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Ambiente | 16 febbraio 2026 | 12:00

Il canto degli uccelli ci dice che, in un quarto di secolo, la loro presenza è diminuita del -33% nelle campagne. La causa? Un sistema che, più che produttivo, potremmo definire autodistruttivo

I dati sono allarmanti: delle 28 specie tipiche degli agroecositemi, utilizzate per il calcolo dell'indicatore, il 71% presenta un declino significativo, a dimostrazione che i nostri ambienti agricoli necessitano di urgenti interventi di ripristino. È stato pubblicato in questi giorni il nuovo rapporto sul Farmland Bird Index, l'indicatore dell'andamento delle popolazioni degli uccelli delle aree agricole italiane

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Non è la prima volta che mi trovo a sottolineare, nelle pagine virtuali de L'Altramontagna, l’importanza degli uccelli come bioindicatori, perché quello che succede loro spesso rappresenta la tendenza complessiva di gran parte della biodiversità. Non è neppure la prima volta che parlo dei loro canti, che non sono solo belli da sentire, ma sono essenziali dal punto di vista scientifico. Per poter utilizzare gli uccelli come indicatori dello stato di salute di un ecosistema, dobbiamo censirli nel periodo in cui il loro legame con l’ambiente che li circonda è massimo, ovvero durante la stagione riproduttiva. In questa fase del loro ciclo biologico, vederli è estremamente difficile, quindi il loro rilevamento è possibile proprio perché cantano.

 

È quindi grazie al canto che, da 25 anni, in Italia vengono monitorati, ogni anno, gli uccelli degli ambienti agricoli, nell’ambito del progetto del Farmland Bird Index (FBI). Il modo di fare agricoltura è cambiato profondamente dal secondo dopoguerra, orientandosi verso una progressiva intensificazione, che è uno dei principali fattori alla base del declino degli uccelli comuni in Europa. Meno uccelli (ma anche, ad esempio, pipistrelli) nelle nostre campagne, significa livelli più elevati di infestazione da parte di insetti, con conseguente aumento dei danni alle coltivazioni e necessità di maggior utilizzo di pesticidi, che a loro volta alimentano il declino della biodiversità, a scapito anche della produttività agricola stessa. Un sistema, quindi, che più che produttivo potremmo definire autodistruttivo.

 

Il progetto del Farmland Bird Index, dicevo. L’FBI è l’indicatore che descrive l’andamento delle popolazioni degli uccelli delle aree agricole italiane (compresi anche quelli delle praterie montane), finanziato dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste nell’ambito della Rete nazionale della Pac. Proprio per il ruolo che gli uccelli hanno come bioindicatori, l’FBI fornisce, come indicato nel rapporto pubblicato in questi giorni dalla Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) con i dati del 2025, "una rappresentazione delle condizioni ambientali complessive e della qualità degli habitat agricoli, riflettendo le caratteristiche ecologiche e l’uso del territorio".

 

Il progetto FBI rappresenta un unicum nel suo genere in Italia, sia per le dimensioni dell’area monitorata (tutto il territorio nazionale, isole comprese) che per la durata: iniziato nel 2000 come monitoraggio su base volontaria (il progetto MiTO2000, Monitoraggio Italiano Ornitologico), il progetto si è progressivamente evoluto sotto la guida e il coordinamento della Lipu e il supporto, dal 2009, del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (MASAF), garantendo così la raccolta continuativa e l’analisi sistematica dei dati ogni anno. I dati raccolti nel progetto FBI confluiscono poi nel database europeo del progetto transnazionale Pan-European Common Bird Monitoring (PECBMS2 ).

 

Il progetto ha come focus 28 specie legate agli ambienti agricoli e 13 specie legate alle praterie montane e i rispettivi indicatori calcolati vengono ottenuti dalla media degli andamenti delle singole specie. L’FBI ha ormai raggiunto il quarto di secolo e i dati pubblicati da Lipu ci restituiscono un quadro per nulla confortante del presente. Rispetto alla situazione di partenza nel 2000, anno zero del monitoraggio, nel 2025 oltre il 70% delle specie di ambienti agricoli e praterie montane risultano in significativo declino.

L’infografica che riassume i dati del censimento elenca le 10 specie più in crisi:

In una chiave di lettura più semplice di questi dati, è come dire che, ad esempio, di torcicolli, calandri e saltimpali ne rimangono ormai meno di 3 su 10.

All’interno della grande eterogeneità di paesaggi agrari che caratterizzano il nostro Paese, la situazione peggiore si riscontra nelle pianure alluvionali (come, ad esempio, la Pianura Padana), dove le pratiche colturali sono estremamente intensificate e il paesaggio agricolo è ormai fortemente banalizzato, a seguito dell’eliminazione progressiva di tutti gli elementi di diversificazione di quello che era il paesaggio tradizionale, come filari, siepi, boschetti, piccole zone umide e muretti a secco. Non è un caso infatti che le specie in aumento siano quelle generaliste, adattate quindi ad ambienti antropizzati e poco diversificati, come gazze, cornacchie e storni. I dati che emergono dal rapporto FBI dimostrano perciò come questi ambienti abbiano un’urgente necessità di azioni di ripristino ambientale diffuso. Data l’importanza dell’argomento, la Lipu ha organizzato un webinar per illustrare i dati 2025, che si terrà mercoledì 25 febbraio alle 10, con partecipazione libera e gratuita, previa registrazione.

 

Un cambiamento di rotta non è quindi solo necessario, ma è anche possibile. Esistono infatti esempi virtuosi di realtà in cui, tramite progetti sviluppati in collaborazione tra mondo della ricerca e realtà agricole locali, è stato possibile ottenere importanti miglioramenti per la biodiversità in pochi anni, attraverso lo studio e l’implementazione di misure e buone pratiche a sostegno della diversità biologica nei coltivi. Ad esempio, progetti come ViNO (Vigneti e Natura in Oltrepò) nell’Oltrepò Pavese o Olivares vivos, realizzato tra Spagna e Italia, hanno creato reti di aziende che, insieme ai ricercatori, sperimentano pratiche agricole che conciliano la produzione agricola di valore con la salvaguardia degli habitat naturali.

 

Senza un adeguato sostegno da parte delle istituzioni, però, il cambiamento rischia di rimanere confinato a queste piccole realtà, mentre intensificazione, uso di pesticidi e controllo da parte della grande distribuzione impoveriscono non solo gli agro-ecosistemi, ma anche le tasche degli agricoltori. L’avevamo già sottolineato ormai due anni fa e torno a ribadirlo: senza natura non ci può essere futuro per l’agricoltura. Non lasciamo che sulle nostre campagne regni il silenzio.

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