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Attualità | 13 settembre 2025 | 12:00

Legge sulla montagna? "Una promessa tradita". Il senatore Lombardo: "Il criterio altimetrico non basta a definire cos'è 'montagna' e cosa non lo è: serve considerare anche la dimensione sociale"

"I territori e comuni montani aspettavano da tantissimi anni una legge organica che desse attuazione all'articolo 44 della Costituzione, a proposito della causa montana". Continua l’approfondimento de L’AltraMontagna riguardo la legge sulla montagna approvata dal Senato. Ad alimentare il dibattito, oggi, è il senatore Marco Lombardo, che definisce il decreto una "promessa tradita, non solo in termini di mancate risorse, ma soprattutto in termini di mancanza di riorganizzazione degli enti, che, se non possono utilizzare fondi esterni, almeno avrebbero potuto applicare il principio di autonomia per utilizzare quelli che hanno al loro interno"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Prosegue il dibattito attorno alla nuova legge sulla montagna, approvata in via definitiva dal Senato.

 

“È un'occasione sprecata, e non è solo una questione di risorse”: sono parole pronunciate dal senatore Marco Lombardo mercoledì scorso, nell’intervento durante il quale ha espresso parere contrario all’approvazione della legge, a nome del gruppo misto Azione - Renew Europe. Lo abbiamo intervistato per approfondire il suo punto di vista sul nuovo provvedimento.

 

Nonostante l’approvazione, il testo della legge infatti non manca di suscitare perplessità. In questo articolo abbiamo ascoltato il parere di Marco Bussone, presidente nazionale dell’Unione nazionale comuni, comunità ed enti montani (Uncem). In quest’altro articolo abbiamo raccolto le dichiarazioni rilasciate a L’AltraMontagna dal senatore Luigi Spagnolli: l’ex sindaco di Bolzano rimprovera alla legge la mancanza di uno spazio di autonomia per gli enti locali montani, nella disposizione e gestione delle risorse; uno spazio necessario affinché gli interessi delle comunità montane vengano valorizzati.

 

La principale preoccupazione è quella di ricadere in una raccolta di belle formule con scarsa (o nulla) capacità di attuazione, come già era accaduto con la legge 97 del 1994.

 

L'obiettivo della “Strategia per la montagna italiana”, dichiarato nel testo della legge, è “pro­muovere la crescita autonoma e lo sviluppo economico e sociale dei territori montani, la possibilità di accesso alle infrastrutture digi­tali e ai servizi essenziali, con prioritario ri­guardo a quelli socio-sanitari e dell’istru­zione, anche al fine di contrastare il feno­meno della dispersione scolastica, nonché alle farmacie, al servizio postale universale, ai servizi bancari, agli ulteriori servizi di in­teresse economico generale e ai negozi multiservizi, la gestione associata dei servizi da parte dei comuni montani, la residenzialità, le attività commerciali, le attività turistiche e gli insediamenti produttivi nonché il ripopo­lamento dei territori”.

 

Di seguito riportiamo l'intervista realizzata da L'AltraMontagna a Marco Lombardo, senatore e segretario regionale di Azione in Emilia Romagna che, proprio per le lacune ravvisate nella legge, ha votato contro a nome del gruppo misto Azione - Renew Europe.

 

Senatore Lombardo, quali sono i pro e i contro della nuova Legge sulla Montagna appena approvata dal Senato?

 

I territori e comuni montani aspettavano da tantissimi anni una legge organica che desse attuazione all'articolo 44 della Costituzione, nel quale si cita la “causa montana”. Il pro quindi è che abbiamo una legge che dovrebbe dare una disciplina organica della causa montana. Il contro è che, rispetto alle aspettative che i comuni montani avevano maturato in così tanti anni, è una promessa tradita: non solo in termini di mancate risorse, ma soprattutto in termini di mancanza di riorganizzazione degli enti, che, se non possono utilizzare fondi esterni, almeno avrebbero potuto applicare il principio di autonomia per utilizzare quelli che hanno al loro interno.

