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Alpinismo | 22 novembre 2025 | 06:00

"Succedono sempre più incidenti in montagna. Ho l’impressione che la gente senta il bisogno di dimostrare, anche se impreparata". Tamara Lunger e la sfida di scoprire sé stessi

È la donna più giovane ad aver raggiunto la vetta del Lhotse; la seconda italiana a salire sul K2. Una tragica spedizione nel 2021, durante la quale ha perso cinque compagni di viaggio, le ha fatto mettere in discussione i suoi panni da alpinista, concentrandosi in spedizioni più esplorative o in progetti umanitari piuttosto che nell’inseguimento della vetta. Narrare le sue imprese è da sempre una parte integrante della sua vita: come si racconta oggi senza lo sfondo degli Ottomila?

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: “Come raccontare l’alpinismo?”. La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

Protagonista di questa puntata è Tamara Lunger. L’avventuriera ha ereditato dal padre, alpinista e scalatore, la passione per la montagna che la porterà a soli 23 anni in cima al Lhotse, il suo primo ottomila: è la donna più giovane a raggiungerne la vetta. Da lì in poi abbandonerà l’uso dell’ossigeno nelle scalate. Nel frattempo, dal 2002, aveva intrapreso la strada dello scialpinismo, che le varrà due titoli di campionessa italiana, nel 2006 e 2008. Nel 2014 raggiunge la cima del K2, seconda italiana dopo Nives Meroi. Il tentativo di ascesa sul Nanga Parbat, insieme a Simone Moro, si chiude con la sua rinuncia a 70 metri dalla vetta. Dopo la tragica spedizione nel K2 del 2021, in cui sono morti cinque alpinisti, Tamara ha attraversato una forte crisi, che l’ha portata a reindirizzare la propria vita verso progetti come Climbing For a Reason, in cui insegna ad arrampicare a bambini e bambine in Pakistan. L’ultima impresa, terminata lo scorso ottobre, l’ha spinta alla volta della Mongolia attraverso un viaggio di 3.000 chilometri a piedi.

 

 

La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Non credi che possa essere pericoloso per chi si affaccia a questo ambiente?

 

Succedono sempre più incidenti in montagna, spesso anche fatali. Io ho l’impressione che la gente senta come il bisogno di fare certe cose, di dimostrare, anche se impreparata; e così accade facilmente che si facciano male. Vedono certi video, in cui ogni impresa sembra così facile: viene mostrato il rischio, ma spesso rimane nascosta la difficoltà che comporta. Così qualcuno pensa: “Perché non lo faccio anche io?”, e allora parte senza informarsi, senza nessuna esperienza e poi accadono drammi. Io penso che, prima di tutto, ogni persona sia responsabile di sé; il problema è che le informazioni sono così tante, così vaste, così varie, che abbiamo perso di vista noi stessi. Restiamo affascinati da uno sportivo e vogliamo essere come lui, senza mai chiederci: ma io sono veramente così o sono unico anche io? Posso fare magari altre cose ugualmente bene come questa persona sa fare il suo sport? Trovo molto triste che la gente ormai non sia più consapevole di sé, che non riconosca ciò che gli appartiene, le proprie abilità, le sfide per cui si sente pronto. È come se tutto succedesse al di fuori, ma nessuno si fermasse a scoprire ciò che ha dentro.

 

 

Come alpinista, è l’adrenalina la scintilla che ti ha spinta ad affrontare le vette? Cosa cercavi? Senti ancora questa spinta?

 

Ora come ora, dopo il K2, non voglio e non riesco più a identificarmi come alpinista. Mi ci è voluto tantissimo per far cadere questa maschera, o perlomeno a non soffrire quando gli altri mi riconoscono come tale. Mi sono dovuta allontanare e ricominciare a cercare chi veramente sono. Sono veramente solo l’alpinista? solo quella che va in montagna? No, io sono in primis una persona con più interessi, con più abilità; ormai questo “giubbottino dell’alpinista” mi è molto stretto e non lo voglio più vestire.

Ad ogni modo, per me, l’alpinismo è stata un po’ la via d’uscita della comfort zone. Io in tutte le cose che faccio voglio sempre migliorare, sempre conoscere cose nuove, vedere nuovi posti, sapere cose nuove di me: insomma, è una forte voglia di espandere questo senso di familiarità. Non so dire perché, lo sento da quando sono piccola: già da allora cercavo la via più dura. Forse sapevo sarebbe arrivato il momento in cui avrei passato un momento molto difficile; così, pretendendo tanto da me già da subito, credevo sarei stata più preparata ad affrontarlo.

 

 

Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?

 

Ormai già da tempo, io mi sto impegnando a non comunicare più con la prestazione, del tipo “ho fatto questo dislivello, in questo tempo”, eccetera. No questo a me adesso non interessa più. Voglio comunicare in un modo più profondo, trasmettere ciò che mi spinge, i motivi per cui voglio essere forte: tutte queste domande che io mi faccio nella vita di tutti i giorni, e che forse potranno essere di spunto anche per altri a porsi certe domande. Quando si tratta di sport molto estremi c’è una sorta di distacco, come se fossimo personaggi sovrumani; dall’altra parte, per gli alpinisti, è difficile trasmettere certe sensazioni ed esperienze così peculiari. Questo causa un cortocircuito. Io vorrei riuscire a rivolgermi a chiunque, a un pubblico generale, perché alla fine siamo umani anche noi e abbiamo gli stessi problemi, gli stessi dubbi. Che uno faccia il cuoco o l’alpinista, che lavori in fabbrica o in un laboratorio di ricerca, alla fine i problemi della vita sono gli stessi per tutti, la difficoltà è proprio riuscire a trasmetterlo.

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

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