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Alpinismo | 05 dicembre 2025 | 18:00

"In montagna c’è già tutto, non c’è bisogno di inventarsi nulla. Il problema siamo noi: è come se il nostro vocabolario si fosse impoverito". Hervé Barmasse, per una cultura capace di leggere le terre alte

"Si dovrebbe parlare anche di una montagna che è fatta di bellezza, di arte, di colori e di interessi diversi. Quella montagna lì, secondo me, è la montagna che a lungo andare potrebbe anche trovare un apprezzamento stabile e proficuo". Erede di una famiglia di guide alpine valdostane, Barmasse ha intrapreso spedizioni alpinistiche e aperto vie nelle Alpi e in tutto il mondo, dal Nepal alla Patagonia, dall’Antartide a Cina e Pakistan. Al di fuori dell’alpinismo è attivo nella divulgazione e comunicazione sul mondo alpino, tra libri, film ed eventi culturali

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

In questo articolo riportiamo la nostra conversazione con Hervé Barmasse. Erede di una famiglia di guide alpine valdostane, Barmasse ha intrapreso spedizioni alpinistiche e aperto vie nelle Alpi e in tutto il mondo, dal Nepal alla Patagonia, dall’Antartide a Cina e Pakistan. Sul Cervino, sua montagna d’elezione, ha realizzato il primo concatenamento invernale in solitaria delle quattro creste. Tra le Alpi ha inoltre aperto diverse nuove vie, tra cui quelle su Cervino, Monte Bianco e Monte Rosa. Nel 2025, ha completato la prima traversata invernale in solitaria di tutte le cime principali del Gran Sasso ed effettuato la prima salita in stile alpino della parete Sud del Numbur Peak in Nepal. Al di fuori dell’alpinismo è attivo nella divulgazione e comunicazione sulla montagna, tra libri, film ed eventi culturali.

 

 

La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Non credi che possa essere pericoloso per chi si affaccia a questo ambiente?

 

Assolutamente sì. Ormai c'è l'esaltazione dell'alpinismo sotto certi aspetti a discapito di altri, perché viviamo sostanzialmente in uno show business sproporzionato in tutti i campi. La componente adrenalinica è quella che offre i click, e non solo per l’alpinista, l'influencer o di chi comunque comunica la montagna da dentro, ma anche per i giornalisti. A partire dal titolo, dall'esaltazione, dal fatto che tutto deve essere anche incredibile, tutto deve essere enorme, però questo non esiste nella realtà. Le persone dovrebbero farsi un esame di coscienza e iniziare a chiedersi: ma può essere tutto sempre stupefacente? È possibile che nell'alpinismo ogni cosa sia "grande"?  "Grande salita", "grande ascensione", "impresa incredibile". Non è così e non lo può essere: mi è capitato di fare anche delle prime ascensioni dove l'avventura emozionalmente è stata importante, ma la scalata è stata facile. Cerco sempre di fare delle distinzioni perché bisogna far capire che il pericolo estremo non è la normalità. Questo genere distorto di comunicazione può avere diverse conseguenze. La prima è lo spavento; che può far dire a priori "no, questa cosa non fa per me", "perché devo rischiare la mia vita? perché deve essere tutto un pericolo? perché devo avvicinarmi ad un ambiente così rischioso?". Allo stesso tempo, a forza di esaltare il rischio e il pericolo, se questo genere di messaggi arrivano a chi prende decisioni sulla montagna, potrebbero essere applicate delle restrizioni. Proprio perché a forza di parlare di rischio qualcuno potrebbe voler legiferare per contenerlo. La terza reazione, potrebbe essere il pericolo - anche se non penso siano tante persone - cui si espone chi ama veramente il rischio per sé stesso, la ricerca dell'adrenalina; che sceglie inconsciamente di mettersi alla pari di un atleta professionista o simili.

 

 

Come alpinista, è l’adrenalina la scintilla che ti spinge ad affrontare le vette? Cosa cerchi lassù?

 

Io non ho mai cercato l'adrenalina o il rischio. I pericoli in montagna ci sono e noi ci assumiamo il rischio di andare incontro quei pericoli che sono oggettivi. Però nessuno va per vivere quell'aspetto, per trovarsi in difficoltà, per vivere l'adrenalina del momento di uno scampato incidente o addirittura di una scampata morte, no? Non è quello. Io in montagna vado semplicemente perché è l'elemento che mi fa stare sereno e in pace con me stesso. Non è una questione di prestazioni, non è una questione della salita che affronto, né della montagna più alta o quella più difficile. In montagna sto sempre bene in qualsiasi cosa faccio. È l'elemento che, almeno per ora, mi fa stare bene. Lì riesci a sentire quella quiete, quella pace interiore: ha un effetto quasi terapeutico. Si tratta della spinta interiore che la montagna riesce ad agire sul mio stato emotivo. Io so che con quell'elemento sto bene e sicuramente è il posto dove mi sono sentito protetto, di cui mi sono sempre sentito di fare parte. Ovvio che mi piace mettermi alla prova dal punto di vista alpinistico, perché è quella la mia attività. Però io passo molto del mio tempo in montagna anche su salite facili, su vie non impegnative, a frequentare la montagna con i miei figli. E, ad essere sincero, il piacere che ne ricavo è lo stesso.  

 

 

Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?

 

Io penso che le persone debbano conoscere la montagna per quella che è. Una montagna che può avere dei pericoli, dei quali le persone che la frequentano devono avere consapevolezza. Ma come in tutti gli sport, se parliamo di alpinismo o arrampicata ci sono dei limiti, limiti sportivi che vogliono essere superati piano piano. E poi c’è la parte più interessante, quella che coinvolge la comunità che gravita attorno alla montagna anche sotto il profilo turistico, una montagna con pericoli molto contenuti (farei sempre attenzione a non dire insicurezza perché la sicurezza non esiste in montagna). Si dovrebbe avvicinare le persone parlando anche di una montagna che è fatta di bellezza, di arte, di colori, di cultura e di interessi diversi. Quella montagna lì, secondo me, è la montagna che a lungo andare potrebbe anche trovare un apprezzamento stabile e proficuo, sicuramente rispetto ad esaltare il rischio, adrenalina e attività incredibili. Io penso che nella montagna ci sia già tutto, che non ci sia bisogno di inventarsi nulla. Purtroppo il problema siamo noi: è come se il nostro vocabolario si fosse impoverito, come se la nostra conoscenza fosse venuta meno, come se la nostra cultura non fosse più in grado di far conoscere la montagna per quella che è. Sembra una cosa facile da dire, ma non è scontato: la montagna te la descrivo per quella che è e te la faccio apprezzare così, senza dover per forza aggiungere degli elementi o delle parole particolari.

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

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