Il Cai inizia il percorso di ridefinizione dei rifugi: "Impulso alla riflessione dall'eccesso di turismo in alcune aree di montagna e dall'influenza dei social sulla frequentazione"

Un progetto necessario che offre occasione per riflettere e ridefinire obiettivi, modalità e prospettive per le diverse forme di accoglienza in rifugio in alta montagna. Intervista ad Antonio Montani, presidente del Cai

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
I rifugi sono al centro di una importante riflessione e ridefinizione del Club Alpino Italiano. Riflessioni che si aggiungono ad altre, avviate in questi mesi. Per fare due esempi: in Alto Adige, secondo quanto affermato a L'Altramontagna dall’assessore Luis Walcher ci sarà un cambio di passo: "Per far fronte alle esigenze derivanti dal cambiamento climatico sono necessari nuovi criteri a favore dei rifugi privati. I fondi saranno quindi destinati principalmente alla promozione delle infrastrutture primarie, come ad esempio, l’approvvigionamento idrico e lo smaltimento delle acque reflue". L’altro esempio arriva dalla Fondazione Dolomiti Unesco che ha terminato da poco un corso di formazione e confronti con i rifugisti - il 16 e 17 novembre a Jean in Val di Fassa (TN) - che operano nell’area "core" delle Dolomiti Patrimonio Mondiale con un titolo che dice tutto: Dov’è il limite?.
Il Club Alpino Italiano e i rifugi, ieri e oggi
"Le riflessioni e le sollecitazioni – molte delle quali giunte negli anni da parte di molti soci del Cai – sul ridefinire i rifugi in montagna, hanno avuto una ulteriore sollecitazione dall’eccesso di turismo (overtourism) in alcune zone di montagna e dall’influenza dei social sulla sua frequentazione". A parlare è Antonio Montani, presidente nazionale del Club Alpino Italiano, al quale abbiamo chiesto di entrare nel merito delle variabili che stanno alla base di questo percorso.
"Le valutazioni che stiamo facendo vanno ricondotte a analisi di carattere storico, sociale, ambientale e di accessibilità". Non poco, quindi, se si pensa che il Cai possiede 342 rifugi, oltre a 370 tra bivacchi e baite sociali, per un totale di oltre 20.500 posti letto, su tutto il territorio nazionale.
Iniziamo dagli aspetti storici. "Pensiamo che il primo rifugio del Cai vede la sua data di nascita nel 1866 con il rifugio Alpetto, sul Monviso, mentre all’estero, sull’arco alpino, il primo rifugio, la Berliner Hutte nasce nel 1878 sugli alti Tauri, in Austria. Non solo. L’Italia è Paese precursore di una presenza in alta quota (già dal 1870) anche con i cosiddetti alberghi alpini come l’albergo gestito dalla famiglia Guglielmini sul Mottarone (inaugurato il 15 giugno 1884), strutture alberghiere a tutti gli effetti, costruite e rimaste per molti anni lontane da qualsiasi centro abitato. La differenza tra rifugi e alberghi allora era molto chiara, e la discriminante per un tipo o l’altro di struttura era la raggiungibilità, a piedi oppure con carrozze o funivie. Altri rifugi erano inizialmente nati per essere laboratori scientifici e poi sono stati poi trasformati in rifugio, come la Capanna Regina Margherita, altitudine 4559, sul Monte Rosa, nel comune di Alagna Valsesia (Novara).
I frequentatori erano selezionati: alpinisti, studiosi, spesso stranieri o appassionati di montagna di famiglie facoltose, artisti di fama, eccetera. Poi, col tempo, sempre trascinati dallo spirito alpinistico inizia la ricerca di avventura e l’escursionismo avanza. Sono gli anni – non dimentichiamolo – in cui nascono, ad alte quote, anche molti sanatori per la cura della tubercolosi.
Per le frequentazioni turistiche si trattava comunque di persone che andavano in montagna con una buona preparazione atletica, che chiedevano spesso l’accompagnamento dalle guide locali e che dimostravano un buon adattamento alle condizioni che le strutture in alta quota impongono. Accanto a tutto ciò, a partire dal primo dopoguerra (1925) i bivacchi fissi del Caai (Club Alpino Accademico Italiano, sezione del Cai, ndr), basi per scalate non gestiti, in luoghi raggiungibili solo a piedi, costruiti con elementi essenziali per poter sostare, adeguatamente attrezzati".
Da allora molte cose sono cambiate. "L’accesso a molti rifugi è stato reso molto più facile con la costruzione di strade e impianti a fune. Inoltre sono iniziate, in alcuni luoghi, campagne specifiche di marketing e diffusione sui social che spesso hanno descritto – o sottaciuto – l’accesso e le modalità per farlo al rifugio in modo semplificato rispetto alla situazione reale. La conseguenza di tutto questo, nonostante le molte occasioni informative e formative offerte dal Cai, soprattutto attraverso le sedi locali, ha fatto sì che nei rifugi giungano sempre più persone che non hanno preparazione fisica, in abbigliamento non adeguato, alla ricerca di vedute mozzafiato (per la relativa foto), aria fresca, mangiate in compagnia, eccetera".
L’aumento degli incidenti ai quali il Soccorso Alpino ha risposto in questi anni (qui l'articolo relativo ai dati del 2024), e le motivazioni che hanno portato a molti di essi, ne sono la prova.
