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Attualità | 30 gennaio 2026 | 17:00

"Se togliessero quelli che fanno danni, a me degli altri orsi non fregherebbe nulla". Le opinioni delle comunità sui grandi carnivori: i risultati della ricerca

Venti mesi di presenza sul campo, quasi novanta interviste formali e oltre 2300 risposte raccolte tramite un questionario. Sono i numeri della ricerca biennale condotta da una collaborazione tra Parco Naturale Adamello Brenta, Università Ca' Foscari di Venezia e Università di Sassari. Con l'obiettivo di dare voce alla comunità rispetto alla presenza dei grandi carnivori attraverso le lenti dell'antropologia e della sociologia, i risultati hanno evidenziato aspetti di novità, celati nell’atteggiamento della "maggioranza silenziosa"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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"Che poi adesso quei lupi si avvicinano ai rifugi, perché sentono l’odore della roba da mangiare. Spero davvero che mordano qualche turista. Guarda che è solo così che la capiranno. Finché prendono uno di qua non ne parlano i giornali, ma ‘spetta che tocchi a un cittadino... ah, allora vedi che casino che vien fuori".

 

"Opinioni: il pensiero della comunità su orsi e lupi": è questo il titolo dell’evento organizzato oggi dal Parco Naturale Adamello Brenta a Carisolo per presentare i risultati di un progetto di ricerca biennale, condotto con l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Sassari, che ha cercato di mettere a fuoco il pensiero di chi vive all’interno dei confini del Parco in merito alla presenza dei grandi carnivori.

 

Si tratta di un progetto pionieristico, che ha visto per protagonisti studiosi provenienti dall’ambito delle scienze umane, in particolare l’antropologia e la sociologia, anziché, come quasi sempre avviene, esperti della sfera animale.

 

"La ragione – spiega il presidente del Parco Walter Ferrazza – è semplice: volevamo dare voce alle comunità. Per la presentazione di questa straordinaria esperienza abbiamo coinvolto anche i diversi soggetti che si muovono al loro interno, i cosiddetti ‘portatori di interesse’: amministrazioni locali, ApT, allevatori e così via. L’orizzonte che abbiamo di fronte è comune, e dobbiamo affrontarlo assieme".

 

"Sì, ma poi tutti quegli orsi chi è che li ha visti?", si chiedeva uno degli intervisstati. "Mio zio, che è cacciatore, ne avrà visti 2, 3 ecco... Il problema sono sempre quei 2-3 lì, quelli che girano qua sopra, gli altri è come non ci fossero. Se togliessero loro, quelli che fanno danni, a me degli altri orsi non fregherebbe nulla".

 

In questi giorni, sono stati diffusi i risultati della ricerca, illustrati dagli antropologi Roberta Raffaetà, Nicola Martellozzo e Gabriele Orlandi, e dal sociologo Andrea Vargiu. Il panorama che ne emerge è molto variegato, con una propensione ad accettare la complessità della convivenza fra comunità e grandi carnivori maggiore di quella che ci si potrebbe aspettare.

 

A fronte della netta polarizzazione che si nota di solito sui media, fra di chi vuole a tutti i costi l’orso e il lupo e chi li rifiuta nettamente, la maggioranza delle persone esprime in realtà posizioni più sfumate. A prevalere è la moderazione e la volontà di conoscere, di capire di più, di contribuire con idee e esperienze, di avere più voce in capitolo nei processi decisionali. Essenziale, quindi, insistere sul versante del coinvolgimento, della comunicazione e dell’educazione ambientale.

 

"La giornata di oggi - ha detto il direttore del Parco Matteo Viviani - non vuol essere solo un momento di esposizione dei dati, ma un’occasione importante per definire una nuova linea d’azione sul tema della presenza degli orsi e dei lupi, in maniera condivisa e partendo dai sentimenti di chi il territorio lo governa e lo abita".

 

A seguito di un pomeriggio dedicato alle relazioni tecniche, e di una tavola rotonda a cui hanno partecipato anche rappresentanti del Servizio Faunistico della Provincia autonoma di Trento, dell’associazione ANARe (Associazione nazionale allevatori bovini razza rendena), e dell’ApT Madonna di Campiglio, la giornata si è chiusa con un evento divulgativo che ha presentato in altro modo i risultati della ricerca e le interviste condotte fra la popolazione.

 

Tra l’aspetto antropologico e quello sociologico, la ricerca ha richiesto circa 20 mesi di presenza sul campo, quasi novanta interviste formali e oltre 2300 risposte raccolte tramite un questionario.

