La pista da bob di Cortina vista dall'alto: un viaggio sospeso tra teloni, spazzatura, percezioni, fotografie e incontri. È questo il ''nostro Guggenheim''?

Luca Zaia, riferendosi alla pista, si è lanciato in un parallelismo forse azzardato: "Definiamola un po’ come il nostro Guggenheim Museum". Nel 2024, il museo Guggenheim di Venezia è stato visitato da quasi 400 mila persone. Quello di New York sfiora il milione, quello di Bilbao addirittura lo supera. Fiduciosi, attendiamo numeri uguali se non superiori per l'impianto ampezzano, dal 2026 in poi, a Olimpiadi concluse attirati, chissà, dalla bellezza visiva del budello o dagli sport che vi si praticano all'interno

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Qui è fantastico”, commenta una signora parlando al telefono, “sembra di essere in estate”.
Ai quasi 1800 metri del Col Druscié gli sciatori prendono il sole sulle sdraio, indossando giacche troppo pesanti per temperature decisamente miti.
Di fronte a loro si alzano i bastioni rocciosi delle Tofane; dietro si stendono pendii brulli dai quali emergono, per contrasto, strisce di un bianco intenso, ma innaturale: piste di neve programmata e, a ridosso di Cortina, il budello della nuova pista da bob, accuratamente imballato. Un’immagine che ricorda involontariamente l’opera di Christo.

Proprio in questi giorni si stanno svolgendo, tra l’entusiasmo generale dei promotori, i test di pre-omologazione dell’impianto. L’eccitazione delle prime discese ha contagiato anche il presidente della regione Veneto, Luca Zaia, che riferendosi alla pista si è lanciato in un parallelismo forse azzardato: “Definiamola un po’ come il nostro Guggenheim Museum”, ha affermato, “perché qui si verrà a vedere un’opera unica dal punto di vista architettonico e ingegneristico”.
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Una dichiarazione di sicuro efficace sul piano mediatico, ma decisamente stonata rispetto alla visione aerea sulla pista offerta dalla funivia Freccia nel cielo. Osservato dall’alto il cantiere si rivela infatti in tutta la sua estensione, tra fango, residui, sfasciumi, container, tubi, bagni chimici, cemento, ferraglia e plastica. Un ininterrotto viavai di veicoli e operai rende tangibile la rapidità con cui è stata portata a termine l’ossatura dell’impianto.
Naturalmente il disordine del cantiere sfumerà al termine dei lavori (almeno si spera), ma le parole di Luca Zaia sembrano descrivere una realtà dai contorni ancora molto sfumati.
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Su Cortina batte un sole intermittente, intervallato da rapidi scrosci di pioggia. Un vento tiepido sfiora la conca ampezzana e l’insegna al neon di una farmacia segnala una temperatura di 12 gradi: l’atmosfera primaverile dona a questa sorta di cattedrale del ghiaccio, innalzata tra i larici di Ronco, un carattere esotico, ricordo di inverni rigidi e ormai lontani.
Mentre curiosavo attorno al cantiere mi sono imbattuto nella squadra di bob tedesca. Così ho avuto modo scambiare due parole con un atleta: un ragazzo alto alto, dallo sguardo e dalle parole gentili, tuttavia un po’ schivo. “Il tracciato è bello”, mi ha spiegato col sorriso, “però fino ad ora siamo scesi molto piano” ha aggiunto come a sottolineare che i test più significativi probabilmente arriveranno nei prossimi giorni.
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Nei suoi occhi si leggeva un sentimento di soddisfazione che per qualche istante, mi ha proiettato nell’atmosfera olimpica, resa speciale dalla capacità di riuscire ad avvicinare nazioni diverse.
Una sensazione leggera che, spostando nuovamente lo sguardo sull’impianto, si è presto trasformata in rammarico perché l’Italia, trasferendo le gare oltralpe (a Innsbruck o a St. Moritz) non solo avrebbe risparmiato risorse economiche (circa 120 milioni per la realizzazione e 1.5 milioni per le spese di gestione annua) e ambientali, ma si sarebbe inoltre fatta avanguardia del dialogo transalpino.
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Poteva essere un messaggio importantissimo per un’Europa che mai, come oggi, ha bisogno di unirsi, dialogare e collaborare. Anche per evitare potenziali sprechi.
Qual è ad esempio il senso (soprattutto se consideriamo che gli atleti impegnati in questa disciplina, in Italia, sono pochissimi) di realizzare una pista da bob a Cortina quando, a nemmeno tre ore di automobile, ne esiste già una a Innsbruck?
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Questa infrastruttura, purtroppo, nasce già vecchia, perché vecchia è l’idea del mondo da cui ha preso forma. L’ansia di conficcare il tricolore su un nuovo impianto è infatti una conseguenza della retorica nazionalista, la stessa che concepisce le Alpi come un demarcatore di confini e non come una formidabile cerniera tra culture differenti, ma al contempo sorelle.
Per tornare alle parole di Zaia, a quale Guggenheim si riferisce? A quello del capoluogo veneto, Venezia (circa 400 mila presenze annue), all'avveniristica sede newyorkese, ideata dall'architetto Wright nel 1943 e inaugurata nel 1959 (circa 850 mila presenze annue) oppure a quello più recente progettato da Frank Gehry per Bilbao (circa 1 milione e 300 mila presenze annue)?
Fiduciosi, attendiamo numeri uguali se non superiori per la pista da bob, dal 2026 in poi, a Olimpiadi concluse.
La carica attrattiva di tali musei non si limita tuttavia al loro straordinario valore architettonico, ma è alimentata anche delle opere che custodiscono. Pertanto, al contenitore si accompagna il contenuto.
Alla luce di questa constatazione viene dunque spontaneo domandarsi: che contenuto saprà offrire la pista ampezzana, considerata l'attuale penuria di atleti?
Torna alla mente una riflessione proprio del grande e celebrato architetto Frank Gehry: "Se non sai cosa farai prima di fare, non farlo".
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