I soci erano contadini squattrinati che venivano respinti dalle banche cittadine e finivano nelle grinfie degli usurai. Per comprendere queste cooperative di credito bisogna risalire al lontano 1883

Oggi sono 808 i comuni italiani nei quali le Banche di Credito Cooperativo rappresentano l'unica presenza bancaria rimasta. Si tratta in gran parte di paesi con meno di 5.000 abitanti, collocati nelle aree interne del Paese e colpiti dalla sempre più feroce chiusura degli sportelli bancari. Scopriamo la storia di questi "presidi territoriali"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sono 808 i comuni italiani nei quali le Banche di Credito Cooperativo (Bcc) rappresentano l'unica presenza bancaria rimasta. Si tratta in gran parte di paesi con meno di 5mila abitanti, collocati nelle aree interne del Paese e colpiti dalla sempre più feroce chiusura degli sportelli bancari.
Si tratta di un fenomeno noto che si ripercuote negativamente sulla tenuta dei tessuti sociali e produttivi di territori già segnati da forti fragilità, aggravandone ulteriormente lo spopolamento e la desertificazione dei servizi. È un cane che si morde la coda: da un lato, la scarsa attrattività di contesti geografici marginali determina la chiusura degli sportelli, per ragioni di efficientamento e riduzione dei costi; dall'altro, la chiusura degli sportelli infligge il colpo di grazia ai paesi, rendendo più difficoltoso l'accesso al credito per le famiglie e la capacità di innovazione per le imprese. Trovare una via d'uscita diventa sempre più difficile.
Per quale motivo, invece, le Banche di Credito Cooperativo decidono di rimanere? Le ragioni di questa scelta controcorrente sono numerose e affondano nell'origine storica di questi peculiari istituti di credito.
Bisogna risalire al lontano 1883 quando a Loreggia, un piccolo villaggio di contadini nel bel mezzo della pianura veneta, nasceva la prima Cassa Rurale italiana. A promuoverne la costituzione fu Leone Wollemborg – un giovane talentuoso e dai grandi ideali, proveniente da una nobile famiglia padovana – intenzionato a sollevare la popolazione locale dalle condizioni di estrema povertà in cui era costretta a vivere.
La soluzione escogitata – già diffusa in Germania – era tanto semplice, quanto paradossale: dare vita a una cooperativa di credito, i cui soci erano gli stessi contadini squattrinati che venivano respinti dalle banche cittadine e finivano nelle grinfie degli usurai. Ogni contadino accettava di dare in gestione i propri piccoli risparmi alla cooperativa, che li utilizzava per concedere prestiti a lunga scadenza e a basso interesse ai soci in condizioni di maggior bisogno, e al contempo si impegnava a coprire in solido gli eventuali debiti derivanti dalle mancate restituzioni.
Questo meccanismo di responsabilità solidale illimitata faceva sì che l'intero patrimonio di tutti i soci della Cassa Rurale fungesse da garanzia sui crediti erogati. Inoltre, le dimensioni molto localizzate della banca e gli stretti legami di reciprocità tra i soci facevano da deterrente contro l'utilizzo irresponsabile del denaro ottenuto in prestito, mitigando i rischi di insolvenza.
L'esperimento ebbe esiti felici e si diffuse a gran velocità su tutto il territorio nazionale, tanto che nel 1922 in Italia si contavano 3.540 Casse Rurali ed Artigiane. Piccole banche locali fondate sulla mutualità tra i soci e caratterizzate dall'assenza di azionisti e dividendi.
Eredi di questa storia secolare sono oggi le 215 Banche di Credito Cooperativo (Bcc), Casse Rurali e Casse Raiffeisen presenti in Italia. Un sistema solido e articolato che esprime 4.105 sportelli, accoglie complessivamente più di 1,5 milioni di soci e dà lavoro a quasi 30mila persone. A raccontarne i numeri è il "Bilancio di Coerenza Mutualistica del Credito Cooperativo. Rapporto 2026", recentemente pubblicato da Federcasse, che intende evidenziare la positiva "impronta" che il Credito Cooperativo riesce a imprimere sul nostro Paese sotto il profilo economico, sociale, ambientale e cooperativo.
Ciò che innanzitutto emerge dal Rapporto di Federcasse è l'originale modello di "fare banche" che tuttora distingue le Bcc, pur nelle inevitabili evoluzioni occorse nella loro lunga vicenda storica. A connotarle, infatti, rimangono la territorialità e lo stretto legame con l'economia reale. Ogni Bcc ha una propria zona geografica di operatività, all'interno della quale raccoglie i soci, individua gli amministratori (democraticamente eletti all'interno dell'Assemblea dei Soci, secondo il principio "una testa, un voto") e sviluppa la propria attività bancaria secondo precisi vincoli normativi: almeno il 95% dei crediti deve essere erogato sul territorio (localismo); più del 50% dei crediti deve essere erogato verso i soci (mutualità prevalente); almeno il 70% degli utili deve essere destinato a riserva indivisibile (solidità patrimoniale); il 3% degli utili deve essere destinato a un Fondo per lo sviluppo della cooperazione.
Queste caratteristiche – sul cui rispetto vigilano la Banca Centrale Europea e la Banca d'Italia – rendono ancora oggi le Bcc delle "Banche di Comunità", votate alla prossimità e allo sviluppo locale. È per questo motivo che le loro filiali resistono anche in quei paesi che sono stati abbandonati dalle altre banche: le sorti di una Bcc sono legate a doppio filo con quelle del territorio d'origine. D'altra parte, tutto ciò è ben espresso anche a livello statutario, dove si specifica che le Banche di Credito Cooperativo perseguono il "miglioramento delle condizioni morali, culturali ed economiche" delle comunità locali, la "coesione sociale" e la "crescita responsabile e sostenibile del territorio".
Nei fatti, ciò si traduce in circuiti di finanza generativa che hanno come principali destinatari le famiglie e le imprese di micro, piccole e medie dimensioni. Il Rapporto di Federcasse illustra che nel 2025 per ogni 100 euro di risparmio raccolto nel territorio le Bcc ne hanno impiegati in media 69; di questi almeno 66 euro (ovvero il 95% di cui sopra) si è tradotto in credito all'economia reale del territorio di raccolta. Con riferimento alle imprese, lo scorso anno sono stati erogati complessivamente 75,6 miliardi di impieghi, con quote di mercato particolarmente rilevanti nei comparti di turismo, agricoltura e artigianato/piccola manifattura. Verso le famiglie, invece, sono stati concessi finanziamenti per 63 miliardi, di cui 51,5 miliardi finalizzati all'acquisto della casa.
Anche l'Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) ha recentemente riconosciuto la funzione di "presidio territoriale" svolta dal Credito Cooperativo, siglando un protocollo di intesa con Federcasse in cui le parti si sono impegnate a promuovere forme di collaborazione per contrastare la marginalizzazione delle comunità più periferiche del Paese. Inoltre, in virtù del loro ruolo per "la tenuta socio-economica delle aree interne e dei piccoli comuni", le Bcc sono state ricomprese tra i soggetti dell'Economia Sociale dal "Piano d'azione nazionale per l'economia sociale", esaminato dal Consiglio dei Ministri a inizio luglio 2026.
Sono attestazioni importanti che dimostrano il valore di un modello bancario alternativo, in cui la logica del bene comune prevale su quella del profitto. Una differenza che – come scrive il Presidente di Federcasse, Augusto Dell'Erba, nell'introduzione al Bilancio di Coerenza – assicura "la biodiversità dell'intero sistema finanziario", consentendo anche ai territori e alle comunità più fragili di ottenere ascolto e attenzione.












