Contenuto sponsorizzato
Attualità | 18 marzo 2026 | 06:00

"Ho capito che una carriera ospedaliera in pianura non avrebbe fatto per me". Oggi fa il medico in montagna: "Ho l'impressione di essere 'il primo presidio' per la comunità"

Abbiamo intervistato il dottor Davide Annovi. Lavora a Frassinoro, Appennino modenese, e ci racconta cosa significa esercitare la professione medica in montagna: le difficoltà quotidiane, le emergenze improvvise e le prospettive sanitarie delle aree interne

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

In montagna la vita quotidiana è segnata da distanze, strade tortuose e paesi che d’inverno possono restare isolati. In questo contesto, il medico diventa un punto di riferimento essenziale: non solo per la cura, ma per la continuità di un servizio che garantisce sicurezza e presenza. Lo abbiamo visto e raccontato a proposito della neurologa Ilaria Del Negro in alto Friuli. A Frassinoro, Appennino modenese, il dottor Davide Annovi ci porta a riflettere su qualcosa di analogo.

 

Conosce personalmente i suoi pazienti e percorre chilometri ogni giorno per raggiungerli. In questa intervista ci racconta cosa significa esercitare la professione medica in montagna: le difficoltà quotidiane, le emergenze improvvise e le prospettive sanitarie delle aree interne.

 

Cosa significa essere medico di montagna?

Sentirsi utili al di là della burocrazia, dei numeri, della rigorosa logica aziendale che impone modi e tempi operativi. In pratica, significa sentirsi davvero medico.

 

 

Qual è stato il momento in cui hai capito che questa sarebbe stata la tua vita?

Dopo 20 anni di volontariato in ambulanza, durante i quali sei chiamato a prendere decisioni e a ragionare a tu per tu col paziente semplicemente seguendo i protocolli sanitari e le proprie conoscenze. In quel momento ho capito che una carriera ospedaliera non avrebbe fatto per me, così come una carriera all’interno di una medicina generale in pianura, strutturata con regole rigide.  

 

 

Come cambia la medicina quando il paziente vive a chilometri di distanza?

In realtà non cambia più di tanto… le strade tortuose offrono paesaggi rilassanti e le strade innevate vengono spalate di frequente o comunque al bisogno se ho particolari necessità. In questo senso, il Comune mi ha sempre dato una mano a prescindere dalle amministrazioni e dal colore politico: essendo l’unico medico, ho un ‘filo diretto’ col sindaco e coi suoi collaboratori.

 

 

Qual è la differenza più grande tra fare il medico in pianura e farlo in quota?

Fare il medico in quota non significa semplicemente ‘fare il medico’, ma gestire tutta una serie di questioni logistiche che rendono interessante e vario il proprio lavoro. Significa andare alle sette di sera (mentre stai finendo il turno) a casa di un paziente con una crisi ipertensiva, iniettargli un farmaco intramuscolo e dover rimanere un’ora per valutare l’efficacia della terapia perché l’ospedale è troppo lontano… nel frattempo, vieni invitato a rimanere a cena perché è già passato l’orario, fuori è buio e freddo e gli hai fatto un piacere.

 

 

Dopo il pensionamento del dottor Biondi ti sei trovato a coprire un territorio enorme. Come?

Non lo so, sono quelle cose che le fai e basta perché vanno fatte.

 

 

Hai mai avuto la sensazione di essere ‘l’ultimo presidio’ sanitario per la comunità?

Al contrario, ho la netta impressione di essere ‘il primo presidio’ per la comunità: qui, ad esempio, sono abituati che prima di andare in Pronto soccorso passano dal medico di famiglia per vedere se si può evitare un viaggio. Molte suture cutanee, lavaggi auricolari, infiltrazioni articolari e cose del genere sono manovre ordinarie che consentono al paziente di non compiere ‘viaggi della speranza’ per recarsi presso uno specialista o presso il Ps. E anche nei casi in cui l’ospedale rappresenta comunque la meta finale dell’intervento, per la popolazione il passaggio dal medico di base è quasi obbligatorio per una valutazione preliminare.

 

 

Quali sono le difficoltà logistiche più estreme che hai affrontato per raggiungere un paziente?