 

Con il coordinamento della prof.ssa Raffaetà, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, gli antropologi Martellozzo e Orlandi si sono immersi nella vita delle comunità, osservando e partecipando al lavoro, nonché ai momenti quotidiani e ricreativi e raccogliendo via via le opinioni delle persone.

 

"Il problema non è solo che le persone non vanno più nel bosco per via dell’orso. Quella semmai è l’ultima delle cose che si sono aggiunte nel tempo, ma ti dico, tanti nel bosco non vanno più. Quindi, orso sì o orso no, dobbiamo decidere se di questi boschi ci interessa ancora, e prendercene cura".

 

L’impressione dei ricercatori è che sull’orso si scarichino a volte problemi che in realtà interessano la vita in montagna in senso più generale. Nella filiera dell’allevamento/pastorizia, le predazioni impattano in maniera percentualmente minima sulla consistenza delle mandrie. Sono i problemi economici e di mercato (dal calo del consumo di carne alla concorrenza internazionale, vedi le recenti polemiche sull’accordo UE-Mercosur), problemi gestionali (costo dell’affitto delle malghe, difficoltà a reperire il personale) e finanche problemi ambientali, che rendono la vita del pastore sempre più dura e difficile. Eppure spesso, il mirino è puntato proprio i grandi carnivori.

 

"Non ci son più le malghe di un tempo", sintetizza un intervistato, anche se poi finisce anche lui con l’attribuire quasi tutti i problemi alla presenza degli orsi.

 

Tale approccio antropologico viene definito "osservazione partecipante": considerato che l’oggetto della ricerca non sono realtà osservabili da distanza come i corpi celesti né fenomeni replicabili in laboratorio come le reazioni chimiche, ma le comunità umane, in tutta la loro ricchezza e complessità, l’antropologo è chiamato a calarsi al loro interno per un periodo prolungato, per comprenderne a fondo la cultura, i comportamenti e le prospettive. 

 

Il prof. Vargiu, docente all’Università di Sassari, che ha coordinato la parte sociologica della ricerca, fa notare come, essendo il questionario a partecipazione libera e volontaria, l’alto numero dei partecipanti testimonia il forte desiderio di espressione delle comunità coinvolte, che si riflette anche nei quasi 1400 commenti "liberi" lasciati in aggiunta alle risposte.

 

Ciò che è emerso è come l’atteggiamento della "maggioranza silenziosa" sia più complesso e sfumato di quello che appare usualmente, considerato anche che spesso viene monitorato solo nelle situazioni di emergenza.

 

A monopolizzare la scena, in genere, sono due poli opposti: chi vuole a tutti i costi l’orso e il lupo e ritiene le presenze umane quasi una "invasione" del loro territorio (residenti ma anche dei turisti), e specularmente di chi invece respinge totalmente la presenza di grandi carnivori sul territorio, per i danni che può produrre agli esseri umani o alle loro attività. A fronte di questo standard, la ricerca fa notare invece come la maggioranza dei partecipanti alla ricerca esprime posizioni più complesse, prevalentemente moderate, pur senza nascondere le preoccupazioni.

 

Gli abitanti della Rendena e delle valli limitrofe, quindi, non sembrano né totalmente contrari né incondizionatamente favorevoli alla presenza di orsi e lupi. Sono quindi in massima parte aperti alla loro presenza sul territorio o quantomeno possibilisti, pur coltivando dubbi e paure.

 

"Ma cosa si potrebbe fare, pragmaticamente, per convivere con gli orsi e i lupi, anche alla luce di tragedie come quella che ha colpito la famiglia Papi in val di Sole?", hanno chiesto gli antropologi ad un intervistato che si direbbe moderato. "Se può succedere, e lo sai cerchi di modificare un po’ i tuoi comportamenti. Giusto o non giusto, quello è, bisogna imparare a vivere questo territorio così com’è".

 

Quale messaggio trarre da queste conclusioni? Sembrerebbe di poter dire che la maggior parte delle persone necessitano di essere informate, per capire meglio, e di essere ascoltate, per poter prendere decisioni condivise. Chi si colloca ai poli opposti ha idee e convinzioni chiare, già formate, spesso inamovibili. Chi invece si colloca su una posizione moderata, mediana, ha bisogno di sapere e capire di più, anche per utilizzare le maggiori conoscenze nella sua vita di ogni giorno.

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