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Attualità | 16 giugno 2025 | 19:15

Frana di Borca di Cadore, un problema che continuiamo a ignorare: "Ho foto identiche del 1998". La testimonianza del geologo per comprendere i recenti dissesti sulle Dolomiti

Per approfondire quanto accaduto nelle ultime ore sulle Dolomiti bellunesi - con la nuova frana di Cancia e i distacchi dalla Croda Marcora - abbiamo interpellato il geologo Emiliano Oddone: "La montagna ci impone i limiti che noi dobbiamo saper ascoltare. Le scarpate sono limiti facilmente percepibili e chiunque, a meno che non abbia una tendenza suicidaria, rispetta quel limite. Perché gli altri limiti geologici non vengono considerati?"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"I limiti geologici vanno rispettati, anche quelli antichi. Perché un fenomeno può tornare laddove si è già verificato, con la stessa violenza che ha manifestato nel passato. A maggior ragione con questo cambiamento climatico in corso, che è estremamente repentino".

 

Nell'arco di poche ore, a una manciata di chilometri di distanza, sulle Dolomiti bellunesi si sono verificati due episodi non irrilevanti. Sabato, nella valle del Boite, si è assistito a nuovi vistosi distacchi dalla Croda Marcora, nel gruppo del Sorapiss (qui l'articolo). Nella notte tra domenica e lunedì, un'imponente colata detritica è scesa dalle pendici dell'Antelao raggiungendo le case e le strade di Cancia, frazione di Borca di Cadore (articoli qui e qui).

 

Per provare a ricostruire in modo puntuale il quadro della situazione, abbiamo interpellato Emiliano Oddone, geologo bellunese che conosce molto bene i rilievi dolomitici e il sito di Cancia: fra il 1997 e il 1999, dopo una tesi in geomorfologia applicata con focus sulle frane svolta fra le Dolomiti era stato coinvolto dal CNR IRPI (Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica) ad approfondire gli aspetti geologici proprio della colata di detriti di Cancia.


Una ripresa aerea della frana di Cancia, a Borca di Cadore (16 giugno 2025)

 

Cosa è successo in Cadore?

 

Quello che è successo anche in altri momenti del passato recente, perché comunque fenomeni di questo tipo si manifestano ormai quasi ogni anno, qui o lì, dentro o fuori dai confini della provincia di Belluno. Si tratta di una risposta alle nuove sollecitazioni a cui il sistema è sottoposto. Un sistema che di fatto presenta ormai evidenti squilibri dal punto di vista dell'energia in accumulo a livello atmosferico, sia per quanto riguarda le temperature, sia le precipitazioni, che fra l'altro sono connesse. 

 

Da un lato abbiamo la presenza di ammassi rocciosi che localmente in alcuni punti delle Dolomiti risultano intrinsecamente fragili perché fratturati o perché disposti in modo da favorire la franosità, dall'altro l'evidenza di squilibri climatici che fanno registrare anomalie di temperatura e di precipitazioni tali da indurre una recrudescenza degli episodi sia in termini di frequenza che di intensità.

 

Come si innescano colate detritiche imponenti come quella di Cancìa?

 

A Cancia come in altri luoghi delle Dolomiti, già quasi trent’anni fa si iniziava a registrare una correlazione fra la diffusione delle frane e delle colate di detrito e la frequenza di manifestazioni atmosferiche caratterizzate da repentine variazioni di temperatura e da piogge molto intense e di breve durata, che agiscono da innesco.

 

Succede dunque che in alta quota si assiste alla perdita del permafrost (ghiaccio interstiziale permanente presente fino a qualche tempo fa nelle fratture e nella porosità della roccia che fungeva da “legante naturale” delle parti esposte delle pareti) che porta a un incremento dei crolli e della produzione di detrito che poi si accumula all’apice delle falde e dei conoidi. Inoltre, ormai assistiamo a veloci variazioni di temperatura che, senza la progressività delle mezze stagioni portano al passaggio dal freddo al caldo in qualche settimana, favorendo delle importanti dilatazioni negli ammassi rocciosi che risultano sempre più instabili. 

 

 In primavera e in autunno arrivano poi queste piogge, intensissime e concentrate, che agiscono sulle sempre più abbondanti ricariche di detrito sciolto, innescando le colate di detrito (debris flow) che nel caso specifico attraversano i “ghiaioni” arrivando fino nel fondovalle del Boite.

 

 

Non possiamo parlare di fenomeni improvvisi o inaspettati...