Senza dubbio guadare con la macchina due ruscelli lungo un sentiero sterrato, per raggiungere il domicilio di un anziano signore che neppure i tedeschi erano riusciti ad allontanare da casa sua durante la guerra.

 

 

Come si gestisce l’equilibrio tra urgenze, visite programmate e burocrazia?

Da solo sarebbe impossibile: ho un’infermiera cresciuta a sua volta in ambulanza, che quindi ha la mentalità giusta per eseguire un rapido triage e per staccarsi dall’ambulatorio in caso di necessità per coordinare l’intervento mio o del 118, e una segretaria che letteralmente mi difende dalla valanga di telefonate e dalla mole di carte che mi assale quotidianamente.

 

 

In montagna il medico è spesso anche un punto di riferimento sociale…

Il medico in montagna non si occupa solo di medicina propriamente detta, nel senso che all’interno delle piccole comunità (dalle frazioni alle borgate) ci possono essere dinamiche particolari: una frazione può essere invisa ad un’altra, ad esempio, e fare più ore in un ambulatorio invece che in un altro può essere visto come una ‘preferenza’. Oppure, un intervento ripetuto presso il domicilio di un paziente può generare invidia nei confronti di altri pazienti che ritengono di essere più o meno nella stessa situazione. Se dovessi accettare tutti gli inviti a prendere un caffè che ricevo dai pazienti, probabilmente a quest’ora sarei già morto da alcuni anni… ma se accetto solo alcuni inviti, si cade nel gioco del lui sì e io no: quindi, cerco di declinare sempre tutti gli inviti salvo situazioni contingenti dove proprio non posso farne a meno.

 

 

Qual è l’episodio più toccante che hai vissuto con un paziente?

Qualche anno fa, un anziano paziente che già avevo messo in cure palliative e in sedazione terminale stava morendo. Mi chiama la moglie per chiedermi di andare da lui. Quando sono arrivato, ho controllato che tutto fosse in ordine (la morfina e gli altri farmaci per consentirgli un passaggio senza dolore, sofferenza o senso di soffocamento) e poi ho chiesto alla moglie cosa non andasse. Lei mi ha risposto "niente dottore, ma siccome respira sempre meno e a breve si spegnerà, l’ho chiamata perché lui voleva che ci fosse il suo dottore a fargli compagnia negli ultimi momenti". In meno di mezz’ora il paziente si è spento, mentre la moglie gli teneva una mano e io l’altra. Sono stato molto contento perché non ha sofferto e la famiglia era sollevata della mia presenza, ma finita la domiciliare mi sono preso un’ora buona di tempo prima di riprendere a fare attività ambulatoriale.

 

 

Come cambia il tuo lavoro nei periodi di picco turistico? Differenze tra estate e inverno?

In estate è un vero e proprio delirio, e devo dire che purtroppo l’aiuto fornito dall’Asl non copre le necessità reali di assistenza medica. L’utenza praticamente raddoppia, ed essendo già raddoppiato il lavoro dopo la pensione del dottor Biondi, praticamente per tre mesi all’anno lavoro il quadruplo: questo aumenta la percentuale statistica di errori e la stanchezza fisica e mentale che mi trascino nei mesi a seguire. In inverno il tempo è inclemente, ma la clemenza io non la chiedo al tempo ma all’utenza e quindi non ci sono particolari problemi.

 

 

Il dibattito nazionale (Uncem-Fimmg) lega la presenza di medici di base al ripopolamento delle aree interne. Che cosa ne pensi?

In tutta onestà, non ho tempo di pensare a queste cose. L’unico appunto che mi sento di fare è questo: ho sempre la sensazione che questi dibattiti facciano un po’ i conti senza l’oste, nel senso che nei cosiddetti "piani alti" si pensino le strategie senza consultare gli attori sul campo… e non intendo che la Regione non sente l’Asl o il Distretto, ma che proprio non senta le voci dirette dei medici di base. Se consideriamo la vecchia storia del gioco del telefono, se io segnalo una cosa al distretto, il distretto la segnala all’Asl, l’Asl la segnala in Regione (e già non sono sicuro del pieno funzionamento di questa catena)… il messaggio senz’altro non arriverà con la stessa forza della Regione che sente direttamente il medico nel suo territorio, anche informalmente. Ma immagino che questo sia il prezzo da pagare per ogni mastodonte istituzionale.