 

 

In che modo si potrebbe migliorare la legge? Di cosa avrebbe bisogno la montagna oggi?

 

Innanzitutto è necessario correggere il tiro, perché non si può pensare di regolare le aree interne e i comuni montani in maniera uniforme. La disciplina sul piano altimetrico dimentica che la montagna non è solo un tema geografico: la montagna è un insieme di dialetti, di identità, è uno spirito di comunità e non può essere definito solo da un criterio matematico, senza una dimensione sociale. L'altra è che, prima di poter utilizzare delle risorse della montagna bisogna capire che cosa vogliamo che la montagna diventi, e noi non vogliamo che la montagna diventi un luogo solo per pensionati o un luogo solo per turisti. Dobbiamo far sì che la montagna sia viva, e per avere una montagna viva ci vogliono le persone, ci vogliono le scuole, ci vogliono i presidi sanitari, le farmacie, tutto ciò che rende una montagna vivibile tutto l'anno.

 

 

Le risorse ci sono? Eventualmente, sarà possibile intervenire in legge di bilancio per aumentarle?

 

Realisticamente non sarà possibile. Il punto è che, se prima non si fa una riorganizzazione, se non si istituisce un modo manageriale di utilizzare le risorse, anche laddove i fondi ci sarebbero, non si riesce a spenderli. Penso a quelli del Pnrr sulle aree interne: sono state decurtati dell'oltre 70%. Perché? Perché non sono state spesi, perché non sono stati realizzati i progetti previsti. Quindi il problema non è, come sempre in Italia, che non ci sono le risorse; il problema è che la montagna non è una priorità. Altrimenti le risorse ci sarebbero, sia quelle prodotte dai territori, sia quelle esterne come quelle del Pnrr. È difficile immaginare che uno Stato che non è riuscito a spendere i soldi che aveva a disposizione, ne metta degli altri. Vorrei auspicarlo, noi lavoreremo come sempre per cercare di fare emendamenti in questo senso; ma realisticamente è difficile immaginare che possano essere accolti.

 

 

Perché considerare le comunità montane dovrebbe essere di interesse per l’intero Paese?

 

Innanzitutto perché, se noi determiniamo uno spopolamento delle comunità montane e delle aree interne, ci impoveriamo tutti quanti. Così facendo non si cura più il territorio ed emergono rischi idrogeologici, rischio di frane, incendi eccetera. Tutti dovrebbero preoccuparsi dello stato di cura dei luoghi delle aree montane. Troppo spesso, purtroppo, manca una rappresentanza degli interessi della “causa montana”, come l'avevano definita i costituenti. Eppure, i comuni in Italia che a vario titolo si possono definire montani sono 3.500, quasi la metà del totale. 10 milioni di italiani vivono in questi territori. Dovrebbe esserci un approccio che non guarda alle aree montane con la prospettiva degli agglomerati urbani, ma che ascolti i loro bisogni e che li rappresenti: è essenziale dare voce a chi vive in montagna anche dentro il Parlamento.

 

 

Già aveva sollevato il tema. Qual è il limite di considerare la montagna sulla base del valore altimetrico? Cosa intende per “valore sociale”?

 

Io dico che non basta un solo parametro, la montagna è multidimensionale. L’Italia è un territorio molto diversificato: un comune montano della Calabria, non è equivalente a un comune montano del Trentino Alto Adige. Il valore altimetrico può essere uno dei parametri, ma non può essere l'unico parametro sulla base del quale definire cosa è montagna e cosa non lo è. Un'altra delle cose sbagliate è la logica per cui la montagna è vista come un territorio sfortunato, da portare allo stesso livello della città. Non è vero, nelle zone montane ci sono tantissime cose che, per esempio, non ci sono nelle città. Una di queste è proprio il valore sociale, l’aspetto comunitario. Molte persone che vivono nei piccoli comuni si conoscono, si danno una mano l’un l’altro, si chiamano per nome: tutte cose che hanno un valore che non è necessariamente monetizzabile. Non basta una dimensione quantitativa come l’altimetria; ci vuole anche una dimensione qualitativa.

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