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Attualità | 23 ottobre 2025 | 06:00

Le montagne "vere" sono quelle più basse. La pensa così il geografo Mauro Varotto: "Più che alzare i limiti delle aree montane bisognerebbe abbassarli"

"Cortina d’Ampezzo e Cavargna sono entrambi sopra i 1.000 metri di quota, ma Cortina è uno dei comuni più ricchi della provincia di Belluno, Cavargna, in provincia di Como, è il comune montano più povero d’Italia in base ai redditi dichiarati nel 2024. Per la legge i due Comuni sarebbero uguali". Secondo il membro del Comitato scientifico de L'Altramontagna e docente di Geografia all'Università di Padova dietro al ridisegno delle zone montane previsto dalla nuova legge sulla montagna "c’è anche l’intento nascosto di ridurre la platea dei comuni beneficiari" dei finanziamenti

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

"Se la legge vuole davvero premiare – come afferma – chi vive e si prende cura della montagna e dunque il connubio virtuoso di montuosità e montanità (in linea con l’intento di Michele Gortani e dei padri costituenti che inserirono il provvedimento per le aree montane nell’articolo 44 della Costituzione), allora più che alzare i limiti delle aree montane bisognerebbe abbassarli" sostiene Mauro Varotto. Docente di Geografia all'Università di Padova, membro del Comitato scientifico de L'AltraMontagna, segue il dibattito in corso intorno all'articolo 2 della legge 131 del 2025, che dispone di andare a ri-definire i comuni montani, quelli che beneficeranno dei finanziamenti previsti. E di fronte alle preoccupazioni espresse dagli amministratori appenninici della Regione Emilia-Romagna e da Anci Toscana, condivide le proprie riflessioni con i lettori del nostro quotidiano.

 

 

Perché nella nuova legge sulla Montagna si è immaginato di rivedere la definizione di comune montano? Era a tuo avviso un intervento necessario?

Nelle intenzioni dei proponenti vi è l’idea di definire cosa sia la “vera” montagna perché nel corso del tempo – per diversi motivi (dai danni subiti negli eventi bellici ai confini dei vecchi comprensori di bonifica montana) – sono finiti all’interno delle liste regionali dei comuni “parzialmente montani” anche territori che non hanno i requisiti altimetrici della montagna. Un esempio per tutti è quello del comune di Roma, il cui monte più alto (il Monte Mario, dove tra l’altro passa il meridiano centrale del nostro Paese) misura solo 139 metri. La vecchia battaglia della Lega contro “Roma ladrona” ha trovato qui un suo motivo di revival. Ma il problema a ben vedere è un altro: pensare di definire in maniera univoca cosa sia montagna in termini universali e sulla base del solo criterio altimetrico. La toponomastica italiana ci ricorda che ci sono “monti” prominenti anche a bassa quota, e “colli” dal rilievo dolce a quote molto elevate. Si rischia di buttare l’acqua sporca (Roma) col bambino dentro (altre zone veramente montane seppure a bassa quota). Ma forse dietro a questo ridisegno delle zone montane c’è anche l’intento nascosto di ridurre la platea dei comuni beneficiari a fronte di un fondo destinato alle misure di sostegno che è davvero poca cosa: 200 milioni di euro l’anno divisi a pioggia per i 3.538 comuni montani fanno poco più di 50mila euro a comune. Sono briciole che non cambiano il destino della montagna italiana.

 

 

Davvero c’è il rischio che la montanità dell’Appennino sia sotto-rappresentata e quindi sotto-finanziata rispetto a quella delle Alpi?

Se il legislatore intende alzare la quota altimetrica dei Comuni o la percentuale all'interno della superficie comunale di territorio montano sopra una certa quota o una certa pendenza, di fatto considerando di serie A la montagna più alta, il rischio in effetti c’è. Temo soprattutto che non verranno riconosciuti tra i beneficiari delle misure i comuni classificati dalle regioni come solo parzialmente montani (quelli cioè in cui meno dell’80% del territorio è sopra i 600 metri). Bisogna ricordare che le suddivisioni amministrative sono quasi sempre trasversali ai rilievi, integravano storicamente porzioni di terreni in piano, di collina e di montagna per sfruttare risorse diverse e complementari. Tagliare interi comuni solo perché montani solo in parte non ha senso, è un criterio rozzo: basterebbe definire un limite di applicazione delle misure sopra una certa quota altimetrica o oltre una certa pendenza, a prescindere dal confine amministrativo.

 

 

La legge a tuo avviso riconosce, capisce e affronta la difficoltà delle montagne di mezzo?

Le montagne di mezzo sono le montagne più addomesticate e abitate, coincidono con le forme storiche dell’insediamento permanente o stagionale entrato in crisi in buona parte della montagna italiana. Oltre i 2500 metri di quota le misure previste dalla legge non hanno alcun senso. Ma la definizione di montagna di mezzo non segue il solo criterio fisico-altimetrico: se la montagna è unione di montuosità e montanità i parametri da considerare sono due: quello fisico e quello economico-sociale. Cortina d’Ampezzo e Cavargna sono entrambi sopra i 1.000 metri di quota, ma Cortina è uno dei comuni più ricchi della provincia di Belluno, Cavargna, in provincia di Como, è il comune montano più povero d’Italia in base ai redditi dichiarati nel 2024. Per la legge i due Comuni sarebbero uguali.

 

 

Nel libro "Appennino a bassa definizione" definisci i caratteri dell’appenninismo. Credi che le istituzioni centrali e regionali comprendano la profonda diversità tra le due principali catene montuose italiane?

Spesso si considera la diversità delle due catene montuose sulla base di parametri altimetrici o climatici: è un retaggio della geografia fisica imparata alle elementari. In realtà le differenze dipendono da molti altri fattori, uno di questi è il modo di muoversi e di abitare all’interno delle aree montuose. Ho tentato di sottolinearlo appunto ridefinendo il termine “appenninismo”: in origine si riferiva semplicemente alla pratica alpinistica sulle vette dell’Appennino, un moto ascensionale che rimane univoco, dal basso verso l’alto e ritorno. Possiamo invece considerarlo come un modo di muoversi e vivere la montagna alternativo, obliquo, trasversale, che ha punti di partenza e di arrivo diversi. Nell’appenninismo il baricentro del movimento è interno alla catena montuosa, e non punta necessariamente verso l’alto. Si rifà alla pratica della transumanza, divenuta patrimonio immateriale dell’umanità Unesco nello stesso anno dell’alpinismo (2019), e attribuisce alla montagna una nuova centralità. In fondo si può praticare l’alpinismo in Appennino e l’appenninismo nelle Alpi: sono due modi di attraversare e vivere la montagna completamente diversi, e non dipendono dalla quota, o forse attribuiscono alla quota un valore rovesciato. Le montagne più alte sono le montagne di serie B, quelle più basse di serie A, per il loro carico di umanità.

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