Una stazione sciistica fantasma: la sua esistenza circola più per il passaparola che attraverso documenti ufficiali. Storia di Alberola e del suo sogno bianco

"C’era persino una discoteca. Poi, purtroppo, la neve ha iniziato a mancare". Uno dei casi più emblematici del declino delle stazioni sciistiche di bassa quota nell’Appennino ligure: piccola ma all’epoca considerata innovativa, l'area sciistica savonese era nata per iniziativa di alcuni imprenditori durante il boom del turismo invernale, sulla scia delle nuove località sorte tra Alpi e Appennini

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Alberola, piccola frazione del comune di Sassello, nel Savonese, rappresenta uno dei casi più emblematici del declino delle stazioni sciistiche di bassa quota nell’Appennino ligure. Quella che oggi appare come una località silenziosa e sospesa nel tempo era un tempo una meta emergente del turismo invernale regionale, capace di attirare migliaia di visitatori nei fine settimana più nevosi.
Nonostante nei manuali di geografia figurino soltanto le grandi località alpine - Sestriere, La Thuile, Courmayeur, Cortina - Alberola ha avuto un ruolo significativo nella diffusione dello sci amatoriale tra gli anni Sessanta e Ottanta. La sua esistenza circola più attraverso il passaparola che attraverso documenti ufficiali, mentre i suoi skilift inattivi da anni ne consolidano l’aura di "stazione fantasma".
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Il contesto urbano è ridotto all’essenziale: poche abitazioni, un rifugio-ristorante oggi chiuso, un complesso di residence e la piccola casetta con la scritta "biglietteria", da cui un tempo si acquistava lo skipass. Attorno, gli impianti di risalita fermi e l’attrezzatura abbandonata compongono un paesaggio che racconta da solo un passato più dinamico dell’attuale presente.
Negli anni di maggior attività, Alberola disponeva di tre impianti, cinque piste per circa dieci chilometri complessivi e un dislivello di trecento metri sul versante del Monte Cucco. Per una località appenninica rappresentava un’offerta competitiva, inserita nel più ampio contesto di sviluppo delle stazioni sciistiche sorte tra Alpi e Appennini - come Prato Nevoso, Artesina o la vicina Viola St. Gree.
"Nei weekend arrivavano fino a duemila turisti", ricorda la proprietaria del rifugio. "C’era persino una discoteca. Poi, purtroppo, la neve ha iniziato a mancare".
Il progressivo calo dell’innevamento naturale, aggravato dagli effetti del cambiamento climatico e particolarmente evidente nelle località sotto i 1.500 metri, compromise in pochi anni la sostenibilità economica della stazione. Il sistema turistico, interamente fondato sugli impianti, crollò di conseguenza.
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Negli anni successivi non mancarono tentativi di rilancio. Un piccolo gruppo di cittadini ipotizzò una raccolta firme da presentare in Regione per valutare una ricostruzione degli impianti e un modello di turismo invernale "mordi e fuggi". L’iniziativa, però, non trovò le condizioni necessarie per trasformarsi in un progetto concreto.
Oggi Alberola resta il simbolo di una montagna che cambia: una località che ha vissuto un sogno bianco ormai incompatibile con il clima attuale e che, come molte realtà appenniniche, è chiamata a reinventarsi oltre la neve che non cade più.













