"Sarà vietato il riscaldamento a legna": verità o fake news?

Ormai da mesi, in modo ciclico e continuo, su strani siti web appare una notizia con questo titolo: "Dal 2025 stop al riscaldamento a legna. Cosa rischiano 15 milioni di italiani". In montagna la legna è ancora oggi una delle principali fonti di energia termica rinnovabile, che dà anche lavoro a molte imprese locali impegnate nella filiera bosco-legno-energia: un suo divieto generalizzato causerebbe un grande problema sociale. Scopriamo se questa è una vera notizia oppure una fake news

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Dal 2025 stop al riscaldamento a legna. Cosa rischiano 15 milioni di italiani”.
Ci è stato segnalato che questo titolo, o uno molto simile, ormai da mesi appare in modo ciclico e continuo tra le notizie automatiche suggerite da Google. Anche polemisti molto in vista, come Gianluigi Paragone, hanno diffuso questa informazione attaccando l'Europa, da cui partirebbe il presunto divieto. I siti che diffondono la “notizia” - strani portali tematici dai nomi bizzarri e spesso ricchissimi di pubblicità - sono sempre diversi, anche se il testo è molto simile, quando non identico. Il titolo è chiaramente di quelli “clickbait”, pensati per incoraggiare gli utenti (soprattutto chi si riscalda a legna, in questo caso) a cliccare sul link.
Cliccando, si leggono informazioni molto vaghe e generiche sul divieto annunciato nel titolo, senza riferimenti normativi né dichiarazioni di esperti. C’è sotto evidentemente qualcosa di strano, che merita di essere analizzato per evitare che questa oscura “campagna web” getti nel panico le tantissime persone che si scaldano a legna e chi lavora in questo settore.
Prima di addentrarci nell'analisi della “notizia” occorre sottolineare che si tratta di una fonte di energia termica rinnovabile, che quando è legata a una gestione sostenibile delle foreste e a un “approccio a cascata” (utilizzo primario del legno per manufatti durevoli e solo secondariamente a fini energetici) contribuisce alla decarbonizzazione, specialmente in aree rurali e montane. L'insieme delle biomasse legnose attualmente rappresenta, nel nostro Paese, la principale fonte rinnovabile per quanto riguarda il riscaldamento domestico, utilizzata da circa un quinto delle famiglie e con una copertura del 65,7% del calore rinnovabile nazionale. Inoltre, la filiera bosco-legno-energia conta in Italia più di 14.000 imprese, genera oltre 4 miliardi di euro di fatturato e impiega 72.000 addetti.
Per capire se la “notizia” che continua a girare da mesi è da considerarsi tale oppure se si tratta di una fake news abbiamo contattato Annalisa Paniz, Direttrice generale di AIEL - Associazione italiana energie agroforestali, alla vigilia della stagione in cui le stufe inizieranno ad accendersi… sempre che il “divieto” non sia reale. Questa breve intervista è utile anche per farsi un’idea chiara delle tante politiche a livello europeo, nazionale e regionale su questo tema, che si intersecano anche con quelle di conservazione e gestione delle foreste e di promozione della transizione energetica, di cui il calore termico generato da biomasse legnose è parte integrante.

Esiste (o è mai esistita) a livello europeo una discussione concreta sul possibile divieto del riscaldamento a biomassa?
La risposta breve è no, non esiste e non è mai esistita a livello europeo una proposta concreta per un divieto del riscaldamento a biomassa. Tuttavia, il quadro normativo sta evolvendo rapidamente verso una selezione molto attenta delle tecnologie, privilegiando quelle efficienti e non inquinanti.
L'UE riconosce la biomassa legnosa come una fonte di energia rinnovabile (FER) cruciale per abbandonare i combustibili fossili. L'attenzione si focalizza sia sulla “rinnovabilità”, sia su una valutazione complessiva che include la “neutralità carbonica” (il carbonio emesso durante la combustione deve essere riassorbito dalla ricrescita delle foreste gestite in modo sostenibile) e la qualità dell'aria: la combustione della biomassa, soprattutto in impianti obsoleti, è infatti una fonte principale di particolato. Questo è il punto più critico per quanto riguarda il riscaldamento domestico.
La “notizia” che gira, quindi, è chiaramente falsa. Vero però è che esistono norme europee che definiscono specifiche politiche sull’uso delle biomasse combustibili: quali?
Innanzitutto, la Direttiva RED II / RED III (Renewable Energy Directive), che introduce criteri di sostenibilità per la biomassa solida (principalmente per la produzione di energia su larga scala, ma con un effetto a cascata). L'obiettivo è garantire che la biomassa provenga da foreste gestite in modo sostenibile. Per il settore domestico, l'impatto più forte è indiretto: spinge gli Stati membri a incentivare solo biomassa certificata e proveniente da filiere sostenibili.
Ci sono poi il Regolamento Ecodesign e l’Etichettatura Energetica: gli elementi più diretti e tangibili per i produttori di tecnologie. Gli standard Ecodesign pongono limiti stringenti alle emissioni di particolato (CO - monossido di carbonio ed NOx - ossidi di Azoto). L'etichettatura energetica (dalla A alla G) guida i consumatori verso i prodotti migliori.
In sostanza, il dibattito concreto non è quindi sul “divieto della biomassa”, ma sulla progressiva eliminazione degli apparecchi più inquinanti. In alcune aree del nostro Paese, ad esempio, in zone con criticità connesse alla qualità dell'aria, sono state introdotte regolamentazioni che indirizzano verso l’installazione e l’utilizzo di sistemi di riscaldamento altamente performanti.

