovini e alpeggio fossero incompatibili, sarebbe così grave? Quanto è significativa questa perdita?

 

“Questa perdita è significativa perché si è passati da animali armonizzati con il territorio a razze meno coerenti con la risorsa. In alcune zone alpine si ottengono oggi produzioni di latte molto elevate, grazie ad animali con tipologie genetiche come quelle della Frisona (o Holstein), ma la conseguenza diretta è che si vedono meno animali al pascolo: l’animale più esigente da latte resta in stalla, comportando una standardizzazione del prodotto e interrompendo il legame diretto tra allevamento e territorio. Ciò comporta anche un problema di gestione delle deiezioni e di equilibrio nella redistribuzione della sostanza organica, con rischi ambientali legati anch’essi all’eccessiva intensità produttiva”. Di quest’ultimo punto, ne parlavamo in questo articolo.

 

Non solo, questo modello ha effetti anche sulla qualità nutrizionale (nutraceutica) del prodotto e sul paesaggio alpino. “Gli animali che non pascolano più determinano un impoverimento delle risorse prato-pascolive e la perdita di ambienti pastorali a favore dell’inselvatichimento. Al contrario, un animale che vive al pascolo ha meno esigenze di un animale a produzione spinta, seleziona pascolando e selezionando i propri alimenti in modo “naturale”, fruisce di foraggi di elevata qualità: di conseguenza, produce senz’altro un latte con caratteristiche nutrizionali e organolettiche migliori”.

 

L’idea della ricerca elvetica rivolta alla selezione di razze ancora adatte all’alpeggio ha dunque una buona ragion d’essere; e anzi, non è nuova. “Anche da noi la ricerca si è mossa in questa direzione, studiando le razze locali e osservando i benefici derivanti dal loro allevamento. Il merito degli svizzeri è di aver condotto comparazioni molto dettagliate, mostrando come un animale di montagna al pascolo possa avere addirittura un bilancio favorevole per il carbonio: libera meno metano, lo conserva grazie al pascolo nel suolo, producendo meno emissioni rispetto a un animale allevato in stalla”.

 

Le emissioni di metano - uno dei principali limiti dell’allevamento intensivo nelle stalle - dipendono strettamente dall’alimentazione e dalla modalità di gestione di queste razze. Al contrario, per le vacche d’alpeggio, l’assunzione di determinati foraggi ricchi in tannini presenti sui pascoli alpini, rende più difficile ai microrganismi del rumine la produzione di metano durante la digestione.

 

In Italia abbiamo oltre una ventina di razze bovine di montagna, e se si includono pecore e capre si arriva a circa una settantina”, spiega Battaglini. Tra le bovine citate dallo studio svizzero, “la Bruna alpina rappresenta una buona soluzione intermedia: è un animale a duplice attitudine, adatto sia alla produzione che al mantenimento del territorio”.

 

Tuttavia, non sono soltanto le razze interpellate dallo studio svizzero (la Frisona, la Bruna alpina e la Hinterwälder) ad essere degne di interesse; nell’arco alpino la biodiversità bovina è assai considerevole, e numerose razze - alcune più di altre - sarebbero capaci di adattarsi alla vita d’altura. “In Veneto, ad esempio, abbiamo la Burlina, una razza di piccola taglia molto adatta alla montagna. Ci sono poi la Valdostana, la Grigia alpina, la Pustertaler e altre razze rustiche”.

 

Cosa frena dunque il mercato ad incentivare l’allevamento di queste razze? “Il fatto è che queste producono meno latte rispetto alle Frisone o alle Brune super selezionate, e per questo vengono spesso trascurate, nonostante siano più coerenti con l’ambiente”.

 

I tentativi in direzione di una salvaguardia genetica di queste specie non sono mancati negli anni. “Riportare in vita razze locali che si sono quasi perse richiede un impegno concreto. Già dagli anni ’90, la FAO ha parlato di ‘estinzione di razze’ e ha promosso misure realizzate anche a livello europeo per sostenerne la salvaguardia. In Europa esistono diversi contributi per chi alleva razze autoctone a rischio di estinzione”.

 

 Tuttavia, l’utilizzo di incentivi basati esclusivamente sulla salvaguardia della razza rischiano di avere scarsa aderenza sul tessuto socio-economico del territorio. L’allevatore, in genere, difficilmente adotterebbe una certa misura, che lo penalizza dal punto di vista produttivo, in nome della biodiversità. Anche in quest’ottica, infatti, si dovrebbero adottare dei provvedimenti.

 

Una proposta arriva dallo stesso Battaglini: “Oltre al valore per la salvaguardia genetica bisognerebbe riconoscerne anche l’importanza ambientale: sono animali frugali, resistenti e perfettamente adattati ai luoghi dove vivono. Per questo sarebbe necessario aiutare chi li alleva con sostegni mirati, non solo per conservazione, ma anche per valorizzarne il ruolo nel mantenimento del territorio”.

 

Oggi si parla molto di ‘servizi ecosistemici’: un animale che pascola, infatti, non fornisce solo latte o carne, ma contribuisce alla qualità ambientale, riduce l’erosione e aiuta a mantenere il carbonio nel suolo. “Questi benefici dovrebbero essere riconosciuti economicamente. Esistono contributi per chi alleva in montagna, ma spesso non sono ben mirati. Bisognerebbe premiare concretamente chi dimostra nel tempo di migliorare le risorse ambientali e rendere sostenibile il sistema, non semplicemente assegnare i fondi, peraltro con criteri a volte discutibili”.

 

Per concludere, secondo il professore, se vogliamo incentivare il ritorno all’alpeggio - con benefici ecosistemici che vanno dalla gestione silvopastorale e dalla conservazione della biodiversità, fino alla riduzione delle emissioni - è necessario adottare pratiche remunerative “intelligenti” a favore degli allevatori. “Più un allevatore è efficace nel migliorare la qualità del territorio e nel mantenere l’equilibrio ecologico, più dovrebbe essere premiato. Non con contributi “una tantum” o con limitate visioni, ma con un riconoscimento continuativo, legato a risultati concreti e nel tempo, riconoscendo il valore ambientale del suo lavoro”.

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Sport
| 08 maggio | 19:00
Grande partecipazione alla Magnifica Comunità di Fiemme per l’incontro con Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel, [...]
Alpinismo
| 08 maggio | 18:00
"Detassis seduto sulla terrazza esterna del Brentei, con la pipa, che scruta ora verso valle, ora verso le montagne. [...]
Attualità
| 08 maggio | 14:45
Siamo nella costa est della Sardegna, nel sentiero che collega Cala Fuili a Cala Gonone. Dopo il tentativo di [...]
Contenuto sponsorizzato