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Alpinismo | 13 dicembre 2025 | 06:00

"Oggi, con internet e i social, sembra che tutto sia immediato, veloce, 'a portata di mano'. La montagna invece è l'opposto". L'alpinista François Cazzanelli: "Per certi versi, servirebbe meno comunicazione"

Classe 1990, è guida alpina e tecnico del Soccorso Alpino. Sul "suo" Cervino vanta più di 100 salite da ben 16 vie diverse, qui ha aperto anche nuove vie, così come nel massiccio del Monte Bianco e del Monte Rosa. Ha partecipato a più di venti spedizioni extraeuropee, scalando in Himalaya, Karakorum, Antartide, Alaska, California, Patagonia, Africa e Cina. Tra le ascese di Ottomila ricordiamo l’Everest, il Lhotse, il Manaslu e il Nanga Parbat e il K2. Il suo approccio all’alpinismo si impegna a combinare velocità, sicurezza e rispetto

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

Questa volta ce ne parla François Cazzanelli, classe 1990, cresciuto a Cervinia, ai piedi del Cervino. Come guida alpina rende onore a un titolo cui la famiglia fa fede da oltre cinque generazioni. Dal 2021 è anche Tecnico Specializzato del Soccorso Alpino, dove lavora come soccorritore. Al Cervino deve tutto ciò che sa, avendola salita più di 100 volte da ben 16 vie diverse. Ma non si è fermato alla Grande Becca. Nel corso degli anni ha partecipato a più di venti spedizioni extraeuropee, scalando in Himalaya, Karakorum, Antartide, Alaska, California, Patagonia, Africa e Cina. Tra le ascese di Ottomila ricordiamo l’Everest, il Lhotse, il Manaslu e il Nanga Parbat e il K2. Sul Cervino ha aperto anche nuove vie, così come nel massiccio del Monte Bianco e del Monte Rosa. Il suo approccio all’alpinismo si impegna a combinare velocità, sicurezza e rispetto.

 

 

La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Sei d’accordo con questa prospettiva?

 

 Secondo me, al di fuori dei media e anche in alcuni premi di alpinismo, questo tipo di narrazione viene spesso utilizzato, condivido pienamente questa prospettiva. Oggi, con internet e i social, sembra che tutto sia immediato, veloce, "a portata di mano". La montagna invece è l’opposto: richiede anni di esperienza, pazienza e la capacità di non banalizzare le cose. Si tende a cercare l’adrenalina senza spiegare davvero cosa c’è dietro le salite o le performance degli atleti, ed è sbagliato, perché oscura tutto il percorso che porta a quei risultati: preparazione fisica, esperienza, conoscenza, cultura della montagna. Il rischio è che le persone vogliano fare tutto subito, senza gradualità. Da guida, mi è capitato più volte di incontrare persone che chiedevano vie importanti o molto impegnative senza avere alcuna base. Succede spesso con la Nord del Cervino: quando poi parli con loro scopri che non hanno nemmeno fatto la via normale. Ci si affaccia direttamente alle grandi salite senza avere alcuna preparazione.

 

 

Come alpinista, è la sfida ciò che ti spinge ad affrontare le vette? Cosa cerchi lassù?

 

Ciò che mi spinge a salire, ad affrontare ascese alpinistiche non è certamente il rischio o l’adrenalina: in montagna sto bene, mi sento bene con me stesso ed è dove riesco ad esprimermi liberamente. Lo faccio in maniera quasi naturale, certo mi prendo i miei rischi, ma non è questo che inseguo, quello che ricerco semmai è me stesso. Quest’ottica provo a trasmetterla anche attraverso i social. Cerco innanzitutto di far passare che la montagna è bella e può essere vissuta a molti livelli, ma richiede pazienza: bisogna saper aspettare di essere pronti, le condizioni, il meteo… un insieme enorme di fattori. Dentro la "cultura di montagna" rientrano molte cose: il rispetto dell’ambiente, la conoscenza della storia dei luoghi, la consapevolezza di ciò che si sta facendo, il saper affrontare progressivamente itinerari più impegnativi. Io cerco di comunicarlo; poi, se ci riesco o meno, non sta a me dirlo.

 

  

Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?

 

In generale credo che ci sia una responsabilità condivisa. Per certi versi, servirebbe meno comunicazione: quando si pubblica che una via è in condizioni, arrivano tutti, preparati e non, e questo genera problemi. In un mondo ideale bisognerebbe "sudarsele" un po' di più le informazioni, ma oggi forse non è più possibile. Il sistema migliore, secondo me, è educare di più. Far passare messaggi corretti. Internet è un mezzo enorme ma anche pericoloso: proviamo a usarlo bene. Creiamo occasioni, incontri, serate, giornate dedicate alla cultura della montagna. È di cultura che abbiamo bisogno, e la comunicazione più efficace è quella faccia a faccia, dove ci si guarda. Le figure più adatte a farlo? Le guide alpine, che hanno una storia di oltre due secoli; il Club Alpino Italiano; alpinisti di rilievo; persone riconosciute nel mondo dell’alpinismo. Tutti dovrebbero lavorare insieme nella stessa direzione. In questo sistema anche i grandi brand hanno una forte responsabilità: spesso sono loro a sponsorizzare, a produrre video e contenuti che raggiungono il grande pubblico. Hanno possibilità economiche, seguito e mezzi per creare narrazioni. È chiaro che abbiano anche i loro interessi - attirare più persone in montagna - ma questo non è negativo di per sé: che più persone frequentino l’ambiente montano è positivo, purché siano consapevoli.

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

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