Arriviamo all'Italia: esistono divieti effettivi sull'uso delle biomasse?
In Italia la qualità dell'aria è oggetto di politiche specifiche che includono la regolamentazione dell'utilizzo delle biomasse elaborate principalmente a livello regionale e locale. Anche in questo caso l'obiettivo primario è il contenimento delle emissioni di polveri sottili (PM10 e PM2.5).
Un esempio significativo di azione coordinata è rappresentato dall'Accordo di Bacino Padano per il miglioramento della qualità dell'aria, sottoscritto già nel 2017 da Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. Questo accordo ha definito politiche comuni per un impiego più consapevole degli impianti di riscaldamento a biomassa legnosa, con misure particolarmente stringenti durante i mesi invernali e in quei comuni che registrano superamenti dei limiti normativi per l'inquinamento.
Nello specifico, le limitazioni riguardano prevalentemente l'utilizzo di generatori obsoleti e inquinanti (come quelli privi di classificazione ambientale o con una classificazione inferiore alle 3 stelle) nei territori interessati da piani di risanamento dell'aria.
A partire dal 2017, le politiche italiane per la qualità dell’aria hanno registrato un significativo percorso di evoluzione e coordinamento, anche grazie all’impulso del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Questo processo ha trovato piena attuazione molto recentemente, nell’agosto 2025, con l’adozione del “Piano Integrato per la Qualità dell’Aria”, approvato dalla cabina di regia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il Piano rappresenta uno strumento strategico che definisce un quadro di interventi coordinati, perseguendo tre obiettivi primari: riduzione delle emissioni inquinanti, in piena attuazione delle direttive europee sulla qualità dell’aria (2008/50/CE e 2024/2881/UE); risoluzione delle procedure di infrazione avviate dall’Unione Europea nei confronti dell’Italia per il superamento cronico dei valori limite di PM10, biossido di azoto (NO₂) e PM2.5; evitare il rischio di sanzioni economiche e potenziali tagli ai fondi europei, garantendo la piena conformità agli obblighi comunitari.

Dato che il vero tema è quindi quello del parco apparecchi termici installati, quali politiche nazionali e regionali sono in atto in Italia per un auspicabile turnover tecnologico?
Il rinnovo del parco impiantistico di riscaldamento rappresenta un tema di centrale importanza. A livello nazionale, il principale strumento di incentivazione è il Conto Termico, che finanzia la sostituzione di generatori a biomassa obsoleti con apparecchi ad alta efficienza e a basse emissioni, dotati di classificazione ambientale di almeno 4 stelle. A questo si affiancano ulteriori agevolazioni fiscali.
Il quadro si arricchisce di ulteriori interventi a livello regionale, particolarmente significativi nel Nord Italia e nelle Regioni caratterizzate da aree in procedura di infrazione. Qui, bandi dedicati - spesso cofinanziati da fondi strutturali europei - promuovono la sostituzione di impianti a biomassa o a gasolio con soluzioni tecnologiche più moderne ed ecocompatibili. Alcune Regioni integrano queste misure con contributi specifici per l'installazione di sistemi di abbattimento delle emissioni sugli impianti esistenti.
Una spinta decisiva arriva anche dal già citato Piano Nazionale per la Qualità dell'Aria, che include una misura ad hoc per gli incentivi alla sostituzione degli impianti a biomassa più inquinanti. Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha il mandato di avviare un programma incentivante, della durata di due anni, con una dotazione finanziaria cumulabile con il Conto Termico fino a 100 milioni di euro. L'obiettivo è favorire la sostituzione di generatori a biomassa di classe inferiore o uguale a 3 stelle con sistemi di classe 5 stelle o superiore e pompe di calore, eventualmente integrate con impianti fotovoltaici.
In sintesi, si delinea un quadro politico articolato e stratificato, volto a indirizzare il mercato verso soluzioni più sostenibili. Tuttavia, la frammentazione territoriale degli strumenti e la loro complessità applicativa rimangono una sfida cruciale da superare per massimizzarne l'efficacia complessiva.

Insomma, niente “divieti” all’orizzonte per chi utilizza la legna per riscaldarsi e niente “rischi” per milioni di famiglie, ma un chiaro e apprezzabile percorso politico-normativo volto a migliorare da un lato produzione sostenibile e dall’altro la combustione delle biomasse attraverso impianti moderni, performanti e poco inquinanti.
Prima di prendere per buone e condividere certe notizie, magari scagliandosi pubblicamente contro “gli assurdi obblighi dell’Europa”, occorre valutare sempre la fonte dell’informazione e cercare di capire se gli articoli sono precisi, presentati con riferimenti chiari e/o attraverso le parole di persone competenti. Poi, è necessario approfondire su altri canali più affidabili o ufficiali e, nel caso, rivolgersi direttamente a chi può fornire informazioni corrette, come in questo caso l'associazione AIEL (www.aielenergia.it).











