Sulla linea di confine della guerra più alta del mondo. Conflitto tra India e Pakistan: ci sono appostamenti anche a 6.000 metri, si muore soprattutto per le valanghe

Sul Baltoro non c’è ombra di conflitti high-tech ma ogni volta che la tensione fra Pakistan e India sale, l’area dove si innalzano i colossi del Karakorum rischia di diventare un luogo inaccessibile. C’è un modo di dire in Kashmir che spiega la difficile relazione fra India e Pakistan anche nei momenti di relativa calma: "Una pace siglata con una stretta di mano e un calcio negli stinchi"
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Segui il cavo. Se non vedi più nessuno e diventa tutto bianco, seguilo", ripetevano i portatori hunza che con i loro carichi risalivano il ghiacciaio del Baltoro, in Pakistan, per rifornire le spedizioni già operative al K2.
Quale cavo?
Avevo appena letto il romanzo Tre tazze di te di Greg Mortenson, ma l’idea di perdermi in quell’immenso labirinto per poi essere salvato in qualche villaggio sperduto, non mi entusiasmava e non l’ho mai perso d’occhio.
Quel piccolo filo nero, che come un lungo cordone ombelicale risale per chilometri tutto il corso della valle del Braldu, collega il fondo valle con le postazioni dei militari pakistani ai piedi degli Ottomila del Karakorum: igloo bianchi di fibra di vetro, anneriti dal fumo e trincee maleodoranti realizzate con le taniche di cherosene, circondati da una distesa di scatolame abbandonato e rifiuti. Il cavo è quello del telefono che serve ai militari pakistani per comunicare, convinti che solo con una tecnologia rudimentale avrebbero evitato di essere intercettati.
Fra un dedalo di rocce, crepacci al cui interno scorrono torrenti impetuosi, enormi vele di ghiaccio che spuntano come pinne di squalo fra i massi, si fa strada il conflitto fra due potenze nucleari, che oggi sono tornate a bombardarsi con caccia e droni. Lungo la linea di confine della guerra più alta del mondo si "combatte" ancora a dorso di mulo. I militari nella neve si muovono negli avamposti ai piedi dei Gasherbrum. Ci sono appostamenti anche a seimila metri dove qua e là affiora la canna di qualche cannone puntato verso l’India. Ma non si muore per colpa dell’artiglieria, piuttosto per le valanghe che, soprattutto in inverno, finiscono per seppellire tutto.
Sul Baltoro non c’è ombra di conflitti high-tech ma ogni volta che la tensione fra Pakistan e India sale, l’area dove si innalzano i colossi del Karakorum rischia di diventare un luogo inaccessibile. Le tensioni fra i due vicini, che hanno origine fin dalla spartizione del 1947 (alla quale si oppose anche Ghandi), sono all’origine di moltissime restrizioni, che ad esempio vietano i voli di soccorso sulle montagne se non quelli affidati agli elicotteri militari.
Da quelle parti il confine fra le due nazioni è una linea tratteggiata che cambia a seconda di chi la impone. Il raid lanciato all’alba di mercoledì ha visto 24 missili indiani colpire 9 postazioni in Pakistan. La risposta all’attentato del 22 aprile in cui 26 turisti indù sono stati giustiziati nel Kashmir.

Un azione che a molti ha ricordato ciò che avvenne al campo base del Nanga Parbat, in Pakistan, il 22 giugno 2013 quando 16 militanti saliti dalla zona di Chilas lungo la valle dell’Indo, vestiti con le uniformi della polizia del Gilgit-Baltistan, uccisero 11 persone (10 alpinisti e un cuoco locale). Due anni prima, sempre nella zona di Chilas un bus di turisti era stato crivellato di colpi in un’azione simile. L’area in cui l’ultima lingua occidentale dell’Himalaya tocca il Karakorum e l’Hindu Kush è perennemente scossa da lotte intestine: sunniti contro sciiti, gruppi talebani contro turisti occidentali e locali, mujahidin del Kashmir contro militari indiani.
Dall’altra parte della linea di conflitto, nel territorio rivendicato dall’India, lungo la strada che da Srinagar, porta a Leh, attraverso lo Zoji La pass e le sue gole pronte ad inghiottire i camion e i bus che l’attraversano, sono schierate le truppe indiane. In tempo di pace settantamila uomini. Fra loro anche i "Dras Warriors", che sembrano essere usciti da un film di Bollywood. E proprio a Dras, vicino a Kargil c’è un monumento che ricorda la strage del 1999 quando un'incursione fulminea dei pakistani, scesi dalle montagne appena sopra, portò alla cattura e alla morte di 522 militari indiani. Fu uno dei momenti di tensione più alta fra le due nazioni nucleari seguito poi da anni di finta distensione.
I confini sono rimasti sempre tratteggiati sulle mappe e fino a poco fa in quell’area venivano costruiti muri sempre più alti per evitare che auto e bus venissero colpiti da qualche colpo di artiglieria sparato dalle montagne del Pakistan. Anni fa, mentre percorrevo l’unica strada che costeggia il confine per chilometri attraverso alcuni passi a quattromila metri, sono rimasto bloccato mezza giornata da un enorme camion che risaliva a passo d’uomo i tornati. "Big gun": indicavano felici i militari. Era diretto a Dras. C’è un modo di dire in Kashmir che spiega la difficile relazione fra India e Pakistan anche nei momenti di relativa calma: "Una pace siglata con una stretta di mano e un calcio negli stinchi". Una pace lontana e una guerra che nessuno sembra volere veramente.












