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Alpinismo | 22 febbraio 2026 | 12:00

"Bisogna fare attenzione: in alcuni luoghi l'arrampicata rischia di stravolgere gli equilibri, ad esempio quando arrivano troppi furgoni in spazi non attrezzati". L'arrampicata esplorativa di Maurizio Oviglia

Tra tradizionali e sportive, ha aperto più di tremila vie, in Italia e nel mondo. Parallelamente svolge un’intensa attività di scrittore e divulgatore: dalla guida "Pietra di Luna" a numerosi libri e cartoguide per editori come Melograno Edizioni, Touring Club Italiano e Versante Sud. Ha collaborato con le principali riviste italiane e internazionali di montagna, è stato redattore della rivista "Vertical" e ha scritto per importanti portali come "Planetmountain", contribuendo in modo determinante alla promozione dell’arrampicata in Sardegna

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché capace di stimolare riflessioni diverse e talvolta contrastanti.

 

A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.

 

Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.

 

Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.

 

Ne parliamo oggi con Maurizio Oviglia, espertissimo arrampicatore e "chiodatore", autore di numerosi volumi e pubblicazioni periodiche. Dopo il servizio militare in Sardegna si è trasferito a Cagliari nel 1986, partecipando da allora allo sviluppo dell’arrampicata sull’isola. Tra tradizionali e sportive, ha aperto più di tremila vie, in Italia e nel mondo. Parallelamente svolge un’intensa attività di scrittore e divulgatore: dalla guida "Pietra di Luna" a numerosi libri e cartoguide per editori come Melograno Edizioni, Touring Club Italiano e Versante Sud. Ha collaborato con le principali riviste italiane e internazionali di montagna, è stato redattore della rivista Vertical e ha scritto per importanti portali come Planetmountain, contribuendo in modo determinante alla promozione dell’arrampicata in Sardegna.

 

 

La tua passione per l’arrampicata è evidente, ma quand’è che hai sentito l’esigenza di comunicarla? Quando hai iniziato a scriverne?

 

Ho sempre scritto. Da bambino, quando andavo in montagna con mio padre, tenevo un diario con le relazioni delle salite. Per me è stato naturale. Durante il militare in Sardegna ho iniziato a raccogliere e scrivere a mano le relazioni delle vie. Poi ho avuto l’occasione di fare le prime guide già negli anni Ottanta, quando avevo vent’anni. All’inizio lavoravo anche in tipografia, ma pian piano sono diventato libero professionista e mi sono dedicato completamente alla scrittura. Con l’arrivo dei siti web e dei forum sono sempre stato presente. Non mi sono mai tirato indietro, a differenza di altri colleghi che dicevano che non avrebbero mai scritto online. Poi, alla fine, ci sono arrivati tutti: in un certo senso, si può dire che ci avevo visto lungo.

 

 

Hai vissuto in prima persona, nel periodo torinese, il passaggio dal free climbing all’arrampicata sportiva. Com’era l’arrampicata all’epoca?

 

Io ho iniziato ad arrampicare nel 1980, quindi le primissime prove dell’arrampicata sportiva non le ho vissute direttamente, ma sono arrivato l’anno dopo e ho visto quello che stava succedendo e ho conosciuto alcuni dei protagonisti. Prima, il free climbing era fatto soprattutto su monotiri, inseriti però in una logica da vie lunghe. Anche su pareti brevi come quelle della Val di Susa si saliva riprendendo l’approccio alpinistico. Le vie erano quasi tutte attrezzate con chiodi tradizionali da fessura, quelli da alpinismo. Nei tratti più lisci si usavano chiodi a pressione (non veri e propri spit ma con lo stesso principio), ma erano pochissimi: la maggioranza delle protezioni erano chiodi classici. Fu nel ’79 che all’Orrido di Foresto iniziarono a comparire i primi spit. Marco Bernardi, in particolare, iniziò a provare le vie con un’ottica più sportiva, cioè concentrandosi solo sulla difficoltà. Poco dopo vennero attrezzate le "Striature Nere" di Borgone, già concepite come monotiri puri. In Val di Susa quello è stato il primo vero passaggio verso l’arrampicata sportiva.

 

 

Con l’arrampicata sportiva si solleva il tema della cosiddetta "etica". Qual era l’approccio più diffuso?

