"Non mi sento di caricare la responsabilità sulle spalle dei brand o degli alpinisti professionisti. Sta a ciascuno saper calibrare le proprie capacità". Stefano Ragazzo e la montagna come coscienza di sé

Alpinista padovano classe 1991 e guida alpina "di nuova generazione". Tra studio e allenamento, è riuscito a farsi conoscere per il suo approccio versatile alla scalata. Da allora si muove tra le Dolomiti e il massiccio del Bianco. Ma non di rado si avventura in spedizioni transoceaniche, dalle guglie rocciose dell’Alaska alle montagne inesplorate del Nepal. Oggi, oltre ai suoi obiettivi alpinistici, tiene corsi di coaching e conferenze in cui racconta le sue imprese e il suo approccio alla vetta

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Quella di oggi è la voce di Stefano Ragazzo, alpinista padovano classe 1991 e guida alpina "di nuova generazione". Genealogicamente estraneo alla disciplina, vi si è avvicinato autonomamente dopo le scuole superiori. Tra studio e allenamento, è riuscito a farsi conoscere per il suo approccio versatile alla scalata. Da allora si muove tra le Dolomiti e il massiccio del Bianco. Ma non di rado si avventura in spedizioni transoceaniche, dalle guglie rocciose dell’Alaska alle montagne inesplorate del Nepal. Oggi, oltre ai suoi obiettivi alpinistici, tiene corsi di coaching e conferenze in cui racconta le sue imprese e il suo approccio alla vetta.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Sei d’accordo con questa prospettiva?
Secondo me, bisognerebbe un attimo saper differenziare. Bargiel che scende con gli sci dall'Everest sta facendo una cosa super estrema e adrenalinica: di questo si tratta, non puoi raccontare altre fanfare. Quello che io vedo semmai, è che si cerca, su cose che magari non sono così estreme, di estremizzarle per riuscire a venderle. Ad ogni via si racconta di aver sofferto il freddo, le condizioni estreme, al limite della sopravvivenza: questo è l'alpinismo, non ha bisogno di essere esasperato. Però, detto questo, è importante distinguere chi fa alpinismo di professione, da chi va in montagna il weekend. È come se tu guardassi, la Formula 1 o la MotoGP: è ovvio che fanno delle cose estreme che se ci provo io domani mi faccio male, bisogna imparare ad essere consapevoli di sé stessi. Se io domani vado in Pakistan e apro una via durissima, è una cosa estrema e devo raccontarla come tale. Il problema è l'alpinista medio, che va in montagna il weekend e deve per forza postare qualcosa di estremo per sentirsi parte di quel mondo. Questo è sbagliato. Quando avevo 15 anni anche io li vedevo i video e dicevo "voglio arrivare a fare quelle cose lì", ma sapevo di non poterle fare. Perciò ho pensato: mi alleno e mi preparo per arrivare a farle. Ed ecco che oggi le faccio. Sta a ciascuno saper calibrare le proprie capacità.
In che modo è distribuita la responsabilità di comunicare un approccio all’alpinismo più consapevole? Che ruolo hanno gli atleti, i brand o le figure di accompagnamento?
Non mi sento di dover caricare di questa responsabilità i brand o gli alpinisti professionisti. Coloro che fanno certe cose estreme, o i brand che li sponsorizzano, è giusto che le comunichino come cose estreme. Se poi sono bravi a comunicare anche il lato emotivo di quello che hanno vissuto è un punto a favore per il loro storytelling, piuttosto che per la loro figura di atleta e persona. Però sono atleti professionisti, devono fare quello. E i brand devono vendere materiale, abbigliamento e quant’altro, adatto a performance di quel tipo. Poi certo, c'è chi si deve occupare di fare comunicazione per la montagna anche didattica e culturale, che può essere il Club Alpino Italiano piuttosto che le guide alpine o altri enti. Questi hanno il compito di fare una comunicazione a 360°, in tutti gli aspetti, senza estremizzare niente. Però il punto che fa la differenza è sempre la singola persona. La montagna non è un parco giochi dove tu paghi un ticket, entri e tutto è in sicurezza; se vai senza preparazione, cognizione, rispetto, eccetera, finisce che ti fai male. L'alpinismo è bello perché ognuno può farlo secondo la propria indole, per questo mi sembra che debba essere ogni persona a capire che cosa può e che cosa gli piace fare. Bisogna rendersi conto che non tutti siamo uguali e ognuno ha i propri tempi e modi.
Come alpinista, cosa ti spinge a scalare una montagna? C’è qualcosa che ti muove in maniera particolare?
Io vado semplicemente perché mi piace. Come a qualcuno piace giocare a calcio, a me piace andare a sciare, partire per una spedizione, allenarmi, preparare una particolare ascesa. Talvolta è anche un confronto con me stesso, per misurare la mia crescita. Ho i miei obiettivi, ma ben calibrati in base a quello che è il mio stile di vita, la mia condizione fisica e mentale, l'impegno. Per me è un modo per saggiare i miei limiti, per vedere dove mi posso spingere. Come un maratoneta che misura i tempi per vedere il proprio miglioramento. Andare in montagna, magari fare una via un po' più difficile, è anche arrivare a dire: "Cavolo! cinque anni fa non sarei mai riuscito a fare queste cose". È uno sport senza traguardi definitivi, un percorso che mi tiene sempre in moto, che mi tiene vivo; senza il quale sarei perso. Ho iniziato ad andare in montagna relativamente tardi, dopo le scuole superiori. È stato un momento della mia vita in cui mi sentivo veramente senza una meta, senza nulla che mi appartenesse. Così, quando ho scoperto l’alpinismo, mi ci sono buttato a capofitto. Oggi è quello che mi dà da vivere, mi fa star bene, mi fa avere degli obiettivi, e quindi lo pratico assiduamente tutti i giorni dell'anno.
In apertura. Foto a dx di Mattia Carraro

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















