"Oggi si va in palestra per fare roccia e in agenzia di viaggi per comprare la salita sull'Everest". Reinhold Messner sul declino dell’esplorazione alpina

"L'alpinismo ormai è oggetto di consumo e arriva diretto dalla vetta dell’Everest a casa tua". Alpinista 'per antonomasia' è stato il primo uomo a aver scalato tutti i 14 Ottomila della Terra. Promotore del cosiddetto 'stile alpino', ha firmato anche la prima ascesa dell’Everest senza ossigeno. Ad oggi è autore di numerosi libri sull’alpinismo: tra i suoi volumi ci ricorda il titolo 'Tra sopravvivenza e perdizione - Il fascino dell'alpinismo'

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Per questo articolo abbiamo coinvolto il 'Re degli Ottomila', Reinhold Messner. Alpinista "per antonomasia", oltre che a importanti scalate alpine, il suo nome è legato alle grandi imprese realizzate nel massiccio himalaiano e nel Karakorum. È stato il primo uomo ad aver scalato tutti i 14 Ottomila della Terra. Promotore del cosiddetto ‘stile alpino’, ha firmato anche la prima ascesa dell’Everest senza ossigeno, nel 1978. Tra le imprese più grandi al di fuori degli ottomila si ricordano la traversata a piedi dell'Antartide, passando per il Polo Sud senza mezzi meccanici o animali, e quella, sempre a piedi, del deserto di Gobi. Ex europarlamentare, ha oggi all'attivo anche numerosi volumi sull'alpinismo.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Cosa significa per chi si affaccia a questo ambiente?
Non c'è dubbio che la montagna, e specialmente l'alpinismo tradizionale, è pericoloso. Chi non lo sa non dovrebbe andare in montagna. L'adrenalina però non è il tema centrale: è senz’altro uno degli aspetti, ma secondario. Su tutte queste cose io ho scritto libri, non soltanto pagine. L'alpinismo è sclerotizzato dal fatto che gli influencer oggi mandano le notizie dalla cima dell'Everest in tutte le case. Quando ho fatto io gli Ottomila si stava in giro per un mese, per la traversata dell’Antartide ci è voluto mezzo anno: periodi in cui non mi sono fatto vivo perché non ce n’era la possibilità. Oggi l’alpinismo è tutto cambiato, si va in palestra per fare roccia e in un'agenzia di viaggi per comprare la salita su l'Everest. È oggetto di consumo e la comunicazione è diretta perché oggi attraverso satellite puoi rimanere connesso anche dal punto più lontano del mondo. Andrebbero fatti degli studi su questo. Ad ogni modo bisogna guardare alla realtà: l'alpinismo tradizionale non è morto, ma si sta riducendo enormemente. Quello che una volta era la scalata dolomitica, oggi non viene più fatta: la Nord-ovest del Civetta, per esempio, non la fa quasi nessuno. Ai miei tempi era una grande parete. Lo stesso vale per la parete Nord dell’Eiger.
Come alpinista, è l’adrenalina la scintilla che ti spinge ad affrontare le vette? Cosa cerchi lassù?
Io cercavo l'avventura. Per me l'alpinismo è arte, e l'arte nell'alpinismo sta nel non morire. Ed è un'arte soltanto perché la morte è una delle strade possibili; ciò che conta soprattutto è proprio la consapevolezza di questa possibilità. Chi non ha capito questo, non ha capito la natura. La natura è infinitamente più grande di noi, più creativa di noi, e noi abbiamo la possibilità di sopravvivere in zone difficili, in zone pericolose. Oggi, purtroppo, l'esplorazione - il valore centrale dell’andare in montagna - si è quasi esaurita, perché da tutti i punti del mondo puoi mandare le tue notizie, chiedere dell'elicottero, eccetera. L'alpinista, quello che non insegue il record o la visibilità, dovrebbe essere un avventuriero che tenta di sopravvivere in un mondo dove il sopravvivere è difficile, molto difficile. Più difficile è, più devi essere bravo a uscirne sano e salvo.
Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?
Io ricorderei loro che c'è una grande differenza fra fare alpinismo indoor, in una zona climatizzata, o fuori in natura. Per me vale solo l'alpinismo che viene fatto nella grande natura, nella natura selvaggia, nella cosiddetta wilderness. Per questo è importante che la natura venga salvaguardata. Se sulla montagna più alta del mondo un elicottero mi porta giù in valle, che io abbia avuto un incidente a 7.000 metri, se non anche a 8.000 metri, cosa ne rimane dell’Everest? Io ho scritto un libro, che purtroppo non è uscito in italiano, che si intitola Zwischen Durchkommen und Umkommen - Die Faszination des Bergsteigens. Tradotto significa ‘Tra sopravvivenza e perdizione - Il fascino dell'alpinismo’. Ecco, tra queste due dimensioni c'è il posto per l'avventura.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















