Contenuto sponsorizzato
Alpinismo | 20 novembre 2025 | 18:00

"Gli sponsor vanno in cerca di cose estreme, spesso costruite in modo da sembrare più rischiose di quello che in effetti sono. Il punto è la caccia al click". Alessandro Filippini e il marketing dell’alpinismo

Giornalista e storico dell’alpinismo, a lungo firma della Gazzetta dello Sport e autore del blog "Alpinisti e Montagne". Ha scritto libri di rilievo, tra cui Noi, gente di montagna insieme a Reinhold Messner, e ha realizzato documentari come Fratelli si diventa. Omaggio a Walter Bonatti e Exposed to Dreams, sulla spedizione di Simone Moro su Everest e Lhotse, nel 2012. Perché l’alpinismo viene raccontato come sfida con la morte? Cosa ha spinto i grandi alpinisti d’altri tempi ad affrontare l’ignoto?

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: “Come raccontare l’alpinismo?”. La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

Oggi è con noi Alessandro Filippini, giornalista e storico dell’alpinismo, a lungo firma della Gazzetta dello Sport e autore del blog Alpinisti e Montagne. Ha scritto libri di rilievo, tra cui Noi, gente di montagna insieme a Reinhold Messner, e ha realizzato documentari come Fratelli si diventa. Omaggio a Walter Bonatti e Exposed to Dreams, sulla spedizione di Simone Moro su Everest e Lhotse, nel 2012. È attivo come relatore in festival e rassegne di montagna e partecipa regolarmente a eventi dedicati alla storia dell’alpinismo, contribuendo alla divulgazione delle imprese e dei protagonisti dell’alpinismo internazionale.

 

 

La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Non credi che possa essere pericoloso per chi si affaccia a questo ambiente?

 

Credo che si diffondono più facilmente certi aspetti, come quello del rischio, perché è un tipo di informazione legata ad un utilizzo pubblicitario in ottica sponsor o al tentativo di raggiungere visibilità. Il free solo di Alex Honnold su El Captain ha raggiunto un pubblico enormemente più vasto di quello che viene raggiunto dalla notizia dell'apertura di una nuova via di 7000, che invece è molto più rischiosa. Il free solo però ha trovato una chiave capace di vendere: gli sponsor vanno in cerca di queste cose estreme, spesso costruite in modo da sembrare ancor più rischiose di quello che in effetti sono. Aprire una via classica delle Dolomiti ai tempi era sicuramente più pericoloso rispetto all’impresa di Honnold, per la quale ha avuto modo di prepararsi ampiamente. Il punto è la caccia al click, che è venuto fuori come nuova deformazione professionale di chi fa informazione, specie quando la fa su internet. Certi video affascinano e basta, la difficoltà è spesso più esibita che reale. Le immagini sono talmente belle che riuscirebbero a convincerti che stai guardando la cosa più impossibile del mondo a prescindere che lo sia o meno. Con i droni poi vengono fuori delle immagini straordinarie (mi viene in mente quella foto di Vedrines sulla cresta che è stata pubblicata pochi giorni fa); è marketing: sai che se metti quel filmato lì avrai tante visualizzazioni, mentre se metti la semplice notizia resti indietro uno a mille.

 

 

Da storico dell’alpinismo, qual la scintilla che nel tempo ha spinto certe figure ad affrontare le vette? Credi andassero solo alla ricerca di emozioni forti?

 

Io non credo che ci sia un alpinista che ha cominciato la sua carriera per l'adrenalina, inseguendo il rischio. Credo, però, che una volta che ha provato certe emozioni possa sentire una certa spinta a ripeterle dovuta forse anche a quelle scariche di adrenalina vissute. La motivazione non è mai stata quella per nessuno.  Però, avendo vissuto quei momenti, ci può essere una forma inconscia, di coazione a ripetere, a tornare in situazioni così estreme. Poi ogni alpinista cerca di trovare la propria spiegazione. Quella di Messner è che va alla ricerca di sé stesso e si spinge così sempre più in profondità. La narrazione di Bonatti parlava di un bisogno di ritornare ad uno stato di privazione, cioè al confronto con la natura proprio dell'uomo primitivo. Usava il minimo del materiale, si confrontava da nudo contro la natura. Sono entrambi tentativi di dare una spiegazione - entrambi molto forti - di qualcosa che però ha una vera motivazione, o che, se ce l’ha, sfugge alla logica.

 

 

Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?

 

Questa temo sia una speranza vana purtroppo. Si possono proporre, come voi provate a fare, argomenti di approfondimento molto seri per settimane, per mesi, per anni. Poi però basta un filmato ben diffuso, scene adrenaliniche o, talvolta anche tragiche, per cancellare tutti quegli sforzi in un secondo. Purtroppo questa è la realtà, perché certe immagini vanno a colpire degli strati molto profondi della mente umana, radicando con forza un certo tipo di sguardo. È chiaro che bisogna continuare ad impegnarsi per una maggiore consapevolezza di pubblico, così da raggiungere un numero sempre superiore di persone; però purtroppo l'uomo vive soprattutto di quello che vede: le cose che si leggono, che si sentono, per quanto affrontate con chiarezza, fanno molta più fatica a trovare radicamento. Video e immagino che rimbalzano dai social alla televisione sono molto più forti, e tendono a sopraffare ogni tentativo di controbilanciamento per cercare di chiarire come stanno davvero le cose.

 

 

Foto in apertura da: Alessandro Filippini (X) e benjaminvedrines (Instagram)

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Alpinismo
| 08 maggio | 06:00
"Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le [...]
Storie
| 07 maggio | 19:00
In un'epoca in cui molti paesi rischiano di scomparire nella memoria umana, esperienze come questa mostrano come la [...]
Attualità
| 07 maggio | 18:16
La zoologa e ricercatrice, che da vent'anni si dedica alla coesistenza tra uomini e lupi, ha voluto esprimersi in [...]
Contenuto sponsorizzato