Vengono fatte richieste, a volte, alle attuali strutture, da albergo in città e in alcuni casi queste ultime cercano di adeguarsi avanzando richieste di ampliamenti in deroga alle leggi che l’alta quota e la fragilità della montagna richiede. Così come non si tiene conto di altri elementi che il Cai, con i gestori di rifugio, ha portato avanti in questi anni, su tanti aspetti (accessibilità per persone in difficoltà fisica e psichica, adeguamento ambientalmente sostenibile delle strutture (energia, smaltimento rifiuti e acque reflue) nonché sorveglianza e promozione delle risorse primarie come il progetto "Acquasorgente" e tanto altro.
Di seguito, prosegue l'intervista ad Antonio Montani.
Quali sono, ad oggi, le diverse valutazioni che il Cai fa rispetto alla tipologia e dell’accessibilità ai rifugi Cai? E come queste determinano differenze di accesso a contributi e facilitazioni?
Oggi il Cai divide i rifugi in rifugi di tipo A (con accesso in auto), B con impianti di risalita, C ( solo a piedi con almeno mezz’ora di camminata), D ed E rifugi di alta quota. Le prime due tipologie non hanno accesso a contributi. Distribuiamo ogni anno dagli 800mila euro a 1 milione di euro - versati dai soci all’interno della quota annuale - a 370 strutture con un massimale di 70.000 euro a struttura. Nelle province autonome, ad esempio, le stesse intervengono, in aggiunta, fino a coprire l’80%, a fondo perduto, degli interventi effettuati per ogni singolo rifugio, con finanziamenti che raggiungono anche i 3 milioni di euro. Va anche detto che alcune regioni – come il Piemonte e la Liguria – sono intervenute in aiuto dei rifugi con bandi specifici.
L’accessibilità facilitata (strade, funivie, ecc.) può essere un elemento discriminante?
Certo. Ma oggi entrano in gioco necessariamente anche altri fattori di cui è importante tenere conto. Ne elenco alcuni: rapporto tra posti letto e coperti erogati a pranzo e quindi il fattore permanenza negli stessi (elemento, questo, che sempre più viene preso a parametro/obiettivo nelle zone altamente frequentate per riportarle verso dati maggiormente equilibrati); certificazione ambientale (rispetto all’energia, allo smaltimento dei rifiuti, alla gestione del ciclo delle acque eccetera); ad essere inclusivi in situazioni di difficoltà (alimentazione e altro). Per tutto questo serve una adeguata preparazione dei gestori, formazione specifica, accompagnamento e supporto.
Serviranno nuove definizioni che non necessariamente sono rifugio?
Forse, dovremo comunque cercare di tenere conto della storia e dell’evoluzione dei frequentatori dell’alta montagna. A me piace chiamare colui che tiene aperto il rifugio, dando il diritto di ricovero di emergenza, aspetto che nessuna altra attività ricettiva garantisce, più che gestore, custode in quanto lo è, in senso lato, della struttura e del luogo in cui è posta.
La nuova legge sulla montagna non ha accolto – lo abbiamo letto sull’ultimo numero della rivista – la definizione proposta dal Cai – che riportiamo, adducendo, questa è la risposta del ministro Calderoli, che "si è scelto di tener conto delle varie esigenze regionali e cercare una sintesi, senza voler prevaricare né rischiare sovrapposizioni di competenze con le Regioni". Non le sembra che, per cambiare veramente qualcosa, ci voglia più coraggio anche nel dare definizioni chiare alle cose, in questo caso ai rifugi?
La risposta del ministro è una risposta tecnica; i rifugi, così come i sentieri, sono materia di competenza regionale e lo stato non può legiferare nello specifico su di essi. E se guardiamo bene, la cosa ha una sua logica "montanara", perché le montagne italiane non sono tutte uguali, le Alpi sono una cosa, gli Appennini un’altra; ma è tutta montagna, bella e selvaggia, ricca di natura e cultura. Chi deve avere il coraggio di definizioni chiare e aggiornate ai tempi, in quanto unico ente nazionale che si occupa di montagna è il Cai; ci stiamo lavorando, ma non è facile.
La nuova legge sulla montagna sta già facendo discutere, in particolare sui confini/parametri per definire un comune montano, il che escluderà, di fatto, molti comuni dell’Appennino che sono già sul piede di guerra. Che ne pensa?
Apprezzo il tentativo della legge. Lei mi parla di comuni dell’Appennino, ma le ricordo che Roma oggi è un comune parzialmente montano, le sembra ragionevole? Invito a leggere l’elenco dei comuni montani, ci si trovano situazioni troppo diverse, che mettono assieme realtà davvero non paragonabili, servirebbero categorie interne. Provare a cambiare è coraggioso, sono curioso di vedere l’esito di questa riforma.
Un’ultima domanda. Per molti rifugi servirebbe mettere ordine anche rispetto alle proprietà, agli usi civici, al definire di chi è il terreno su cui sono costruiti e i muri stessi. Insomma, ridefinendoli, si coglierà l’occasione per mettere in ordine anche a tutto questo?
Purtroppo non dipende da noi. Faccio due considerazioni apparentemente contrastanti. La prima sulla bellezza ideale dell’uso civico, una proprietà non pubblica ma collettiva, l’idea che la montagna sia a disposizione della comunità che se ne prende cura. Idea forse arcaica che sopravvive e va mantenuta. Dall’altra la deformazione burocratica, figlia di una non cultura ignorante del senso intrinseco dell’uso civico. Pensare che la collettività sia depauperata solo perché 100 o 200 metri quadrati di pascolo o legnatico sono impediti dalla presenza di un rifugio, che invece dà pregio a tutto l’intorno, è davvero incomprensibile. Urge un intervento normativo, che sappiamo essere non facile, anche per mantenere l’importanza dell’uso civico.













