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Alpinismo | 24 dicembre 2025 | 06:00

"Se si parla solo di numeri, tempi e gradi, l'alpinismo diventa uno sport molto poco interessante". L'alpinista-narratore Enrico Camanni e l'importanza di "comunicare il sentimento"

Alpinista, giornalista e scrittore, senz'altro tra le voci più autorevoli del panorama italiano sul tema della montagna. Socio accademico del Cai, ha insegnato alla Scuola nazionale di Alpinismo Giusto Gervasutti e alla Scuola nazionale di Scialpinismo della Sucai di Torino. Ha diretto per molti anni riviste di riferimento come Alp e Rivista della Montagna. Ha scritto saggi sulla storia dell’alpinismo e delle Alpi e sulle problematiche dell'ambiente alpino, collabora con il quotidiano La Stampa ed ha all'attivo numerose opere di narrativa

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

In questo articolo ne parliamo con Enrico Camanni, alpinista, giornalista e scrittore. Senz’altro tra le voci più autorevoli del panorama italiano sul tema della montagna. Socio accademico del Cai, ha insegnato alla Scuola nazionale di Alpinismo Giusto Gervasutti e alla Scuola nazionale di Scialpinismo della Sucai di Torino. Ha diretto per molti anni riviste di riferimento come Alp e Rivista della Montagna. Ha scritto saggi sulla storia dell’alpinismo e delle Alpi e sulle problematiche dell’ambiente alpino, collabora con il quotidiano La Stampa ed ha all'attivo numerose opere di narrativa. Nei suoi libri e nel suo lavoro di divulgazione ha indagato l’evoluzione dell’alpinismo, i suoi miti, i suoi conflitti e le sue trasformazioni.

 

 

La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Da dove deriva questa tendenza?

 

La narrazione purtroppo è diventata sempre più schematica. Prima magari arrivava una notizia vaga, poi passava del tempo e usciva l’articolo, poi magari passava dell’altro tempo e usciva il libro o il testo dello scalatore, che raccontava l'avventura dopo averla metabolizzata. Adesso è tutto in presa diretta o quasi, e soprattutto in formato molto "social": pezzi brevi, filmati, fotografie spettacolari e numeri da record. E fin qua, secondo me, non c’è niente di male: è giusto che l’alpinista costruisca il racconto come crede. A mancare è la critica: una volta c’erano dei giornali specializzati, c’erano dei critici che davano delle valutazioni, sceglievano. Adesso su internet c’è di tutto: chi spaccia ogni cosa per una grande impresa, e chi magari non la racconta perché non è in grado di comunicarla in quel modo. Così è tutto uguale, omologato, tutto un calderone. Questo crea due problemi: uno per gli storici, io oggi non saprei neanche dove cominciare a tracciare una storia dell’alpinismo, ora si rischia di mettere sullo stesso piano qualsiasi cosa; e l’altro è il rischio di non avere più racconto, è una narrazione talmente spezzata, affettata, che poi la parte bella: racconti lunghi, libri, film, insomma dei prodotti più meditati vanno persi definitivamente.

 

 

Oggigiorno, il rischio è una parte obbligata del mestiere di alpinista? O lo si cerca attivamente?

 

Si potrebbe pensare che in questo sistema uno sia costretto a rischiare, per la visibilità, per lo sponsor o altro. Secondo me è qualcosa che alla fine non funziona: se accetti dei rischi, se ti lanci nella ricerca dell’ignoto, lo fai per te stesso. Se lo fai per gli altri, prima o poi salti. È vero che si gonfiano delle imprese, ma non credo sia il sistema stesso a spingerti a rischiare. Se secondo me, bene o male, rimane sempre la spinta personale. Poi ci sarebbe da dire che ora si sa tutto di tutti, e questo ti può influenzare, ma in qualche modo è sempre stato così.

 

 

Guardando al racconto dall’interno. Come può tornare a raccontarsi in maniera efficace un alpinista?

 

Bisognerebbe ritornare al racconto vero. Con un inizio, una storia, un soggetto, un evolvere del racconto, un finale. C’è una formula, necessaria perché lo possa leggere anche uno che non sa nemmeno chi sei e dove sei stato. Tanto più che oggi le scalate spesso toccano luoghi strani, su montagne che nessuno conosce, perché è necessario cercare luoghi inesplorati e nuovi, non più cercare la cartolina. Quindi non è dire "io ho scalato l’Everest" (dove ormai ti metti in coda), ma piuttosto "noi abbiamo vissuto un’esperienza". Questo però impone di saperla raccontare. Bisogna tornare all’alpinista narratore - che forse non è mai stato così diffuso - ma oggi mi sembra ancora meno presente del passato. L’alpinismo ha due dimensioni: la prima è quella tua personale che vivi fisicamente e interiormente, e poi però c’è sempre stata questa forma di rielaborazione narrativa. Tutti gli alpinisti ci hanno provato, con risultati più o meno brillanti. Ed è come rivivere tu l’esperienza facendola vivere anche agli altri. Questo è un elemento importante se vogliamo far sopravvivere l’alpinismo, per non farne soltanto un exploit sportivo.

 

 

Dall’esterno invece? Qual è il ruolo di giornalisti e scrittori?

 

Da un lato i giornalisti avrebbero il dovere di selezionare, di dire questo è importante e questa è una buffonata. Però bisognerebbe anche che il nostro fosse un ruolo di scavo, per far emergere le cose belle, interessanti, approfondire un po’. Altrimenti poi chi non è del mestiere si disinteressa. Prima si esagerava sempre all’opposto: tutto era dramma, tutto era mistero, che era spesso una balla anche quella. Però se si parla solo di numeri, tempi e gradi, chi lo vede da fuori non coglie più niente di niente. Così l’alpinismo diventa uno sport molto poco interessante, in questo modo non passa alcuna profondità. Secondo me dobbiamo tornare a raccontare la complessità. Anche attraverso linguaggi nuovi: che siano i podcast, che sia qualsiasi cosa purché riesca a comunicare il sentimento. Il punto non è che Confortola abbia fatto o meno gli Ottomila, ma che tutta la questione è in fondo molto poco interessante. È solo marketing.

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

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