 

 

Cosa pensi delle proposte di incentivi (alloggio gratuito, ambulatorio, agevolazioni) per attrarre medici in montagna?

Tutti gli incentivi sono ben accetti e in qualche maniera possono essere utili, ma non si può risolvere sempre tutto coi soldi per un semplice motivo: una volta che il medico lo si è attirato, bisogna essere in grado di farlo rimanere. Mi spiego: con gli incentivi si potrà anche, forse, attrarre qualcuno, ma questo ‘qualcuno’ è probabile che rimanga in montagna solo il tempo necessario per maturare il ‘diritto’ di avvicinarsi a una zona più comoda o vicina a casa, andando a creare una continuità a singhiozzo che vede la popolazione subire un costante viavai di medici temporanei, che vengono visti come semplici mercenari concentrati sullo svolgere il compito assegnato e poi andarsene.

 

 

Quali interventi concreti richiederesti per garantire continuità e qualità dell’assistenza?

Per come è organizzato in questo momento, un medico potrebbe essere maggiormente incentivato se potesse lavorare solo mezza giornata (cioè 6 delle 12 ore previste), così da poter coniugare il lavoro e la vita familiare. Al momento, il medico è reperibile dalle 8 alle 20 e ha un obbligo contrattuale di almeno 1 ora ogni 500 pazienti al giorno (3 ore al giorno nel mio caso); nella realtà, il telefono è sempre acceso e capita che suoni anche il sabato, la domenica e la sera perché il paziente ‘non si fida della guardia medica’, perché ‘non mi hanno risposto’, perché ‘mi fido del suo parere’, perché ‘lei conosce la mia storia’. Secondo le indicazioni dell’Asl, essendo una medicina di gruppo noi abbiamo la possibilità di coprirci a vicenda… ma non è pensabile che il medico di Montefiorino possa coprire quello di Frassinoro o viceversa perché sono già territori enormi presi singolarmente, e non è neanche pensabile che da Piandelagotti un paziente debba fare mezz’ora di strada per farsi visitare dal medico di Montefiorino perché quello di Frassinoro è assente. Quindi, il discorso del "coprirsi a vicenda" funziona in pianura dove si trovano più medici nella stessa struttura, non in montagna dove la medicina di gruppo è delocalizzata in una struttura centrale e in strutture satelliti.

 

 

Se potessi ridisegnare da zero la sanità di montagna, quali sarebbero i tre pilastri fondamentali?

Prossimità reale e non fittizia alle singole comunità (già dire genericamente ‘il territorio di Frassinoro’ vuol dire accorpare almeno una ventina di comunità con radici diversissime e modus operandi differenti). Integrazione tra i professionisti con personale che possa sostituire in modo ‘strutturale’ e non estemporaneo il singolo professionista che abbia la necessità di prendersi una pausa, dalle malattie alle ferie. Infine, integrazione reale con la specialistica, così da non privare i pazienti più distanti o non trasportabili di un supporto specialistico quando richiesto.

 

 

Cosa diresti a un giovane medico che sta valutando di lavorare in un contesto come il tuo?

Un contesto come il mio può spaventare, soprattutto all’inizio, ma in realtà non è nulla di trascendentale: si tratta solo di applicare quel che uno sa fare e impara a fare, esattamente come in tutti gli altri contesti. Rispetto a una volta, poi, l’introduzione dello ‘specialista on call’ e in generale la possibilità di interagire coi colleghi ospedalieri aiuta a sentirsi meno soli nel prendere le decisioni.

 

 

E se potessi parlare a una montagna in carne e ossa… che cosa gli diresti?

Rimani sempre uguale a te stessa perché se cambi e ti rabbonisci si perde la magia.

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Sport
| 08 maggio | 13:00
Oggi inizia l'edizione numero 109 del Giro d'Italia. Un evento iconico per il nostro Paese, un'avventura che negli [...]
Attualità
| 08 maggio | 12:00
Barbara Crea, titolare di Quelle del Baito, un "organismo" agricolo di allevamento ai confini del Parco Naturale [...]
Alpinismo
| 08 maggio | 06:00
"Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le [...]
Contenuto sponsorizzato