 

Non è una sorpresa e direi che per nessun geologo è una sorpresa: è una cosa che se si guarda una carta geologica con attenzione, si vede nell'immediato. Quando si realizza un rilievo geologico, si segnano in mappa le rocce affioranti e i fenomeni che nel tempo mobilitano e ridepositano i materiali dovuti al modellamento dei rilievi. Si segnano dunque anche tutte le frane e le colate di detrito, quelle classificabili attive e quelle occorse nel passato, classificabili inattive o quiescienti (dormienti, ma riattivabili). Non è un fenomeno che dici ‘ah che strano quest'anno, non ne sapevamo nulla...’.

 

Tutto il versante fra Valle di Cadore e Cortina è caratterizzato da corpi detritici dovuti a frane e colate di detrito che nel tempo hanno raccordato le pareti verticali al fondovalle ed esistono le tracce di innumerevoli colate antiche ormai obliterate dai boschi, sulle quali progressivamente si sono espansi gli insediamenti e le nostre infrastrutture.

 

Uno scenario di questo tipo evidenzia diffusi pericoli che si trasformano in oggettivi rischi quando i fenomeni insistono su abitati e strade. Nulla in geologia è statico, la geologia si fonda su equilibri dinamici che ora sono in repentina evoluzione, dunque segnare ampie parti di questi conoidi e di queste fasce detritiche come totalmente sicure e stabili risulta essere un azzardo, in coscienza dunque una mappa geologica qui dovrebbe essere caratterizzata da simboli e colori che indicano attività e pericolo o propensione al rinnesco. 

 

Se uno fa un rilievo geologico dei corpi antichi, per quanto siano obliterati dai boschi, dai paesi e dalle attività antropiche, può vedere che sono corpi geologici di quel tipo, che hanno risposto a quelle dinamiche, e che hanno portato materiali a scendere fino sul Boite, a partire dalle rocce in alto. Solamente che poi cosa si fa? Si fa la carta geologica, l’esperto segna un movimento di questo tipo con un certo simbolo e un certo colore. Poi, queste carte arrivano in mano ai decisori e talvolta le pressioni sono tali per cui si mitiga, perché altrimenti ‘non si può fare niente’, ‘la montagna si blocca, si blocca l'economia’. Succede così che questi rischi vengono mitigati, sulla carta, prima che fisicamente nei singoli siti pericolosi. E da lì poi si fanno le pianificazioni, e da lì poi si fanno gli errori, inserendo infrastrutture dove non dovrebbero stare

 

Va anche detto che il rischio zero in montagna non esiste, ma resta vero che le evidenze non possono essere annacquate se non si vuole cadere nella dimensione dell’”inaspettato”. I corpi geologici hanno dei limiti, che sono proprio i bordi del corpo geologico dove si è sviluppato in passato.


Il sorvolo dell’elicottero Drago del reparto volo di Venezia dei Vigili del Fuoco, sul canalone di Cancia (16 giugno 2025)

 

Che cosa si intende con 'corpo geologico'?

 

Facciamo l'esempio di una frana: è delimitabile, ha una nicchia di distacco da dove parte il materiale e ha un corpo dato dall’accumulo del materiale. Chi fa la cartografia deve mettere un limite geologico, cioè un segno che circoscrive il fenomeno e indicare all'interno la tipologia di fenomeno e il grado di attività. Queste sono le cose che si cartografano. Però i limiti geologici vanno rispettati, anche quelli antichi, anche quelli vecchi. Perché un fenomeno può tornare laddove si è già verificato con la stessa violenza che ha manifestato nel passato, o con maggior violenza rispetto al passato. Queste tracce prendono valore, a maggior ragione con questo cambiamento climatico in corso che è estremamente repentino.

 

Alla luce dei cambiamenti climatici in atto, dalle conseguenze sempre più evidenti non solo in montagna, come possiamo porci?

 

Adesso, di fronte a questa crescita continua della pericolosità e delle frequenza maggiore dei fenomeni risulta essere sempre più difficile abitare e operare in montagna. In certi luoghi, probabilmente, bisognerebbe iniziare a ragionare non solo di cambiamento climatico, ma di crisi climatica. In certi luoghi, bisognerebbe cominciare a ragionare se vale la pena o no rimanere dove ci siamo insediati. È una visione un po’ estrema, me ne rendo conto, è una questione complessa, ma è la frontiera sulla quale bisogna iniziare a riflettere. 

