Contenuto sponsorizzato
Attualità | 19 gennaio 2026 | 06:00

"In certi momenti mi chiedo se il mio lavoro avrà un futuro in queste montagne segnate dall'abbandono". La testimonianza di una neurologa 'a domicilio'

"Si pensa che il servizio sul territorio siano le infermiere che vanno a casa a fare le punture, ma in realtà è molto altro". Fino a sette mesi fa, Ilaria Del Negro lavorava nel reparto di Neurologia di un ospedale in Veneto. A giugno, però, ha scoperto l'opportunità di tornare a lavorare per il suo territorio d’origine in alto Friuli

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

"Prima lavoravo in ambito ospedaliero, da cui mi porto dietro un bellissimo ricordo sia dal punto di vista lavorativo che di rapporto con i colleghi; ora invece opero a livello territoriale, ‘sul campo’, vado in casa dei pazienti che vivono nei distretti della zona montana della provincia di Udine. Lavoro qui da giugno dell'anno scorso, quindi sono ormai sette mesi".

 

A raccontarcelo è la dottoressa Ilaria Del Negro, specializzata in Neurologia. Trentacinquenne originaria della zona montana friulana, la neurologa è di recente tornata in Friuli, dove ora si occupa di portare assistenza a casa di coloro che difficilmente potrebbero accedervi altrimenti.

 

La dottoressa Del Negro si occupa in particolare di visite neurologiche per pazienti che hanno difficoltà motorie, i quali non riescono a raggiungere l’ospedale, oppure per cui l'accesso diventa molto impegnativo.  Le visite sono tipicamente dedicate ai pazienti affetti da decadimento cognitivo, malattie neuromuscolari, malattia di Parkinson,  ma talvolta anche semplicemente anziani con difficoltà motorie. "In quei casi - spiega Ilaria -, invece di essere loro a venire in ospedale, sono io che vado a casa loro".

 

Le zone in cui si muove, in particolare, sono i distretti sanitari del Tarvisiano e del Gemonese, che coprono interamente l’area tra Gemona del Friuli e Tarvisio, e il distretto della Carnia, che va da Paularo a Sappada.

 

Quello offerto dalla giovane medica è un servizio di enorme valore, soprattutto per territori come quelli della montagna friulana, più esposti di altri all’invecchiamento della popolazione e al progressivo diradamento dei servizi essenziali. In questi territori, molte persone hanno nel tempo rinunciato alle cure mediche.

 

Alla base della sua scelta, ci racconta Ilaria, c’è una concomitanza di fattori. Prima di tutto il profondo senso di appartenenza e l’amore per le montagne della sua infanzia; ma non nasconde anche la consapevolezza di quanto sia importante un servizio di questo genere.

"Io vengo da uno di questi paesi della montagna, quindi il mio è stato un po’ un rientro verso casa, guidato anche da questioni personali, sportive e dal mio amore per le montagne. Però, una volta scoperta questa possibilità, l’ho vista subito come un’occasione per offrire un servizio, al mio territorio e alla montagna in generale".

 

Per la formazione classica di un medico, ci spiega la neurologa, soprattutto se hai una specializzazione particolare, si tende a pensare che si andrà a lavorare in ospedale. "Io stessa l'ho pensato" confessa. "C’è una sorta di pregiudizio interno secondo cui lavorare nel territorio significa rinunciare alla propria specializzazione. Il servizio territoriale è senz’altro più simile al lavoro di un medico di base, però mantenendo una formazione specialistica. Ora mi sto rendendo conto che la mia specializzazione in Neurologia serve molto".

 

Quella che evidenzia Ilaria Del Negro è una carenza di sensibilità per questo sistema, prima ancora che istituzionale, in primis da parte dei medici. "I colleghi che lavorano in ospedale molto spesso non sanno com'è strutturato il territorio, quindi sicuramente è difficile che uno si proponga per questo genere di servizi. E di fatto non è molto conosciuto: la mentalità è ancora quella che il servizio sul territorio siano le infermiere che vanno a casa a fare le punture, ma in realtà è molto altro".

