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Attualità | 02 marzo 2026 | 18:00

Il "gatto delle nevi" perché si chiama così? Non sarebbe più corretto "bruco delle nevi"? Alla scoperta dell'eccezionale rivoluzione di Ernest Prinoth

Cosa accomuna queste tecnologie della meccanica a felini come la bellissima lince canadese? La risposta è semplice: assolutamente nulla. Il nome iconico di una delle macchine che più hanno contribuito a trasformare lo sci nello sport invernale per eccellenza, in realtà, deriva da un errore di traduzione

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Fino agli anni Sessanta, le piste si battevano sci ai piedi: squadre di maestri di sci, addetti agli impianti e giovani che volevano guadagnarsi l’occasione di accedere gratis alle piste, passavano le giornate su e giù dai pendii trascinando gli sci "a scaletta", per levigare le piste in attesa dei clienti. Era un lavoro lungo ed estenuante, che peraltro dava risultati piuttosto scadenti: certo non bastava a livellare la neve adeguatamente, lasciando grosse buche e gobbe nella neve, capaci di infortunare anche gli sciatori temerari degli anni Cinquanta.

 

Una svolta storica determinante si ebbe solo grazie al genio altoatesino di Ernest Prinoth, pilota di Gran Turismo e meccanico gardenese. Nel 1962, dalla sua officina, l’Officina Meccanica Prinoth Ortisei, uscì il primo prototipo di gatto delle nevi. Era il Prinoth P60: privo di cabina chiusa e dotato di due cingoli di dimensioni ridotte, i motori erano quelli della Fiat 500, opportunamente modificati con la testata di un Volkswagen Maggiolino. Bastò questo a fare la rivoluzione: il mezzo si "arrampicava" leggero sui pendii di Ortisei, con un rapporto peso/superficie di soli 15 grammi per centimetro quadrato.

 

La parola "gatto delle nevi", in realtà, indica non solo i mezzi ‘battipista’, ma anche quelli studiati per il trasporto persone. Il P60, in effetti, apparteneva a questa seconda categoria. Bisognerà aspettare il P15, pochi anni dopo, perché rivoluzionasse il modo di battere le piste da sci, già presente ai mondiali di sci a Seefeld nel 1965. Di lì in avanti il turismo invernale e l’industria dello sci avrebbe vissuto una crescita senza precedenti, e di pari passo è cresciuta la tecnologia di questi mezzi.  

 

Fin qui tutto chiaro. Ma ora viene da chiedersi: Perché si chiama "gatto delle nevi"?  Insomma, cosa accomuna queste tecnologie della meccanica a felini come la bellissima lince canadese? La risposta è semplice: assolutamente nulla. Anzi, semmai si tratta di un altro animale, leggermente meno grintoso: il bruco.

 

La formula "gatto delle nevi" è il perfetto esempio di una traduzione completamente erronea. Certo, arriva dall’inglese "snow cat", solo che in questo caso "cat" non significa gatto, ma è l’abbreviazione di caterpillar: "bruco".

 

Sno-Cat era il nome commerciale che abbreviava la formula "snow caterpillar" (o "snowcat"), ovvero "bruco della neve". La parola "caterpillar", precisamente "caterpillar track", stava ad indicare un particolare tipo di cingoli, che nel loro movimento è effettivamente simile a quello di certi bruchi. I cingoli sono infatti sistemi di trazione a nastro continuo, in metallo o gomma, utilizzati su veicoli pesanti (trattori, escavatori, carri armati) al posto delle ruote, che "girano" su sé stessi come sembrano fare certi insetti.

 

Per sineddoche, il nome della parte, il cinoglo, è passato ad indicare l’intera macchina cingolata. La Caterpillar Inc., azienda americana oggi famosa in tutto il mondo, è stata proprio colei che per prima ha inventato quel tipo di cingolo, il "caterpillar track", ad inizio Novecento.

 

A voler poi procedere più a fondo con gli scavi filologici, il sostantivo inglese "caterpillar", nel suo significato primario di bruco, è riconducibile a una parola in uso nell’inglese del XV secolo, "catyrpel". Questa avrebbe a sua volta avrebbe origine dal francese settentrionale antico "catepelose o chatepelose", letteralmente "gatta pelosa", con possibile influsso della parola ora obsoleta ‘piller’, "distruttore". Quest’origine sarebbe testimoniata anche da alcuni dialetti lombardi, in cui permane l’uso di "gatta" come appellativo per il bruco, probabilmente in virtù della peluria che caratterizza i bruchi che si trasformeranno in farfalla cavolaia.

 

L’etimo però non giustifica in alcun modo il nome italiano gatto delle nevi per snowcat, un caso particolare di parola che ha origine da un semplice errore. Insomma, la storia del "gatto delle nevi" nasconde anche il curioso e fortunato caso di una traduzione frettolosa e scorretta.

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