 

Fenomeni che, secondo i modelli e la letteratura, si verificano ogni cento anni, ogni centocinquant'anni, adesso avvengono ogni anno. Quindi cosa vuol dire questo? Quante risorse servono per sistemare? Che sensazione di insicurezza e paura rimane all'interno delle comunità locali? Abbiamo visto San Vito di Cadore, qualche anno fa, quando c'è stata la grande colata del Ru Secco che è arrivata in paese e ha causato la morte di tre turisti: il fenomeno impattò anche sugli impianti di risalita, ma in poco tempo, dopo che è scesa la colata, si è deciso di ricostruire gli impianti dov'erano. 

 

Questo si fa: si rimuove. Allora, se facciamo una metafora psicoanalitica, la rimozione è una delle cose peggiori che può succedere in psicanalisi. Nel senso che uno non capisce e non affronta il problema rimuovendolo, si banalizza la complessità rimuovendo, pensando di poter scegliere la strada più rapida, più indolore. Uscendo dalla  metafora, non può bastare la logica della somma urgenza, del ripido ripristino della condizione precedente mossi da un interesse, o da un immediato ritorno economico, eccetera eccetera. Andando avanti di questo passo ci mettiamo in un cul de sac, di fatto, perché non se ne viene fuori da certe problematiche che sono oltre le nostre capacità di gestione

 

Purtroppo siamo in una società che ha spinto verso il superamento dei limiti. Però se torniamo alla metafora del limite geologico, capiamo che siamo in una situazione molto complessa, senza dubbio, ma il limite geologico va rispettato, se non vogliamo aumentare il rischio.   


I soccorritori all'opera a Borca di Cadore (16 giugno 2025)

 

La storia si ripete e si continua a parlare di gestione dell'emergenza...

 

Nel 1996/97 a Cancia era scesa una colata che aveva invaso praticamente le stesse case, le foto sono identiche. Io ho una foto dei miei hard disk del '98, con le case piene di ghiaia fino a metà pareti e sono identiche a quelle che ho visto in questi giorni. (Nel 2009, sempre lì, un'altra frana aveva provocato due vittime, sorprese all'interno della loro casa dalla colata detritica. Dopo la tragedia, sono state eseguite diverse opere di contenimento, ndr). Più che di gestione dell’emergenza mi vien da dire che siamo orientati al rinnovo dell’emergenza!

 

Come quel canalone di Cancia ce ne sono altri lungo la Val del Boite, a partire da Valle di Cadore fino a Chiapuzza o a Cortina. Ad esempio su uno di questi corpi geologici che ospitano le colate distruttive c'è una discarica; lì a memoria d'uomo la colata ancora non è arrivata, ma prima o poi arriverà, perché non sono un mago e il geologo non riesce a dire il giorno preciso e l'ora di discesa della colata, ma tutto è orientato a dire che può succedere ogni anno, potenzialmente. Quindi, una volta la colata scende lì e non là. E magari la discarica si salva, ma prima o poi la discarica è intersecata dalla colata e ci troveremo le immondizie accumulate in decenni nel Boite. (È successa una cosa simile in seguito a una frana in Appennino, per esempio, ndr). 

 

Sulle piane prima di arrivare a Cortina, ad Acquabona, arrivano regolarmente colate: le abbiamo viste negli anni scorsi, più di una. Per fortuna non ci sono state vittime, però là cosa si vuole fare? Ampi parcheggi funzionali alle Olimpiadi. Si interpretano quegli spazi come aree utili, più che come aree a rischio. Si è già rimosso quanto avvenuto in passato e si va a fare qualcos'altro che può essere poi un domani ancora a rischio.

 

 

Quali potrebbero essere le prospettive per il futuro di questi territori così fragili? Oltre naturalmente a valutare le cose in modo sistemico, accantonando questa modalità basata sull'emergenza, l’urgenza e l’immediato ripristino dell'esistente...

 

Noi siamo molto bravi a rialzarci, in Italia. Lo abbiamo dimostrato in più situazioni, e i sistemi di Protezione Civile in varie regioni sono molto efficienti nel risolvere le emergenze, e su questo non c'è nulla da dire. Il problema è prima, a monte: che tipo di pianificazione siamo in grado di fare? Che tipo di attenzione agli studi, che tipo di ascolto ai risultati degli studi siamo in grado di fornire? Quante risorse siamo in grado di destinare agli studi e che tipo di soluzioni siamo in grado di mettere in campo? Le soluzioni veramente mitiganti però sarebbero molto costose, e purtroppo si tende a non investire sul lungo termine. Non è utile ai politici, per come è strutturata la politica in Italia in generale o forse anche fuori dall'Italia. E non è funzionale all'economia. E quindi si mettono delle toppe.

 

Senza destare il panico, che cosa possiamo dire a escursionisti, rocciatori o alpinisti, in modo da essere tutti un po' più consapevoli dell'ambiente che frequentiamo?