 

Quello che viene fatto a livello territoriale, sottolinea infatti la dottoressa, è tanto importante quanto quello che poi si fa in ospedale. Sono due mondi concatenati e in qualche modo complementari. "Sul territorio gestisci prevalentemente le patologie croniche, che sono una fetta consistente della salute della persona. Poi, detto questo, è chiaro che il problema urgente, il caso più specialistico, una condizione rara, è corretto che vengano portate in ospedale".

 

Rafforzare l’ambito territoriale è fondamentale, perché si tratta della prima linea: gestendo in casa alcune patologie croniche, si evitano tantissimi accessi in ospedale. In questo modo si va ad alleviare una situazione già oberata come quella ospedaliera.

 

Ma c’è di più. L’aspetto ancor più importante del servizio sul territorio è che spesso raggiunge una fetta di popolazione che altrimenti non accederebbe alle cure in alcun modo. Molti comuni nella zona - spiega la neurologa - distano dai 45 ai 60 minuti dall’Ospedale più vicino.  

 

"Penso che tutti i territori abbiano bisogno di risorse, ma mi sento di dire specialmente quelli montani, dove la gente se da un lato fa ancora fatica a rivolgersi ai servizi sanitari, dall’altro spesso gli stessi servizi sono assenti. Spesso molte persone confessano di sentirsi sole o di non sapere a chi rivolgersi se hanno un problema o semplicemente talora non trovano nessuno con cui confrontarsi".

 

"In montagna si sente tantissimo l'assenza dei medici di base: alle persone mancano i riferimenti. Una signora, la cui madre soffriva di una comune demenza, mi ha confessato una volta: ‘io non so cosa dare da mangiare a mia mamma’. Questa persona non trovava una risposta in autonomia, e verosimilmente non la troverà in ospedale, perché non è quello il setting. Ecco perché è così importante lavorare nel territorio: vuol dire valutare la salute anche dal punto di vista sociale, ambientale e familiare".

 

È possibile dunque, che le comunità riescano a riconoscere il servizio a domicilio come una figura di riferimento, nonostante la natura itinerante della professione?

"Il territorio è vasto, però le premesse sono buone. Diciamo che un confronto con noi sul territorio è molto più rapido, perché riusciamo ad essere più capillari e c’è molta interazione tra le varie figure sanitarie e sociali. Il confronto con il medico di medicina generale è fondamentale, se c'è, ma in una zona dove so che non c'è la copertura, mi interfaccio direttamente anche con la persona, con il paziente. Spesso contattano direttamente me; oppure sono io stessa che magari suggerisco di farmi sapere come va con quella terapia, o di sentirci dopo gli esami".

 

"Ogni tanto, nei momenti di maggiore riflessione, mi chiedo se il mio lavoro avrà un futuro o se questi territori andranno incontro all’abbandono", ammette Ilaria al termine della conversazione. "A me però piace pensare di poter contribuire ad un’inversione di rotta: fin tanto che i servizi continueranno a diminuire, lo spopolamento che già c'è sarà sempre più marcato. Forse, provando invece ad essere presenti e a restituire alla montagna la giusta attenzione, la gente ritroverà il gusto di rivivere anche nelle zone montane. Detto questo, al momento il territorio secondo me ha bisogno di persone: infermieri, fisioterapisti, specialisti, ma prima di tutto di medici di base. Secondo me, ci sarebbe un margine di investimento enorme".

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Sport
| 08 maggio | 13:00
Oggi inizia l'edizione numero 109 del Giro d'Italia. Un evento iconico per il nostro Paese, un'avventura che negli [...]
Attualità
| 08 maggio | 12:00
Barbara Crea, titolare di Quelle del Baito, un "organismo" agricolo di allevamento ai confini del Parco Naturale [...]
Alpinismo
| 08 maggio | 06:00
"Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le [...]
Contenuto sponsorizzato