La ricostruzione sui resti di orso marsicano ritrovati in Abruzzo: "La morte di un singolo esemplare colpisce più di sedici cuccioli nati, ma per analizzare questi eventi bisogna guardare al quadro complessivo"

Dal luogo e tempo del decesso all'età dell'esemplare: come previsto, difficile azzardare identificazioni. Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise risponde all'apprensione suscitata dal ritrovamento con la perizia degli esperti. Ecco gli elementi più significativi emersi dalle analisi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il 7 marzo, in località Colle Alto nel Comune di Alfedena, tra Abruzzo e Molise, in una zona poco esterna ai confini del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, erano stati ritrovati resti ossei riconducibili a un orso marsicano. Come ricordavamo in quest'articolo, nel dare notizia del ritrovamento, la specie è considerata a rischio critico d'estinzione e la scoperta aveva generato scalpore tra gli utenti del web.
"Allora le informazioni erano ancora del tutto ipotetiche, ragion per cui si suggeriva di attendere le perizie degli esperti. Oggi - comunica il Parco - da quei resti è stato possibile ricostruire alcuni elementi importanti".
Già dalle prime foto si intuiva come lo scheletro dell'animale fosse ancora parzialmente articolato, con cranio, colonna vertebrale, parte della gabbia toracica e arti posteriori in posizione simmetrica. "Questo - secondo il personale incaricato - suggerisce che l’orso sia verosimilmente morto proprio nel punto del rinvenimento".
L’analisi del cranio, e soprattutto, dell’usura dentaria hanno permesso di attribuire l’individuo ad una classe di età giovane, compresa tra i 6 e gli 8 anni. Non è stato possibile, invece stabilire il sesso dell’animale a causa della mancanza di alcuni elementi anatomici.
Tra gli affezionati del Parco e della specie, in molti hanno chiesto se potesse trattarsi della mamma dell'orso chiamato Nina, l'Ente non può che lasciare incertezza: "L’impossibilità di determinarne il sesso non ci permette di avvalorare tale ipotesi".
Lo stato di decomposizione, con scheletrizzazione avanzata e residui di tessuti essiccati, indica che il decesso è avvenuto da diversi mesi, plausibilmente tra l’autunno e l’inizio dell’inverno precedente. Purtroppo, sulla base dei rilievi sul campo e dei resti rinvenuti, non è possibile stabilire la causa della morte.
In prossimità del sito di rinvenimento sono stati infine prelevati alcuni campioni di pelo per le analisi genetiche, che potranno aiutare a verificare l’eventuale corrispondenza con individui già noti nell’ambito delle attività di monitoraggio dell’orso.
Proprio rispetto ai commenti sotto il post Facebook del 7 marzo, il Parco Nazionale conclude la sua relazione con alcune riflessioni, che riportiamo di seguito.
"Comunicare la morte di un orso è per il Parco un dovere istituzionale, così come comunicare ogni nuova nascita. Mentre attendiamo le valutazioni della conta delle femmine con i cuccioli per conoscere il numero degli orsi nati nel 2025, sappiamo che nel 2024, per esempio, sono nati 10 cuccioli e l’anno prima 16: dieci e sedici buone notizie, anche se raccontate tutte all’interno di singoli post, pubblicati a inizio 2024 e 2025. Comprendiamo bene, però, che una sola morte colpisce molto più di 10 o 16 cuccioli nati, perché è un evento che nessuno vorrebbe mai leggere. Per analizzare davvero questi eventi, però, bisogna considerarli nel quadro complessivo della conservazione e gestione della popolazione. L’orso bruno marsicano, per sopravvivere, ha bisogno di vivere bene nel Parco, ma anche di espandersi oltre i suoi confini. Se auspichiamo davvero un aumento della popolazione, dobbiamo anche essere consapevoli che gli spazi interni alle aree protette sono davvero minimi e insufficienti per assicurare la sua conservazione a lungo termine. Ed è proprio nel momento in cui si espande fuori dalle aree protette che gli orsi incontrano i rischi maggiori".
Fuori dal perimetro del Parco, l'ente continua a lavorare insieme ad altri enti e istituzioni, proprio perché si tratta di zone di non diretta competenza. Ecco perché, dunque, la sicurezza dell’orso non può dipendere da un solo soggetto, ma dev'essere il risultato di una sensibilità comune e di una coordinazione operativa. "La sua conservazione a lungo termine richiede responsabilità diffuse, scelte coerenti e un impegno condiviso da parte di tutte le istituzioni coinvolte, ma anche da parte dei cittadini".