 

Va detta la verità: la montagna non è più come prima. Trent'anni fa nei luoghi di cui parliamo oggi, come Cancia, si iniziava a rendersi conto che queste piogge anomale erano collegate al cambiamento climatico. Si iniziava a capire poi che queste piogge innescavano sempre più frequentemente le colate di detrito ed altri fenomeni di instabilità dei versanti.  Ci si è resi conto poi che nel corso del tempo c'è stata un'accelerazione di questi fenomeni, che sono sempre più frequenti.

 

Teniamo in considerazione appunto che i distacchi tipo quello di Croda Marcora nel gruppo del Sorapiss dell'altro ieri, quelli grossi che poi lasciano il materiale sciolto in alta quota che poi prende parte in colate, quei fenomeni sono comunque connessi al cambiamento climatico, perché in alta quota sopra i 2600 metri fino a 15 vent'anni fa avevamo un permafrost (che vuol dire ghiaccio interstiziale all'interno delle rocce, fratturate e porose, che teneva insieme le pareti e quel ghiaccio era permanente), che non si fondeva d'estate. Invece adesso si fonde brutalmente d'estate. Queste fratture vengono percolate dalle acque, c'è un lavorio fisico dentro le fratture. L'allargamento delle fratture avviene anche per dilatazione termica, come dicevo. Quest'anno si è visto molto bene che è stato repentino il passaggio fra il freddo e caldo. Le pareti rispondono, si dilatano, cambiano gli assetti e quindi in quella condizione già resa fragile dalla degradazione del permafrost, si staccano le lastre. 

 

Si è osservato che la perdita del permafrost aumentava la circolazione delle acque nelle fratture e negli interstizi delle rocce aumentando la propensione al crollo di intere porzioni di pareti. Ad oggi sono consistenti le conferme e la comunità scientifica è allineata sulla correlazione clima/dissesto. Purtroppo però nel dibattito pubblico e nel dialogo con i decisori non è per nulla scontato far passare questi concetti che vengono spesso rifiutati per convenienza o per ideologia. Si deve favorire l’educazione e l’informazione corretta per iniziare a cambiare i paradigmi.


Il distacco da Croda Marcora visto da San Vito di Cadore (14 giugno 2025)

 

Davanti a un ambiente che cambia in modo così vistoso davanti ai nostri occhi, cosa dovrebbe cambiare nel nostro approccio?

 

Stanno cambiando i paradigmi di frequentazione, e va accettato. Va fatta secondo me un'operazione di carattere culturale, prendere atto di una situazione in mutazione. E prendere atto del fatto che queste dinamiche sono oltre la scala umana e che noi siamo infinitamente più piccoli. A volte, commentando il crollo di una porzione di montagna, la discussione è: 'Oddio, non c'è più quella via che abbiamo fatto noi. Non la potremmo più rifare'. Ma chi siamo? Ci saranno altre pareti, ci saranno altri gesti che dovremmo compiere, ci sarà una sosta che dobbiamo fare, una nuova riflessione che magari è eroica tanto quanto la conquista di una cima?

 

Non so, sono anch'io molto in difficoltà, vivo queste dicotomie molto forti fra quelle che sono le questioni scientificamente misurabili e chiare, ormai chiare a tutti quelli che hanno un po' di mezzi per valutarle, e l'incapacità da parte delle persone di accogliere questo senso del limite: è qua la sfida culturale. La montagna ci impone i limiti che noi dobbiamo saper ascoltare.

 

Tutti i limiti: anche il limite geologico. Le scarpate sono limiti facilmente percepibili e chiunque, a meno che non abbia una tendenza suicidaria, rispetta quel limite, perché se lo oltrepassi non torni indietro. E perché gli altri limiti geologici non vengono considerati?

 

Bisognerebbe fare un percorso culturale serio supportato anche dalla politica, e invece purtroppo se si ascoltano i proclami fatti si capisce che non si va in quella direzione. Quando avviene un disastro come quelli di questi giorni, che per fortuna non hanno avuto conseguenze in termini di vite umane, l’approccio è sempre lo stesso: 'Noi controlliamo, abbiamo i migliori esperti, abbiamo le migliori tecniche, abbiamo fatto benissimo in passato, se non avessimo fatto quello che abbiamo fatto gli anni scorsi sarebbero morti tutti, e quindi siamo bravi'. Consenso, ricerca del consenso, applicazione di una logica molto idealistica del dominio sulla natura, un approccio esclusivamente antropocentrico. Una prosopopea che non porta a nulla. Dobbiamo imparare a rimetterci in ascolto delle nostre terre in una maniera più profonda.

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