 

Se parliamo di etica dell’arrampicata sportiva il riferimento imprescindibile è il metodo "Rotpunkt", definita da Kurt Albert nelle montagne del Frankenjura. Ma questo nuovo approccio, tra il ’79 e l’80, a Torino non era ancora chiaro. Non si faceva una vera differenza tra una salita con i resting (riposarsi appesi alla corda o agli ancoraggi) e una salita "in buono stile", come la intendiamo oggi. Quando ho iniziato io, non si distingueva tra usare i chiodi per riposarcisi sopra e fare una salita pulita. Il primo a marcare questa differenza fu Marco Bernardi, anche sull’esempio di Berhault. Mi raccontò che iniziò a segnare sul taccuino le vie fatte in buono stile. Nei primi anni Ottanta ci fu una piccola rivoluzione: tutti cercavamo di rifare le vie in questo modo, senza resting e salendole in libera. Piano piano si chiarì il concetto di "buono stile", fino ad arrivare alla definizione più precisa del Rotpunkt. Ma all’inizio era tutto piuttosto confuso.

 

 

Non temi che l’alpinismo oggi stia diventando sempre più esclusivamente uno sport, riducendo lo spazio della dimensione esplorativa?

 

È una domanda molto ampia, dipende dal contesto. Basta spostarsi di qualche centinaio di chilometri per trovare situazioni completamente diverse. In alcune zone d’Italia c’è ancora moltissimo spazio per l’esplorazione; in altre - invece - è tutto abbastanza saturo. In Europa ci sono luoghi come la Sassonia o l’Inghilterra dove l’arrampicata ha caratteristiche molto diverse da quelle che conosciamo noi. Io, da più di quindici anni, faccio quasi esclusivamente arrampicata esplorativa. Scopro nuove falesie, nuove zone, sia sportive sia tradizionali, di clean climbing. Mi dedico praticamente solo a questo. Ma se uno va in Sardegna, per esempio a Ulassai, pensa che l’arrampicata sia solo quella sportiva. È anche una questione di mentalità: molti ragazzi si dedicano soprattutto all’arrampicata sportiva, e sono pochi quelli interessati all’esplorazione; però rimane una piccola nicchia. Oggi tanti iniziano in palestra, e questo dà un certo imprinting: contano molto gli incontri che fai e chi ti forma. Non si può generalizzare: dipende dal territorio e dalle persone.

 

 

Parliamo della Sardegna. Com’è stato l’arrivo dell’arrampicata? Dall’interno, l’isola si riconosce in questa nuova vocazione?

 

A livello istituzionale non c’è grande consapevolezza del fatto che la Sardegna sia una delle mete più importanti al mondo per l’arrampicata. Spesso amministratori e media fanno anche confusione tra arrampicata, ferrate ed escursionismo. Di certo, però, le cose sono cambiate molto a partire dalla metà degli anni Novanta, quando la Sardegna è stata "scoperta" a livello internazionale. Prima le mete mitiche erano la Provenza, Arco, Finale: pochi sognavano la Sardegna. Oggi invece l’offerta è aumentata moltissimo, ci sono tantissime vie, ben apprezzate e non troppo consumate. E poi c’è il mare: si può unire la vacanza familiare all’arrampicata, cosa che in altri luoghi è più difficile.

 

 

L’arrampicata è un motore positivo per il territorio?

 

In alcuni posti sì, ma bisogna essere realistici. Noi arrampicatori a volte pensiamo di essere il motore dell’economia di una regione, ma non è così: siamo una parte, e nemmeno sempre così rilevante. Il turismo in Sardegna è ancora molto stagionale. Anche se per noi l’inverno è il periodo migliore per scalare, molti servizi restano chiusi. Non c’è ancora una piena percezione dell’arrampicata come turismo annuale. In certe zone alcune attività hanno beneficiato della presenza degli arrampicatori, ma su scala regionale è una nicchia. E bisogna fare attenzione: in alcuni luoghi si rischia di stravolgere gli equilibri. L’ho visto in Spagna dieci anni fa. Quando arrivano troppi furgoni in spazi piccoli e non attrezzati, nascono problemi: mancano aree camper, servizi, e i comuni reagiscono con multe e restrizioni. I nodi stanno venendo al pettine.

 

 

Foto in apertura: Klaus Dell'Orto (foto a sx), Sara Oviglia (foto a dx)

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

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