Il racconto adrenalinico dell'alpinismo? Nives Meroi: "Sembra pornografia. Un'esaltazione decontestualizzata del solo gesto. A fare la differenza è il tempo di silenzio tra l'esperienza vissuta e la narrazione"

Con il marito Romano Benet ha raggiunto la vetta di tutti i 14 Ottomila, senza ossigeno o portatori d’alta quota. Prima donna nella storia dell'alpinismo a scalare nel giro di venti giorni tre Ottomila (Gasherbrum II, Gasherbrum I, Broad Peak). È stata la prima donna italiana in vetta al K2, nonché la prima sull’Everest senza ossigeno. Oggi, ci racconta il valore di lasciar sedimentare l’esperienza prima di trasformarla in narrazione

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Oggi ne parliamo con Nives Meroi, una delle più forti alpiniste della nostra storia. Con il marito Romano Benet ha raggiunto la vetta di tutti i 14 Ottomila, senza ossigeno o portatori d’alta quota, e scalato vie tra le più dure delle Alpi. Tra le imprese più rilevanti si ricorda il concatenamento del 2003: prima donna nella storia dell'alpinismo, con Benet e L. Vuerich ha scalato in venti giorni tre Ottomila (Gasherbrum II, Gasherbrum I, Broad Peak). È stata la prima donna italiana in vetta al K2, nonché la prima sull’Everest senza ossigeno. Nel 2017, ha completato il suo ultimo Ottomila, l’Annapurna. A lei è dedicato il libro Sulla traccia di Nives di Erri De Luca.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Sei d’accordo con questa prospettiva?
In questi giorni, io e Romano siamo stati ad un film festival, e abbiamo definito i film proprio "adrenalinici". Il fatto è che sono costruiti appositamente, studiati anche dal punto di vista tecnico, per esaltare al massimo di quell’aspetto lì: l’adrenalina, la sfida, il rischio. Anche l’alpinismo è figlio del suo tempo, e il tempo di adesso è un tempo che corre velocissimo, dove tutto deve essere vissuto e consumato, anche le notizie legate all’alpinismo. Deve essere molto veloce, rapido da consumare per procedere subito alla notizia successiva. C’è anche un discorso legato alla simultaneità della comunicazione. Una volta l’alpinismo, visto che la montagna era un luogo lontano, non era come seguire una partita di calcio o una gara di atletica in uno stadio: l’alpinismo doveva essere raccontato. Però c’era un certo lasso di tempo tra l’esperienza vissuta e l’esperienza raccontata: questo tempo è fondamentale perché l’alpinista digerisca l’esperienza e la trasformi in racconto. È la possibilità di stare un po’ in silenzio, in questa maniera di assimilare, di distillare l’esperienza che stai facendo. Senza questo, finisce che viene tutto spettacolarizzato e banalizzato, con il rischio di cadere in questa esaltazione del gesto estremo, del rischio, della sfida. Sembra quasi pornografia. Un’esaltazione decontestualizzata, semplice esaltazione del gesto, del particolare.
Come alpinista, è la sfida ciò che ti spinge ad affrontare le vette? Cosa cerchi lassù?
Secondo me, nella sfida con la montagna se ti va bene pareggi, quindi non è certo la ricerca della sfida che mi muove. Si scala per curiosità, per piacere, per avvicinarsi sempre più ai propri limiti. Mi è capitato per esempio di avere paura, paura dell’ignoto soprattutto, perché comunque quando andiamo in montagna entriamo in un ambiente sconosciuto, andiamo fuori da quelli che sono i nostri recinti della vita di tutti i giorni. Ma non ho mai preteso di sfondare questo limite, ma semmai di avvicinarmici sempre di più, di spingerlo un po’ più in là cercando di fortificarmi. In questo senso la montagna può essere uno strumento importantissimo. È un viaggio alla scoperta non solo dell’ignoto che c’è fuori ma anche quello che c’è dentro di noi. In questo senso può essere uno strumento: puoi imparare delle lezioni che poi ti possono serviranno non solo in montagna ma anche nella vita di tutti i giorni. Il discorso è appunto quello del fare un passo dopo l’altro, nell’imparare a coltivare la pazienza, l’umiltà, nell’imparare il senso della responsabilità e quindi della propria libertà di scelta: sono tutte cose che, se vuoi, le impari anche facendo una scalata.
Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?
Sta a tutti noi che andiamo in montagna raccontare le cose in maniera più semplice, direi più onesta. Parlare delle esperienze che ho vissuto, come le ho vissute, delle paure che ho affrontato; del fatto che, come c’è il bel tempo, ci sono anche le bufere, quindi ci possono essere successi e fallimenti. Viviamo in un tempo in cui il fallimento viene considerato come una cosa disastrosa per la persona. Magari invece ti sposti solo di un attimo, guardi le cose da una prospettiva diversa, e quella che poteva sembrarti un fallimento in realtà magari è tutta un’altra cosa, o è comunque solamente una tappa del percorso. È importante capire, imparare ad accettare il fallimento, purtroppo però al giorno d’oggi fallire è da perdenti. Quindi sicuramente sta a noi alpinisti cercare di comunicare le cose in questa maniera. Dall’altra parte, i media hanno il compito di non passare un continuo messaggio della montagna come assassina. Il punto forse è di comunicare come si possa andare in montagna in maniera semplice, per gioco, nel senso del piacere di esplorare: non solo l’ambiente ma anche noi stessi.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















